Di Olivier Horn. Torino, festival MiTo: Orchestra e Coro del Regio nel capolavoro di Šostakovič che evoca il massacro nazista del 1941 di 34.000 ebrei ucraini.

Quale arte, altrettanto potente quanto la musica, può trascinarci nelle profondità dell’anima umana, grazie al solo potere dei suoni?

La Sinfonia n.13 in si bemolle minore op.113 detta «Babij Jar» di Dmitrij Šostakovič, per basso solista, coro maschile e orchestra, è uno di quei capolavori capaci di immergerci nella psiche dell’uomo, nei suoi tormenti e nelle sue ferite, nelle sue lotte interiori e nelle sue laceranti contraddizioni. Un’opera che prende alla gola fin dalle prime battute e non allenta la sua presa se non al termine di un percorso segnato da un’esplosione di sonorità esasperate, dove l’espressione è spinta al parossismo. Come un naufrago smarrito sulla spiaggia dopo una violenta tempesta, si rimane ammutoliti, storditi e frastornati, consapevoli di aver vissuto un’esperienza ai confini di sé stessi che difficilmente si potrà dimenticare.

È con quest’opera potente e profondamente sconvolgente che il festival MiTo si è concluso a Torino il 17 settembre. Interpretata dall’Orchestra e dal Coro del Teatro Regio Torino sotto la direzione di Enrico Calesso, con solista il basso russo Alexander Roslavets, la rappresentazione ha concluso con splendore questa edizione posta sotto il segno bene scelto delle RIVOLUZIONI.

Ispirandosi a Babij Jar, l’opera di un giovane poeta russo Evgenij Evtušenko, pubblicata nel 1961 e che dà il titolo al lavoro del compositore, Šostakovič inizia subito con queste parole cantate con grave solennità da un coro di uomini: «Non monumenti a Babij Jar: solo un burrone è la sua rozza tomba. Sgomento ! Oggi ho tanti anni quanti ne ha il popolo ebreo..»

Esse raccontano il massacro dimenticato di 34.000 ebrei ucraini assassinati nel settembre 1941 dai commando nazisti nel burrone di Babi Yar, vicino a Kiev, divenuto un’immensa fossa comune.
Attraverso di loro, è la storia del popolo ebraico perseguitato che l’opera rievoca. Evtušenko rende omaggio alle vittime anonime della barbarie nazista, denunciando il carattere antisemita di queste atrocità, che il potere sovietico ha continuato a occultare dopo la morte di Stalin.

Molto commosso alla sua lettura, Šostakovič decise di metterlo in musica insieme ad altri quattro poemi di Evtušenko. Ne risultò questo lungo poema sinfonico per basso solista e coro maschile dalle voci gravi, il cui dialogo si intreccia con l’orchestra dall’inizio alla fine:
«Sono stato felice quando ho letto il testo di Babij Jar… La gente sapeva (…) anche prima del poema di Evtušenko, ma aveva deciso di tacere. Il testo di questa sinfonia ha spezzato il silenzio. Ecco una prova del potere dell’arte. L’arte distrugge il silenzio.»

Malgrado il clima di paura e di tensione dovuto alla guerra fredda, e le minacce che il potere sovietico faceva pesare sulla sua creazione, la prima esecuzione ebbe luogo a Mosca il 18 dicembre 1962 e ottenne un trionfale successo di pubblico, contro il parere della critica ufficiale. Evtušenko fu tuttavia costretto a riscrivere la prima strofa del suo poema nel 1965, per menzionare la presenza di russi e ucraini accanto alle vittime ebree a Babij Jar. E la partitura originale fu messa all’indice fino alla morte di Šostakovič, nel 1975.

Dopo le prime battute lente e scandite, dalle tonalità lugubri che evocano una marcia d’avvicinamento, l’Adagio del primo movimento, BABIJ JAR, ci conduce in quel burrone e ci immerge nella tragedia, al suono di una musica funebre, sostenuta da un coro maschile dagli accenti laceranti e dalla voce di basso profondo che gli risponde: «Adesso sembra a me di essere ebreo. Eccomi qua: quest’è l’antico Egitto, ed ecco che messo in croce muoio, ed ho sulla mia man le stimmate!…». 

L’evocazione dei pogrom e degli antisemiti che pretendevano di incarnare la nazione russa provoca una vera e propria deflagrazione sonora. L’emozione raggiunge il suo culmine quando riaffiorano alla superficie i martiri di Babij Jar: «A Babij Yar fruscio d’erbe amare e gli alberi guardano tetri come giudici. Questo silenzio qua è tutto un grido.»

