Di Maria Luisa Abate. Busseto, Festival Verdi: streghe/Parche cuciono il destino degli uomini con un filo su una foglia. Filo drammatico teso dal podio.

Vaticinio. Vaticinio. Vaticinio. La scritta luminosa scandisce varie scene e la parola torna ripetutamente a ricordare che sul brumoso e paludoso angolo di Scozia ricreato a Busseto incombe una profezia. Lady Macbeth resta la stratega terrena degli eventi, ma sopra di lei il regista colloca le streghe e il loro potere malefico di decidere le sorti degli uomini.

Macbeth è un titolo ricorrente al Festival Verdi, dove viene spesso rappresentato nelle sue diverse versioni, al Regio di Parma o, come in questo caso, nel cuore delle Terre Verdiane, in quel gioiellino del Teatro Verdi di Busseto che è giunto fino a noi con tutto il suo carico di autentiche emozioni ottocentesche. Se deciderete di prendere il comodissimo bus navetta, vi troverete per lo più in compagnia di stranieri giunti da ogni parte del mondo in laico pellegrinaggio verdiano.

Potrebbe anche capitarvi di sedere a fianco di una gentile signora americana di San Francisco di origini asiatiche, che con le stelline negli occhi vi racconterà di non essere in generica visita turistica in Italia, ma di aver preso appositamente un aereo il venerdì per poter assistere alle diverse opere programmate nel week-end, per poi ripartire lunedì mattina per gli Usa. Ovviamente non senza aver prenotato un tour mattutino a Le Roncole (paese natio del Maestro, oggi ribattezzato ufficialmente Roncole Verdi). La vedrete fotografare il tramonto color arancio, i campi coltivati fino al limite dell’orizzonte e perfino i cartelli stradali, chiedendovi al culmine dell’emozione se si sia giunti proprio a Busseto, P-au-s-s-e-t-t-o è lo spelling dalla simpatia contagiosa. E poi, la notte, al termine della recita, la vedrete reimbarcarsi sul pullman in visibilio, ripetendo wonderful, wonderful… La situazione evidenzia un paradosso tutto italiano: l’avere così tanta arte, così tanta cultura, così tanta musica da darle spesso per scontate o, peggio, sottovalutarle. Da non renderci conto che c’è chi non esita a percorrere 9500 chilometri con un volo di dieci ore, e idem al ritorno, per godere per soli tre giorni della nostra migliore italianità: l’opera. Quella che il mondo ha riconosciuto come patrimonio immateriale Unesco e che in Italia non è materia scolastica. Ma all’estero sì…
Meglio concentrarci sull’allestimento visto.

Al Festival Verdi 2025 Macbeth è stato eseguito nella stesura del 1847, quella che debuttò alla Pergola di Firenze. A essere messa in scena è stata la visione registica di Manuel Renga, coadiuvato da Emanuele Agliati alle luci plastiche ricche di tagli e controluce, e da Aurelio Colombo disegnatore sia degli eleganti costumi senza tempo (dai colori simil “Armani”) sia della scenografia. Se qualcuno si fosse mai chiesto perché la sede che accoglie l’orchestra si chiami buca, ha qui trovato una spiegazione! Ci sia perdonata l’innocente facezia, utile per descrivere un impianto scenografico che ha occupato parte della piccolissima platea di questo meraviglioso ma minuscolo teatro, protendendo in avanti il palcoscenico tramite due passerelle laterali rialzate all’altezza del prim’ordine di palchi, che si ricongiungevano sul davanti e contornavano l’orchestra trovatasi per l’appunto in una buca. Escamotage che ha fatto pensare al baratro dove stava sprofondando la psiche di Macbeth e della Lady, tuttavia attorialmente poco sfruttato e che ha richiesto il sacrificio di molte delle esigue poltroncine a disposizione del pubblico. Il motivo è validissimo: a Busseto tutto è speciale e il fascino è davvero unico, davvero irripetibile. Qui la fantasia registica deve necessariamente scatenarsi nel reinventare anche gli spazi, oltre all’attorialità.

Altro escamotage, la “stanza” rialzata al centro del palco, che avanzava e si ritraeva all’occorrenza. In questa, un orologio a pendolo ha dato consistenza visiva al concetto di tempo. Il regista infatti aveva preannunciato una dimensione astratta dei 17 anni shakespeariani in cui si svolge la vicenda. Renga ha quindi fatto riferimento alla mente di Macbeth e Lady intesa come luogo e come tempo, entrambi scuri, misteriosi, spaventosi.  

Renga ha imbastito la sua regia attorno alla parola “vaticinio” mostrando le streghe intente a tessere le loro trame su foglie. Forse come faceva la Sibilla (cavillo botanico: la cumana usava foglie lanceolate di alloro, queste erano palmate come quelle di vite, simbolo della vita), ma più probabilmente ispirandosi ad altri personaggi della mitologia. La foglia argentea, frammento della foresta di Birnam che prenderà a muoversi (per il regista non fronde ma spade) determinando la fine della permanenza del re sul trono di Scozia, sarà dalle streghe infilzata con ago e un filo lunghissimo pronto a dipanarsi. Le streghe quindi come la declinazione infernale delle tre Parche: Cloto, che iniziava a filare la vita, Lachesi che ne stabiliva la durata (le foglie cadute in una scena autunnale durante il coro Patria oppressa) e Atropo che tagliava il filo determinando la morte (una foglia posata sul terreno quando Banco è stato ucciso, che poi Macbeth ha raccolto da terra per mettersela sotto la giacca, all’altezza del cuore). 

