Di Maria Luisa Abate. Parma, debutto assoluto al Festival Verdi: l’indifferenza dell’Uomo verso la Madre prossima alla fine.
It’s time. It’s time. It’s time. Sprazzi fiochi di luci rischiarano di poco il buio, silenzi e voci, suoni e rumori che rimbombano, danza recitazione e canto intonato sulle dissonanze compongono quella che non esitiamo a definire un’esperienza immersiva. È giunto il tempo, ma quale? Il nostro tempo, l’ora suprema dell’umanità indifferente all’approssimarsi della fine dell’habitat che ci dà la vita. Fin dall’ingresso del pubblico e anche durante l’uscita, il Teatro Farnese era immerso nell’oscurità tanto da non riuscire a distinguerne la splendida struttura lignea: avremmo potuto trovarci in qualsiasi luogo-non-luogo. Gli effetti sonori elettronici (Rim e sound design di Davide Bardi) giungevano da ogni parte, avvolgendo gli spettatori con un sistema di ottofonia (molto semplicemente, otto diversi altoparlanti) e proiettandoli in una dimensione altra, solo apparentemente atemporale, in realtà ancorata al tempo della Terra che sta per scadere.

Il Festival Verdi di Parma è molto attento sia alla tradizione sia alla musica d’oggi ed è in prima linea nel proiettare nel futuro la grande eredità lasciata dal maestro Giuseppe Verdi, instaurando relazioni e confronti, a volte audaci, senza avere paura di affrontare rischi calcolati. Perché della verdianità più autentica sopravvive la forza propulsiva d’una ricerca musicale, e più in generale teatrale, spinta sempre in avanti, propagando in ogni direzione quelle “Ramificazioni” che danno il nome alla sezione dal Festival specificamente dedicata alle composizioni contemporanee e che quest’anno ha visto ben quattro nuove produzioni (recensione Timon Études vedi qui).

Nell’ambito del progetto “Gradus in scena” di Reggio-Parma Festival, ha debuttato in prima assoluta “89 Seconds to Midnight”, opera per soprano, controtenore, euphonium, tuba ed elettronica (musica di Maria Vincenza Cabizza libretto e regia di Lisa Capaccioli). La parola ‘spettacolo’ in questa circostanza sarebbe riduttiva e perfino fuorviante. Parliamo quindi di una esperienza visiva-uditiva-sensoriale che ha unito effetti acustici artefatti a stralci strumentali suonati dal vivo da due musiciste/danzatrici/attrici, a voci liriche che hanno seguito canoni contemporanei, alla danza rivelatasi elemento narrativo fondamentale e, non ultima, alla forma recitata ed espressiva del teatro. Difficile e complicato da seguire e capire? Assolutamente no, anzi coinvolgente e intuitivo, e questo è stato uno dei suoi pregi.
Scaricando una app, gli spettatori hanno potuto seguire le parole, in diversi momenti di difficile intelligibilità. Tuttavia la comprensione solo parziale dell’eloquio riteniamo fosse uno degli stimoli e degli elementi portanti di questa mise-en-scène. Così abbiamo presto rinunciato alle “sovrascritte” sul cellulare per abbandonarci totalmente all’effetto di straniamento che aveva pervaso l’ambiente.
“Ramificazioni”, dicevamo chiamarsi questa sezione del Festival Verdi. E al centro dello spazio scenico, delimitato da una bassa pedana, stava un grande albero morto (scene, costumi e contributi video di Francesca Sgariboldi, luci di Andrea Borelli) con i rami secchi spezzati e le radici aggrovigliate e ramificate tenacemente nel terreno, a indicare un’emergenza: la vulnerabilità dell’ambiente prossimo alla fine, ormai senza speranza. L’aridità della pianta era l’aridità dell’uomo: la sua mancanza sia di responsabilità verso i suoi simili, sia di coscienza verso la Terra, dove vagavano individui dai sentimenti prosciugati, rinsecchiti come rami morti.

