Di Maria Luisa Abate. Mantova Teatro: Stefano Massini porta in teatro l’ascesa di uno degli uomini più ricchi e potenti al mondo.
«C’era una volta l’uomo. Creatura terrestre attaccata al suolo per forza di gravità. Poi qualcuno, nella notte dei tempi, salì su un albero. Era nato il piano verticale. Esiste un uomo per cui conta solo il piano verticale. Un uomo chiamato New York». Inizia con questa “traccia programmatica” relata al celebre magnate immobiliarista, lo spettacolo “Donald: storia più che leggenda”, dal titolo estremamente indicativo. Infatti uno dei molti pregi dello spettacolo confezionato da Stefano Massini è stata l’oggettività narrativa, pur attorniata da frequenti sorrisetti divertiti. Ma la storia degli esordi di vita e imprenditoriali dell’attuale Presidente USA si è mantenuta entro binari documentati, romanzati nella sola forma, visti con sguardo critico. Insomma una storia vera, non supposta o favoleggiata.

Questa è la cifra stilistica di Massini, non a caso uno dei più grandi protagonisti contemporanei in ambito italiano e internazionale, dove giganteggia come attore, come regista e soprattutto come drammaturgo e scrittore. Massini vanta una solidissima e poliedrica preparazione: è laureato in lettere antiche, ha fatto esperienze importanti nel teatro lirico e di prosa, ha all’attivo best-sellers tradotti in molte lingue, ha ricevuto due Premi UBU e cinque Tony Award (più otto candidature) essendo il primo italiano a vincere questo riconoscimento, che equivale all’Oscar del teatro, per il suo Lehman Trilogy (cerimonia dei Tony Award vedi qui). Da tempo affronta argomenti scottanti e personaggi “scomodi”: ricordiamo, ad esempio, l’intervento incentrato su Mein Kampf e la follia di Hitler che fece a Mantova nel settembre 2024, a Festivaletteratura (leggi qui il resoconto) portato poi in teatro. In quella occasione la sua motivazione era sacrosanta: tutti esecrano il libro scritto dal Führer, ma qualcuno lo ha letto per davvero? L’informazione storica è alla base di qualsivoglia giudizio.
Similmente in questa occasione, con sguardo da investigatore che vuole risalire al perché delle cose, ha indagato il “fenomeno” Trump. Non il politico, non il Presidente degli Stati Uniti d’America, ma un uomo nato in periferia e divenuto miliardario, che ha fatto della sua persona un “marchio”. Si è infatti concluso nel momento del primo pensiero di entrare in politica, lo spettacolo teatrale tratto da un famoso libro scritto dallo stesso Massini e inscenato in anteprima nazionale come titolo inaugurale della sezione di prosa di Mantova Teatro, stagione promossa dalla Fondazione Artioli.

Già dall’incipit che abbiamo sopra riportato, si è intuita la caratura stilistica dell’autore: eccellente drammaturgo, eccellente attore, eccellente regista. Il funzionale impianto scenico (di Paolo di Benedetto, disegno luci Manuel Frenda, costumi Elena Bianchini) per la prima parte della pièce è sembrato apparentemente spoglio, presentando alcuni gradoni grigi da salire, o da scalare per arrivare al successo. I gradoni si sono aperti e scomposti mostrando una serie di scritte e infine sono andati a comporre un piccolo grattacielo. Similmente, in un bel crescendo, si è dispiegato il monologo, in cui Massini non era solo sul palco, attorniato da un piccolo talentuoso ensemble (Valerio Mazzoni, Sergio Aloisio Rizzo, Jacopo Rugiadi, Gabriele Stoppa) che, su musiche di Enrico Fink ha svolto funzione dialogante, oltre che aver suggerito le atmosfere newyorkesi, tra ritmi jazz, malinconie blues, passi di swing.

La storia ha avuto inizio alle ore 12.37 del 14 giugno 1946, al 5845 di Wareham Place, nel sobborgo del Queens. Via e numero civico torneranno a essere ripetuti come una nenia assieme ad altre parole “chiave”, come fossero una predizione del destino. Perché il destino di ciascuno è scritto in un insieme di elementi, alcuni casuali altri perseguiti. Quarto di cinque figli, accudito dalla governante miss Bennet, il piccolo Donald aveva una chioma bionda come l’oro. Aveva convinto i compagni di classe a consegnarli banconote da dieci dollari che pagava due (dato che a scuola avevano insegnato che lo zero non vale nulla, aveva fatto credere loro che le banconote da dieci dollari valessero come quelle da un dollaro) ed era esplicitamente critico verso il preside, il quale si chiedeva se un giorno si sarebbe riusciti a domare l’esuberante ragazzo. Venne il primo ufficio con, addirittura, una scrivania e un telefono, poi il primo azzardato investimento immobiliare nel New Swifton Village e su su su fino ad arrivare a vedere il panorama di Manhattan dai 202 metri di altezza della Trump Tower.
Il ritmo dello spettacolo è filato oliatissimo. A un certo punto, la zampata del leone attorial-registico-drammaturgica e la nostra attenzione di spettatrice si è spostata da Donald a Stefano, dal soggetto all’autore. A un certo punto Massini si è giustamente preso il ruolo protagonistico con maestria nel reggere la scena e nel gestirla in parallelo a musica scene luci, in un continuo crescendo delle inflessioni della voce e dell’espressività gestuale. Lasciando sempre che il focus rimanesse sul personaggio Donald, intelligentemente astenendosi dall’esprimere giudizi. Certo, taluni toni erano ironici, altri grotteschi, come da previsione. A un certo punto ha paragonato Trump a Custer che riuscì a passare alla storia come generale anche se era tenente colonnello. Non importa se le cose sono vere oppure no: basta che gli altri ci credano.

A Massini è interessato principalmente mostrare il meccanismo grazie al quale un uomo nato in una famiglia modesta è diventato uno dei più ricchi e potenti al mondo. Un uomo inteso come specchio fedele della società odierna, dove l’apparire conta più che l’essere, dove non esiste distinzione tra la persona e la costruzione del personaggio pubblico.
Un autentico self made man, che ha plasmato il suo successo con le proprie mani, lo ha visto crollare miseramente e sulle rovine, assumendosi rischi e azzardi, ha caparbiamente ricostruito un impero. E più saliva, come i piani di un grattacielo, più si ritrovava solo, terribilmente solo.
«Siamo soliti invocare Dio per avere la felicità». Oggi un contemporaneo dio dell’Olimpo sta su un grattacielo della Fifth Avenue, e da lassù ci guarda. «Solo chi è solo non resta mai solo. La solitudine è un talento».
Recensione di Maria Luisa Abate
Mantova Teatro, Teatro Sociale, 12 ottobre 2025
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