Nel secondo movimento, UMORISMO, cambio di scenario: con il tono della favola in Allegretto, poeta e compositore si prendono gioco dei potenti ridotti all’impotenza dall’umorismo. Per quanto cerchino di comprarlo, imbavagliarlo, imprigionarlo, esso evade e ritorna a beffarsi di loro: «Gli zar e i re e gli imperator, potenti d’ogni nazion, superbe parate a guidar, ma non però la satira: questa no, proprio no

Il terzo movimento, ALL’EMPORIO, è un Adagio dalle tonalità cupe che rende omaggio alle donne russe, alla loro tenacia, alla loro abnegazione e al loro senso del sacrificio: «Son le donne della Russia, nostro onore e tribunal, il cemento hanno impastato, hanno arato, han falciato. Tutto han sempre sopportato, tutto, ah, tutto loro sopporteran.»
Per loro, che hanno subito la violenza della storia, i suoi drammi e le sue privazioni, questo canto è un lungo grido d’amore che il coro e la voce di basso rivolgono all’unisono con un’intensità quasi religiosa, in un turbine scatenato di tutta l’orchestra.

In PAURE, il quarto movimento Largo, riaffiora alla superficie il ricordo del terrore e della follia omicida sotto Stalin – che vale del resto per tutti i regimi tirannici e di oppressione – come una minaccia in agguato nell’ombra, sempre pronta a riemergere: «Ricordo le paure potenti, serve della menzogna trionfante. Le paure dovunque, comombre, s’infilavano in tutti i porton. Il cuor dell’uom, le mente soffocavan, ed il marchio su tutto c’era ognor.»

Dopo l’incubo di queste paure incise nel più profondo dell’uomo, personificate prima dalla tuba e poi dagli ottoni e dalle percussioni, appare una nuova paura: quella di non poter più parlare né trovare in sé la via della verità e della sincerità.

CARRIERA, il quinto movimento condotto in Allegretto da un brioso assolo di flauto, a cui risponde il canto dell’oboe, si prende gioco con un acuto senso dell’ironia dei cinici che fanno carriera a dispetto della verità, al contrario di coloro che sono morti per le loro idee: «Chi si lanciò su nella stratosfera, e chi morì pel nostro ben: ecco, solo lor hanno fatto carriera e da loro l’esempio prenderò.»

È il ritorno del tema iniziale, ripreso dal fagotto e dagli archi, ad annunciare la fine della sinfonia, dove alcuni ultimi rintocchi si spengono lentamente fino al ritorno al silenzio.

Prendendo chiaramente posizione contro l’antisemitismo e sfidando il potere sovietico, la Sinfonia di Šostakovič è un vero atto di coraggio, visto il contesto in cui fu composta; ma è anche una denuncia dell’oppressione e della barbarie, in qualunque epoca si manifestino. Il suo messaggio universale risuona intensamente e dolorosamente nel nostro tempo, particolarmente travagliato.

Ma che sarebbe un capolavoro di tale portata senza interpreti all’altezza?

L’Orchestra del Teatro Regio Torino, sotto la bacchetta sicura del maestro Enrico Calesso, ne ha dato un’esecuzione magistrale, riuscendo a trasmetterci la formidabile potenza sonora di questa partitura, dalla grande ricchezza dinamica, e l’inquietudine che ne emana, senza sacrificarne le sottigliezze. Nel culmine dello scatenarsi orchestrale, ogni sezione ha potuto esprimere al meglio le proprie qualità, valorizzata dalla direzione precisa di Enrico Calesso, che ha saputo anche trovare il perfetto equilibrio tra l’orchestra e le voci maschili che accompagnano tutta l’opera.

Alexander Roslavets, il basso russo, ha interpretato con brillantezza la sua parte, esprimendo con il suo timbro grave e profondo la forza drammatica di questi poemi, portando al personaggio – al tempo stesso testimone e attore della tragedia – la misura, l’intensità, la rivolta, l’ironia, la paura e la fede. In dialogo con lui, sottolineando le sue parole o facendone eco, il Coro del Teatro Regio, come sempre perfettamente preparato dal maestro Ulisse Trabacchin, ha reso con maestà ed eleganza la forza di questi poemi cantati, ricchi di sfumature.

Il pubblico del Lingotto non si è certo sbagliato, applaudendo con una esplosione di fervore alla fine della rappresentazione, non senza aver rispettato un lungo silenzio per timore che si rompesse troppo presto l’incanto di quest’opera stupefacente che ci ha lasciati come pietrificati.

Una conclusione formidabile di un festival che ha mantenuto pienamente le sue promesse, attirando un pubblico numeroso venuto ad ascoltare opere impegnative, che non sono meri divertimenti, ma che interrogano anche la nostra umanità.

