Di Nadia Giori. Venezia, Arsenale e Giardini: progetti innovativi che guardano all’ambiente e puntano a risolvere problemi reali.  

Visitare la Biennale di Architettura è sempre molto più di un semplice giro tra padiglioni e questa edizione si è confermata tale. Il visitatore è spinto a rimettere in discussione ciò che crede di sapere sull’architettura, su come viviamo gli spazi e su come potremmo viverli in futuro. L’architettura è spesso percepita come ancorata al passato e alla tradizione, e quando noi pensiamo a questa disciplina abbiamo un’immagine ben precisa nella nostra mente che fa affiorare i monumentali templi antichi, i sontuosi palazzi rinascimentali o i più recenti palazzi novecenteschi, già proiettati verso il design.

Qui si mostra invece in maniera completamente diversa, capace di inglobare contributi derivanti non solo dall’arte, ma anche dall’ingegneria, dalla biologia e dalla tecnologia. Questo porta alla realizzazione di una serie di progetti che appaiono innovativi dal punto di vista estetico e funzionale, ma che puntano esplicitamente a ridurre l’impatto ambientale, a rigenerare territori, a rispondere a problemi reali.

Il titolo di quest’anno è “Intelligens. Naturale. Artificiale. Collettiva.” (vedi qui) e racchiude perfettamente il senso di questa edizione. Il gioco di parole con “gens”, sottolineato nel titolo, richiama l’idea di una comunità, di un popolo, di un’umanità che deve ripartire da sé stessa per affrontare le sfide del presente e del futuro. La collettività è l’unico vero motore di cambiamento: nessuna rivoluzione architettonica è possibile senza coinvolgere le persone che quegli spazi li abitano, li vivono, li trasformano.

Il padiglione dell’Austria mette al centro le politiche abitative e apre il dibattito sull’emergenza di trovare un compromesso tra speculazione edilizia e diritto alla casa. In questo spazio vengono proposti progetti virtuosi, come quello della città di Vienna, che hanno provato a risolvere questo problema sociale che affligge sempre più città nel mondo.

Uno degli aspetti più affascinanti di questa Biennale è anche il dialogo tra due visioni apparentemente opposte ma in realtà complementari. Da un lato, progetti ipertecnologici che si affidano all’intelligenza artificiale e a materiali futuristici; dall’altro, un ritorno alle origini, alla saggezza delle culture indigene e alle tecniche costruttive più antiche, note all’Uomo fin dalla Preistoria.

Il padiglione del Messico, ad esempio, propone abitazioni costruite con terra cruda e canne locali, in un dialogo diretto con il paesaggio, il clima e le tradizioni delle popolazioni indigene. Nella direzione opposta va il progetto presentato dal Giappone che indaga sull’intelligenza artificiale generativa e sul suo sempre più importante contributo nella progettazione architettonica, dando spazio però anche a una riflessione su ciò che questo potrebbe comportare in futuro.
Queste due visioni non si escludono a vicenda: si incontrano, si completano, si rafforzano. La tecnologia non cancella la tradizione, ma può aiutarla a sopravvivere, a rinnovarsi e a diventare più accessibile.

Quello che emerge dalla visita alla Biennale di quest’anno è che l’architettura non ha tutte le risposte, ma può porre le domande giuste. E può suggerire nuove strade, magari imperfette, magari utopiche, ma pur sempre percorribili. Vedere che esistono visioni concrete, multidisciplinari e soprattutto umane, fa pensare che un altro futuro sia possibile e che, in parte, lo si stia già costruendo.

Di Nadia Giori
Venezia, Biennale Architettura, Arsenale e Giardini ottobre 2025
Foto installation view N.G.

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