Questo è un piccolo esempio dei molti intelligenti e significativi, mai criptici, spunti registici, tra cui vanno annoverati alcuni personaggi pudicamente ignudi, come i morti in battaglia depredati delle loro vesti, o come la figura che portava sul capo una corona di rami secchi, o ancora quella che veniva ingabbiata e, alla gabbia, appesi diversi oggetti simbolici. L’intuizione più riuscita, più significante, ha riguardato la bacinella in cui Lady e consorte si sono lavati le mani sporche di sangue rosso che si è tramutato in una sostanza nera corvina appiccicatasi sulla pelle come un marchio, espandendosi progressivamente fino alle braccia: “E mai pulire queste mani io non saprò?”, canta.

A essere eseguita è stata l’edizione critica a cura di David Lawton, The University of Chicago Press e Casa Ricordi. In testa all’Orchestra Giovanile Italiana, il cui suono dalla suddetta buca si espandeva ottimamente, uno stratosferico Francesco Lanzillotta che ha riscosso l’entusiasmo anche del pubblico più esigente con una lettura attenta sia alle voci sia alle inquietanti atmosfere verdiane. Senza dimenticare Shakespeare, perché il suo studio sulla partitura è sfociato in uno scavo psicologico dei personaggi; lo stesso operato da Verdi attraverso una gamma di colori, di timbri, di netti chiaroscuri e di indicazioni di tempo che Lanzillotta non ha sottaciuto, intervenendovi anche, ad esempio nei frequenti “puntati”. Ricca quindi di rimandi, la splendida accentuazione della natura cupa, ferrigna, potentemente evocativa dell’opera, con dinamiche e timbriche angoscianti e misteriose, oscure e spaventose, e mantenendo in costante tensione il filo drammatico. Quello stesso teso simultaneamente dalla regia, in comunione di intenti.

Nel ruolo del titolo era Vito Priante, baritono laureato in letteratura francese e tedesca. Una formazione accademica ad ampio raggio che si è sentita e gli ha permesso un’attenta scansione psicologica di Macbeth, incentrata sui suoi rodimenti interiori, sulle sue paure e insicurezze, sulla fragilità di uomo. Con la voce omogenea in tutti i registri e capace di intensità drammatica, e con il fraseggio accurato, Priante ha tornito sia la nota verdiana che la parola shakespeariana. L’interpretazione è stata quindi completa.

Come è noto, deus ex machina, reale protagonista shakespeariana e verdiana, è Lady Macbeth, impersonata da Marily Santoro, voce potentissima che il soprano non ha risparmiato pur trovandosi in una sala di così piccole dimensioni. E ha fatto bene, perché Busseto, proprio per le distanze ridotte che non perdonano nulla, costituisce un importante banco di prova in cui sfoggiare tutte le proprie qualità. Potenza unita alla capacità di ammorbidire o rendere tagliente il suono, oltre che di sfoderare la duttilità necessaria a superare con successo i passi più impervi della partitura, che ha trovato contraltare in una presenza scenica catalizzatrice.  

Tonda, autorevole, calda come cashmere, la vocalità del basso Adolfo Corrado, un Banco nobile ed elegante, di pregnante presenza scenica improntata alla riflessione intimistica sul personaggio. La sua innata musicalità è stata acuita dal fraseggio e dall’accorto controllo dinamico: a nostro modesto parere, il migliore del cast.

Matteo Roma si è fatto apprezzare nelle vesti di Macduff per la voce tenorile ben protesa soprattutto nel registro acuto, che trarrebbe ulteriore merito da qualche piccola limatina.
Valido e ben preparato, il gruppo di ex allievi dell’Accademia Verdiana, iniziando dal tenore Francesco Congiu che ha sostenuto con slancio l’impegnativo ruolo di Malcolm, e dalla voce squillante e dalla bella presenza (che non guasta mai) del soprano Melissa D’Ottavi Dama di Lady Macbeth; e poi i bravi Emil Abdullaiev, Medico, e Matteo Pietrapiana nel triplice impegno di DomesticoSicarioPrima apparizione
Ben inserita nell’insieme anche Caterina Premori, Seconda e Terza apparizione.

Infine, figure sostanziali per il disegno registico, un sincero bravo va ai mimi / ballerini che si sono mossi su coreografie di Paola Lattanzi.
Nota di merito a Martino Faggiani che ha curato la preparazione del Coro del Teatro Regio di Parma, notevole in ogni suo intervento, dalle streghe sottilmente malefiche, a un “Patria oppressa” realmente toccante.

Unica nota stonata, la bandiera palestinese stesa al termine sulla passerella, a minare la libera scelta di chi a teatro vorrebbe solo godersi lo spettacolo e magari potrebbe anche pensarla diversamente: democrazia dovrebbe essere rispetto di tutti e parola data a tutti.

Recensione di Maria Luisa Abate
Teatro Verdi di Busseto (Parma), Festival Verdi, 9 ottobre 2025
Foto Roberto Ricci

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