                                                                                               Recensione di Olivier Horn
Torino, Auditorium Giovanni Agnelli, Lingotto, 17 settembre 2025
Foto @colibrivision tratte da pag Facebook di Mito
#MITO25

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Myung-Whun Chung e Orchestra del Teatro alla Scala vedi qui

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FRANÇAIS

Quel art aussi puissant que la musique peut nous entraîner dans les profondeurs de l’âme humaine, par le seul pouvoir des sons ?

La symhone N.13 en Si bémol mineur op.113 dite «Babi Yar» de Dmitrij Šostakovič pour basse soliste, chœur d’hommes et orchestre, est l’un de ces chefs-d’œuvre capables de nous plonger dans la psyché de l’homme, ses tourments et ses blessures, ses combats intérieurs et ses contradictions déchirantes. Une œuvre qui prend à la gorge dès les premières mesures et ne relâche son emprise qu’au terme d’une traversée marquée par une débauche de sonorités exacerbées où l’expression est poussée à son paroxysme. Comme un naufragé égaré sur la grêve après une forte tempête, on reste médusé, étourdi et sonné, conscient d’avoir vécu une expérience aux confins de soi-même qu’on n’est pas près d’oublier.

C’est par cette œuvre puissante et profondément perturbante, que le festival MiTo s’est achevé à Turin le 17 septembre. Interprétée par l’Orchestre et le Choeur du Teatro Regio sous la direction d’Enrico Calesso, avec comme soliste la basse russe Alexander Roslavets, la représentation a conclu avec éclat cette édition placée sous le signe des RÉVOLUTIONS.

S’appuyant sur Babi Yar, l’œuvre d’un jeune poète russe Evgueni Evtušenko, publiée en 1961 et qui donne son titre à l’œuvre du compositeur, publiée en 1961, Šostakovič démarre d’emblée par ces paroles chantées avec une solennité grave par un chœur d’hommes: «Pas de monuments à Babi Yar : seul un ravin est sa tombe grossière. Effroi ! Aujourd’hui j’ai l’âge même qu’a le peuple juif»
Elles disent le massacre oublié de 34.000 juifs ukrainiens assassinés en septembre 1941 par des commandos nazis au ravin de Babi Yar, près de Kiev devenu immense fosse commune.

A travers eux, c’est l’histoire du peuple juif persécuté que l’œuvre revisite. Evtušenko rend hommage aux victimes oubliées de la barbarie nazie, dénonçant le caractère antisémite de ces atrocités, que le pouvoir soviétique a continué d’occulter après la mort de Staline.

Très ému à sa lecture, Chostakovitch décide de le mettre en musique avec quatre autres poèmes d’Evtouchenko. Il en résulte ce long poème symphonique pour basse soliste et un chœur d’hommes aux voix graves, dont le dialogue se mêle à l’orchestre du début à la fin : «J’ai été réjoui, lorsque j’ai lu le texte de Babi Yar… Les gens savaient (…)  même avant le poème de Evtouchenko, mais ils ont décidé de se taire. Le texte de cette symphonie a brisé le silence. Voilà une preuve de la puissance de l’art. L’art détruit le silence.»

Malgré le climat de peur et de tension dù à la guerre froide, et les menaces que faisait peser le pouvoir soviétique sur sa création, la première eut lieu à Moscou le 18 décembre 1962 et remporta un succès triomphal auprès du public, contre l’avis de la critique officielle. Evtouchenko sera néanmoins obligé de réécrire la première strophe de son poème en 1965, pour mentionner la présnce de Russes et d’Ukrainiens avec les victimes juives à Babi Yar. Et la partition originale sera mise à l’index jusqu’à la mort de Chostakovitch en 1975.

Après les premières mesures lentes et rythmées, aux tonalités lugubres évoquant une marche d’approche, l’Adagio du premier mouvement, BABI YAR, nous conduit à ce ravin et nous plonge dans la tragédie, au son d’une musique funèbre, portée par un chœur d’hommes aux accents déchirants, et la voix de basse profonde qui lui répond : «À présent il me semble être juif. Me voici : c’est l’Égypte ancienne, et me voilà crucifié qui meurs, et j’ai dans la main les stigmates !…». 

L’évocation des pogroms et des antisémites prétendant incarner la nation russe provoque une véritable déflagration sonore. L’émotion atteint son acmé quand remontent à la surface les suppliciés de Babi Yar: « À Babi Yar bruissement dherbes amères et les arbres regardent, sombres, tels des juges. Ce silence ici est tout un cri.»

Au deuxième mouvement, intitulé HUMOUR, changement de décor : sur le ton de la fable Allegretto, poète et compositeur moquent les puissants réduits à l’impuissance par l’humour. Ils ont beau tenter de l’acheter, le museler, l’emprisonner, il s’évade et revient les narguer : «Les tsars et les rois et les empereurs, puissants de chaque nation, guidaient de superbes parades, mais pas pourtant la satire : non, pas cela, certainement pas !»

