Di Diego Tripodi. Bologna: chiarezza di idee per Daniele Rustioni sul podio dell’Orchestra del Teatro Comunale.

L’ultima sera d’estate conserva un’aria tiepida, ostinatamente vacanziera, a fronte di una ripartenza settembrina che da settimane ha richiamato la città alle sue opere usuali. Riparte la città, ripartono i suoi operosi abitanti, ripartono anche le iniziative che ne allietano le sere ancora inebriate di quel fascino estivo. Fra le maggiori, si segnala l’attività della Fondazione Musica Insieme che, per il quarto anno consecutivo, si fa promotrice del Festival Respighi con una dozzina di appuntamenti disseminati lungo il prossimo mese, dedicati naturalmente al compositore bolognese, ma anche ai suoi compagni di strada più prossimi, generazione dell’ ’80 in primis.

La serata inaugurale della nuova edizione puntava in alto, essendosi organizzato un grande concerto sinfonico che doveva avere in Zubin Mehta la sua punta di diamante: purtroppo, un’indisposizione ha negato ai bolognesi la presenza del grande maestro che, ad ogni modo, da Los Angeles ha benedetto l’iniziativa benevolmente con un grande in bocca al lupo.

In ogni caso, il podio non è rimasto vacante a lungo e a rispondere con prontezza ed entusiasmo alla chiamata è stato il milanese Daniele Rustioni, che ha aperto il Festival alla guida dell’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna, domenica 21 settembre al Teatro Manzoni.

L’incipit, come da etichetta, ha visto autorità e organizzatori prendere la parola, a onor del vero – gliene si dia merito – con interventi brevi: sicché in rapida successione sono intervenuti il Sindaco Matteo Lepore, l’ideatore e Direttore Artistico del Festival Respighi Maurizio Scardovi, la Presidente di Musica Insieme Alessandra Scardovi, Elisabetta Riva e Pierangelo Conte, rispettivamente nuovi Sovrintendente e Direttore artistico del Teatro Comunale; tutti si sono spesi a vantare l’impegno per una simile serata e specialmente la sinergia storica fra Fondazione e Teatro, ora più che mai viva e fruttuosa nel segno di Respighi, la cui figura – com’è stato ricordato – è presenza familiare al teatro, sia internamente che esternamente ad esso (ossia come busto in bella vista nel foyer e come titolazione dell’adiacente largo).

In programma naturalmente vi era Respighi, ma nell’accostamento – forse – più “scomodo” che potesse capitargli: Igor Stravinskij. Di entrambi gli autori veniva poi presentata orgogliosamente la summa e a ragione, considerando quanto ci si può aspettare da un concerto inaugurale: nientepopodimeno che Le Sacre du printemps e  le Fontane e i Pini di Roma dalla Trilogia romana.
Due allievi di Rimskij-Korsakov, due strade diverse. Le Sacre, com’è noto, è una pietra miliare incomparabile, un’apparizione divenuta oggetto di culto ed eletta a fondazione del ‘900 musicale: la sua leggenda, oltre ad affondare in una scandalosa prima, si nutre nella meraviglia di un perfetto equilibrio (ancorché tentato dalla mostruosità) fra provocazione e conservazione, giocate sui terreni integrati di ritmo, armonia e soluzioni strumentali.

Dal canto loro i due poemi sinfonici respighiani, nonostante siano abbastanza diversi e  distanti nel tempo (fanno parte di una trilogia, con Feste romane, più ideale/tematica che concreta), rappresentano l’ammissione splendida, e a suo modo spavalda, di conclusioni che partono da assunti di base assai simili a quelli stravinskiani: modalità, popolarità, ricerca timbrica. Tuttavia, il maestro bolognese li sviluppa con una personalità e una grandezza che li distanzia sostanzialmente dal maestro russo, proponendo validissime alternative: la modalità rinasce come suggestione dal gusto archeologico invece che etnico, il popolaresco ha un suono di borgata e non campagnolo, lo studio sul colore trova nella risonanza e nella nitidezza, meno che nella percussività, nel graffio, nella grumaglia, una ragione di originalità.

Saremo sinceri, il concerto è stato superiore alle nostre aspettative. Il maestro Rustioni ha esibito una direzione pulita, da cui trapelavano idee molto chiare, fra cui, ci è sembrato, una concertazione sempre adeguata, senza mai una patina, mai un cliché. In Stravinskij è stato un buon condottiero che con destrezza fa di tutto per fare stare a loro agio i propri uomini e, ad esempio (lungi da essere motivo di biasimo) con tempi comodi ha coadiuvato l’orchestra in quel percorso ad ostacoli che è Le Sacre, specie in riferimento alla ben nota volubilità metrica.

Dal canto suo, aitante la risposta dell’orchestra, che restituiva un senso diffuso di convinzione e, non lo escludiamo, di sano divertimento (nel senso più serio del termine).
“Ci hanno spettinato” è stato il commento della nostra vicina di seduta, una neofita (che bello incontrarne) totalmente ignara della possanza stravinskiana.

Un suono più bello, forse giocoforza o forse solo perché tutto era ormai in ascesa, l’Orchestra del TCBO ha guadagnato nelle pagine del “padrone di casa”, si trattasse della nuance simil impressionista di molti passaggi di Fontane che della brillantezza di Pini, dove proprio anche certo stravinskismo (ma forse più petrouchkiano che da Sacre) si fa sentire; fino al travolgente climax finale, in cui, circondati dal boato delle buccine e dal pestare delle caligae, anche la spazializzazione delle fanfare sulle balconate della platea superiore è parsa riuscita (almeno per noi privilegiato pubblico della platea sottostante).

In definitiva un buon inizio per il festival bolognese e una prova felicemente superata per la compagine cittadina, che, ci auspichiamo, possa confrontarsi sempre di più col repertorio novecentesco. È stato perciò più che giusto il tempo che ad ogni battimano Rustioni si è preso per indirizzare minutamente i meritati applausi ai vari professori d’orchestra.

Recensione di Diego Tripodi
Bologna, Festival Respighi, Teatro Manzoni 21 settembre 2025
Immagini: foto © Andrea Ranzi

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