Di Barbara Baroni. MantovaMusica – Eterotopie: il violinista e compositore Marcello Fera in una riflessione tra musica e parole sull’atto creativo.
Canti silenziosi con pura ispirazione e spiritualità emergevano in un ossimoro meditativo nell’insieme di brani evocativi e profondi dedicati al violino solo, strumento struggente, dal noto artista Marcello Fera. Così si creava una atmosfera intensa con caratteristiche barocche e contemporanee ed il suono sorgeva con la particolare profondità ed espressività proprie allo strumentista. Si esplicitava il segno psicologico del silenzio in cui il detto compositore inserisce i suoni come aprendo un varco, che ricorda nella pittura i tagli di Lucio Fontana. Si svela il vuoto in cui compaiono magicamente sonorità graffianti o sentimentali, che si muovono in solitudine.
I canti dal silenzio sono un esempio da cui possono nascere anche la parola cantata e la danza, alla fonte delle origini dell’essere: l’idea della Gesamtkunstwerk così unisce varie arti e aspira ad un valore spirituale.
In questo concerto lo strumentista inseriva parole «dal punto di osservazione del musicista» (Marcello Fera) in una vera e propria conferenza alternata alle musiche. Si trattava dunque di un evento originale con musiche in prevalenza dello stesso violinista direttore attore Marcello Fera (Genova, 1966), presentato nel suggestivo Tempio di San Sebastiano (edificio religioso mantovano del 1460 di Leon Battista Alberti e poi “Famedio”) importante per l’intreccio architettonico. Il concerto e commento si sono tenuti il 18 settembre per MantovaMusica-Eterotopie, sezione di musica contemporanea alquanto interessante.

Osserviamo le parole di Fera: «nel 2020 ho trovato il modo, ogni mattina, di fare un piccolo concerto di mezz’ora all’interno di una chiesa di Merano che ho scoperto essere aperta. Niente pubblicità, niente rivendicazioni. Una meditazione, o se preferite una pratica. Così sono nati i Canti dal Silenzio. “Andare”, per esempio, l’ho scritto riflettendo il senso della breve camminata fatta da casa mia alla chiesa, ogni mattina, per un mese e mezzo».
Si notava l’importanza dello spazio nel movimento sonoro e si “contrappuntava” in modo immaginario con la voce (Interludio alla voce di Roberta Dapunt) in un vero affascinante dialogo col violino. (Ricordiamo che la poetessa Roberta Dapunt, nata a Badia, dove vive e lavora, ha pubblicato OscuraMente (1993) La carezzata mela (1999) e La terra più del Paradiso (2008) e altro). Risaltava il pezzo interessantissimo Segno con pause e armonici assai evocativo, lento, poi mosso e continuum. Seguivano Andare vertiginoso, Taglio vivaldiano molto bene eseguito, Memento Gori diabolico, e poi sempre con vertigine Sensa Sciou, Improvvisazione e Cura ragionando.
Poi seguiva il compositore barocco Domenico Gabrielli (1650-1690) Ricercare primo per violoncello trascritto in modo molto coinvolgente, che faceva parte della triade barocca al centro del programma. Si aggiungeva la ricerca musicologica coll’interessante Manoscritto di Kroměříž (1672) Giga e Variatio, brano mosso e antico.
Si stagliava poi un Double di Johann Sebastian Bach (1685-1750), dalla Partita per violino solo n. 1 BWV 1002 dal senso eterno. La Partita in si minore si nota perché ad ogni ballo segue il suo Double che corrisponde ad una variazione sul basso fondamentale di ogni danza. Bach scrive per violino tenendo sempre presente la polifonia e la complessità del disegno che a volte improvvisava, ed ha influenzato Fera. Il principio della variazione che si trova nei Doubles è in un libero arabesco tra le tonalità della danza precedente.
Si ritornava alle opere del compositore Fera con Ninna per Olga eseguito in modo cullante e grazioso e All’intorno che, presentato con vivacità e variegato, echeggiava come una danza popolare irlandese. Poi seguiva un continuum rievocativo di panorami meravigliosi, eseguito in modo nitido, chiarissimo e brillante. Ancora, Mnemo accordale che ricordava Vivaldi e riempiva lo spazio sonoro, poi vi erano ripetizioni minimaliste e l’impronta di Bach e musica popolare con glissez, un momento vivo ma più triste e coda, brano realizzato in modo imponente. E per finire la curiosa Aframunda, brano finaleesotico e lontano.
Una ricercata commistione di contemporaneo e barocco che toccava particolarmente all’ascolto e fondamentale era il richiamo alla voce, come dal titolo dato alla serata. L’autore sapeva entrare in una dimensione narrativa e via via incantatoria che ha toccato il pubblico. Il concerto si è distinto per l’originalità e versatilità dell’artista che ha disegnato con le note un percorso indimenticabile e raffinato in una sorta di tempo ritrovato. Risultava il suono nitido e con attenzione agli elementi sonori ed ai vuoti, seguendo i moti dell’animo.
Il violinista aspira ad un suono magico in dialogo con l’ascoltatore, da ottenersi con lo studio profondo e l’innovazione creativa. La performance va oltre i limiti del concerto per il suo contenuto biografico. Fra l’altro Fera ha studiato in orchestra, in ensemble da camera, di musica per il teatro, unendo anche musiche popolari e barocche, usando strumenti originali.
L’autore afferma: «La musica si apre su varie dimensioni della vita: l’operato da musicista cerca un “paesaggio sonoro”, personale e disteso nelle estasi temporali». In questo ricercare si muove sia come compositore, che come interprete. Ricordiamo che è anche direttore artistico e musicale dell’Ensemble Conductus, che ha fondato nel 1999, e direttore artistico della stagione Sonora. È inoltre responsabile delle attività musicali di Merano Arte. Il compositore paragona il silenzio alla ricerca dell’essere e in solitudine. Attraverso lo strumento e una narrazione autobiografica ed introspettiva offre un punto di vista privilegiato, personalizzato e ricorda l’importanza delle pause nel teatro e nel fraseggio musicale, richiamando il Canto sospeso di Luigi Nono. Dunque un ciclo di propri brani per violino solo dove «l’atto del comporre dal nulla e l’interpretare sono fare un dono e quasi uno scambio con gli ascoltatori» (M.Fera).
Il violinista ha proposto un bis romantico con una sua improvvisazione ricca di “armonici”, effetti ed affetti coerente con un orizzonte temporale heideggeriano con l’esser per la morte e rammenta la filosofia di Husserl, con la musica che fa vivere il tempo come coscienza.
Recensione di Barbara Baroni
MantovaMusica – Eterotopie, Tempio di San Sebastiano, 18 settembre 2025
Foto Guido Mario Pavesi
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