Dopo un viaggio estenuante, sono giunti nei pressi del grande albero una madre e un figlio, lei issata sulle spalle di lui a formare inizialmente un’unica creatura fantastica, un poco ferina. Il giovane, seguendo un rituale atavico, era lì per abbandonare a un destino di morte in solitudine la donna, anziana e quindi diventata inutile per la società. L’abbiamo identificata con la nostra genitrice, Madre Terra o Madre Natura, con Gea e Tellus, con le divinità che hanno costellato le ataviche credenze di ogni popolo, da Pachamama sulle Ande a Ki per i Sumeri, da Kunapipi per gli Aborigeni a Ix Chel per i Maya, fino al Giappone scintoista di Izanami, invocata anche in Madama Butterfly di Puccini (assieme ad altre tre divinità) e così via nella mitologia di molte popolazioni del vecchio Continente, soprattutto nordiche. Quella Madre che ha dato la vita a tutti noi, che poi, come il protagonista senza nome di questa nuova opera, l’abbiamo abbandonata al suo destino senza alcun senso di colpa, con indifferenza.
L’idea autorale ci è parsa aver ricalcato ciò che sosteneva Erich Neumann, psicologo e filosofo tedesco vissuto nella prima metà del Novecento, secondo cui la Grande Madre è la signora del tempo e dello sviluppo e crescita della vita, ed è anche «una dea lunare, poiché la luna e il cielo notturno sono le manifestazioni evidenti e visibili della temporalità del cosmo; ed è la Luna, non il Sole, il cronometro dell’era primordiale». E aggiungeva che l’acqua, fonte di vita, rappresenta il fluire del tempo.

La montagna immersa nella semioscurità rischiarata dalle “lune” tecnologiche dei faretti, desertica sassosa e ormai sterile, era abitata da tre presenze magiche che hanno ripetuto a intervalli ciclici It’s time, come un mantra apocalittico (le multidisciplinari Daisy Ransom Phillips, danzatrice e Strega 1 oltre che coreografa, Marina Boselli euphonium e Strega 2, Fanny Meteier tuba e Strega 3). La loro presenza era angosciante perché, con il loro monito assimilabile al latino memento mori, hanno ricordato che il terribile rito stava per giungere al culmine. Proprio per questo, le streghe erano elementi naturali aventi la funzione di incarnare ciò che è predestinato, il compito di traghettare i viaggiatori verso un destino in attesa di compiersi.

Dialoghi e canti sono suonati a volte enigmatici, altre volte espliciti, sempre telegrafici. Le voci del soprano Maria Eleonora Caminada (Madre) e del controtenore Danilo Pastore (Figlio),hannounito canto e recitazione sovrapposti spesso nel medesimo lamento, giostrando la voce su toni studiatamente striduli, irreali. Grida che si sono spente sul nascere, invocazioni che sono sgocciolate sul terreno riarso come acqua che avrebbe potuto, forse voluto, rigenerare senza però riuscirvi. La pianta resterà secca perché le parole anziché irrigare sono evaporate nell’aria, nel buio, nel vuoto, nel nulla.
Ha avuto inizio il count-down e la voce impersonale del Doomsday Clock (immaginario orologio dell’apocalisse inventato nel 1947 dagli scienziati dell’Università di Chicago) ha iniziato a scandire gli eighty-nine seconds mancanti alla mezzanotte. Che non è coincisa con il termine di questa esperienza immersiva che è proseguita oltre il conto alla rovescia, né con le 12 p.m. degli orologi al polso del pubblico, visto che era molto più presto. Era scoccata la mezzanotte di tenebra dell’Armageddon, della battaglia finale tra Uomo e Pianeta, entrambi vicini all’autodistruzione, accomunati da un destino che li lega indissolubilmente. E forse la data scelta per questo debutto a Parma, un venerdì 17, non è stata casuale ma anch’essa parte dei tanti segnali di sorte incombente che hanno costellato l’idea autorale e registica.

Toccante la scena in cui la madre ha avuto un moto di ribellione al rito e ha urlato disperata di non voler morire al figlio che la guardava impassibile. Invece sarà proprio lui a morire prima di lei, nell’abbraccio inaridente delle radici che continuavano a tenere l’albero avvizzito avvinghiato al terreno. Madre e figlio si sono così trovati uniti nel momento estremo, riuscendo per un attimo, per one second, a sfiorare, ma non afferrare, la capacità di provare dei sentimenti.
L’esperienza teatrale, coraggiosa, ha funzionato. Ogni elemento presentava valore e qualità artistica. Il pubblico era numeroso (per quanto il parterre fosse di non grandi dimensioni) e soddisfatto. Per cui la domanda è: perché le opere contemporanee vengono commissionate, egregiamente realizzate, riscuotono successo e poi vengono replicate raramente? Come mai solo pochissime di esse entrano in repertorio (e questa lo meriterebbe)? Siamo forse giunti a un’apocalisse della musica? Certo che no, e il festival Verdi ce lo ha dimostrato. Ma ancora una volta sta a noi prendere coscienza e agire, perché, come ci ha insegnato Giuseppe Verdi, la musica, il teatro, l’arte non sono solo da ascoltare e osservare: sono habitat vitali per la nostra mente e il nostro spirito e vanno vissuti e salvaguardati come necessità primarie.
Recensione di Maria Luisa Abate
Parma, Teatro Farnese – Festival Verdi 17 ottobre 2025
Foto Roberto Ricci
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