Le 3e mouvement, AU MAGASIN, est un Adagio aux tonalités sombres qui rend hommage aux femmes russes, à leur ténacité, leur abnégation et leur sens du sacrifice: «Ce sont les femmes de Russie, notre honneur et notre tribunal, elles ont pétri le ciment, elles ont labouré, elles ont fauché. Elles ont toujours tout supporté, et tout, ah, tout encore elles supporteront.»
Pour elles qui ont subi la violence de l’histoire, ses drames et ses privations, ce chant est un long cri d’amour que leur adresse d’une même voix le chœur et la basse avec une ferveur quasi religieuse, dans un déchaînement de tout l’orchestre.

Dans PEURS, le 4e mouvement Largo, le souvenir de la terreur et de la folie meurtrière sous Staline – qui vaut du reste pour tous les régimes tyranniques et d’oppression – remonte à la surface, telle une menace tapie dans l’ombre, toujours prête à ressurgir : « Je me souviens des peurs puissantes, servantes du mensonge triomphant. Les peurs, partout, comme des ombres, s’insinuaient dans chaque portail. Elles étouffaient le cœur de l’homme, l’esprit, et la marque était toujours partout.»

Après le cauchemar de ces peurs inscrites au plus profond de l’hommes, personnifiées par le tuba puis par les cuivres et les percussions, apparait une peur nouvelle : celle de ne plus pouvoir parler ni trouver en soi le chemin de la vérité et de la sincérité.

CARRIIÈRE, le 5e mouvement mené Allegretto par un solo primesautier de la flûte, auquel répond le chant du hautbois, se moque avec un sens aigu de la dérision des cyniques qui font carrière au mépris de la vérité, contrairement à ceux qui sont morts pour leurs idées : «Celui qui s’élança dans la stratosphère, et celui qui mourut pour notre bien : voilà, seuls eux ont fait carrière, et d’eux je prendrai l’exemple.»
C’est le retour du thème initial, repris par le basson et les cordes, qui annonce la fin de la symphonie, où quelques derniers carillons s’estompent lentement jusqu’au retour au silence.

Prenant clairement parti contre l’antisémitisme défiant le pouvoir soviétique, la Symphonie de Šostakovič est un véritable acte de courage au vu du contexte dans lequel elle a été composée ; mais c’est aussi une dénonciation de l’oppression et de la barbarie, quelles que soient les époques. Son message universel résonne intensément et douloureusement dans la notre, particulièrement troublée.

Mais que serait un chef-d’œuvre d’une telle ampleur sans des interprètes à la hauteur ?

L’Orchestre du Teatro Regio de Turin, sous la baguette très sûre du chef Enrico Calesso, en a donné une exécution magistrale, réussissant à nous communiquer la formidable puissance sonore de cette partition, d’une grande richesse dynamique, et l’inquiétude qui en émane, sans en sacrifier les subtilités. Au plus fort du déchaînement orchestral, chaque pupitre a pu donner sa mesure, mis en valeur. par la direction précise d’Enrico Calesso, qui a su aussi trouver le parfait équilibre entre l’orchestre et les voix d’hommes qui accompagnent toute l’œuvre.

Alexander Roslavets, la basse russe, a tenu avec brio sa partie, exprimant de son timbre grave et profond la force dramatique de ces poèmes, apportant au personnage, à la fois témoin  et acteur de la tragédie la retenue, l’intensité, la révolte, l’humour, la peur et la foi. Dialoguant avec lui, ponctuant ses paroles ou leur faisant écho, le Chœur du Teatro Regio, comme toujours parfaitement préparé par le maître Ulisse Trabacchin, a traduit avec majesté et élégance la force de ces poèmes chantés tout en nuances.

Le public ne s’y est pas trompé, qui a applaudi avec énormément de ferveur à la fin de la représentation, non sans avoir respecté un long silence de peur que ne se rompe trop tôt le sortilège de cette œuvre stupéfiante qui nous a laissés comme pétrifiés. 

Formidable conclusion d’un festival qui a largement tenu ses promesses en attirant un public nombreux venu écouter des œuvres exigeantes qui ne sont pas que de purs divertissements, mais qui interrogent aussi notre humanité.

Compte-rendu de Olivier Horn
Turin, Auditorium Giovanni Agnelli, Lingotto 17 septembre 2025
Ph @colibrivision – Facebook Mito
#MITO25

Lire aussi:
Concert inaugural de MiTo à Turin, Myung-Whun Chung,Orchestra Teatro alla Scala
voir ici

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