Di Maria Luisa Abate. Parma, Festival Verdi: brillantezza nella regia, brillantezza dal podio, brillantezza nel cast.
Ha funto da sipario l’Union Jack, la bandiera del Regno Unito apertasi su ogni scena, a iniziare dall’Osteria della Giarrettiera il cui pavimento, ingombro di piatti sporchi, ha ceduto sotto la mastodontica mole di Sir John Falstaff.

Il pavimento è restato sempre inclinato, anche quando è diventato il selciato della piazza dove bighellonavano alcuni ragazzi intenti a chattare con i telefonini, tra incroci stradali regolati da semafori; e dove affacciava l’abitazione di Mrs. Alice Ford oltre a una serie di casette sghimbesce che hanno dato un divertente senso di disequilibrio (come la vertigine che si prova entrando nella torretta inclinata del famoso Bosco dei Mostri di Bomarzo). Gli edifici sghembi si sono sollevati a mezz’aria per lasciare spazio al brumoso giardino di Windsor, dove la quercia di Herne, luogo dell’appuntamento dato a Falstaff per burlarsi nuovamente di lui, è stata per bella intuizione registica identificata con il lampadario del Teatro Regio e il brilluccichio delle stelle con le sue gocce di cristallo, moltiplicate anche sul palco (scene di Nikolaus Webern, luci di Giuseppe Di Iorio).

La semplicità, ricercata e ben studiata, è stata la carta vincente dell’allestimento ideato da Jacopo Spirei nel 2017 sempre per il Festival Verdi, e ora riproposto. L’azione temporale è stata spostata in epoca recente dal gradevole miscuglio di abiti dagli anni Sessanta ai giorni nostri (costumi di Silvia Aymonino): dai tubini bon ton delle signore, ai giubbini in pelle e alle minigonne con calze decorate di ragazzi e ragazze, fino agli iper leopardati travestimenti nella scena del bosco, attingendo a quella spigliata inventiva che da Mary Quant in avanti ha contraddistinto le correnti modaiole che dall’Inghilterra si sono espanse in tutto il mondo.
La forza della regia di Spirei sta nell’aver rispettato, rinnovandola, la traccia plurima Shakespeare/Verdi/Boito, ossia quella evoluzione che dal drammaturgo di Stratford e dalle sue Allegre Comari di Windsor, ha portato il compositore e il librettista a scegliere toni ironici pacati, volendo fare di questa non una vera e propria opera buffa ma piuttosto una commedia di caratteri, o di mezzi caratteri. E con tanti personaggi in scena, la differenziazione degli stessi, sempre lodevolmente misurata e mai macchiettistica, è risultata fondamentale sia dal punto di vista attoriale che musicale. Una regia quindi spiritosa, divertente, dal ritmo sempre brillante, in cui tutto è scorso come doveva. Crediamo non ci sia pregio migliore di questo.

Analoga brillantezza ha pervaso la direzione di Michele Spotti che, alla testa della Filarmonica Toscanini in forma smagliante, ha saputo con grazia evidenziare sia le trovate strumentali verdiane deliziosamente ironiche, sia i passaggi smaccatamente ilari, così come le aperture liriche e gli slanci amorosi che caratterizzano la partitura, qui affrontata nell’edizione critica a cura di Gabriele Dotto (The University of Chicago Press e Casa Ricordi). Ciò senza dimenticare i risvolti malinconici che danno spessore alla risibile esteriorità di Falstaff (questi ultimi, portati avanti di pari passo da direttore e regista): un patetico tombeur de femmes in disarmo, capace tutto sommato di incassare le prese in giro, che suscita tristezza per la sua condizione di sir decaduto, sgualcito e trasandato negli abiti come nel profondo della sua persona. Una figura cui Verdi ha musicalmente dato tale duplice anima che abbiamo ritrovato in questa direzione. E con esiti entusiasmanti, per ottenere i quali Spotti ha magistralmente prestato attenzione ai colori e agli accenti, si è soffermato sui contrasti timbrici, ha dato risalto alla natura di commedia di quest’opera, curandone i singoli particolari così come il dipanarsi della narrazione nel suo complesso.
Il risultato non sarebbe stato ottimo senza un cast non solo all’altezza ma anche perfettamente affiatato, con le voci bene assortite, a iniziare da quelle femminili che necessitano di sinergia così come di differenziazione nelle specificità timbriche e interpretative.

Ma andiamo per ordine, iniziando da Sir John Falstaff impersonato da Misha Kiria, dall’adeguato physique du rôle, ovviamente accentuato dal pancione finto di prammatica. Egli ne ha fatto abilmente un anti-eroe, come si diceva tanto risibile quanto intristito; abile nel reggere la scena, favorito da pronuncia e dizione più che lodevoli. Il bagaglio vocale, anch’esso di taglia abbondante (ma in questo caso positivamente) ha permesso al baritono georgiano di giostrare tra inspessimenti e assottigliature, alternando alla voce piena e alla bisogna tonante, falsetti e “sporcature” frequenti, senza cadere in eccessi, fermandosi al punto giusto ossia alla risata suscitata nel pubblico.

Di indubbia qualità il comparto femminile, a iniziare dalle due dame che l’ingrigito, pingue e goffo Falstaff crede di poter conquistare. La prima, Mrs. Alice Ford, una donna borghese in cerca di diversivi per passare il tempo, accetta di fingersi disponibile alle sue avance senza avere mai la reale intenzione di tradire il marito, cui è fedele. Roberta Mantegna le ha dato voce sopranile solida e rilucente, di agevole salita all’acuto, attenta all’espressività del fraseggio. Unita a lei dalla medesima condizione di presunta preda, Mrs. Meg Page aveva il fascino attoriale e la voce calda e pastosa del mezzosoprano Caterina Piva.
Si aggiunge la comare Mrs. Quickly, la molto applaudita Teresa Iervolino, cui la regia ha scrollato di dosso la solita patina di zitella anzianotta (n.d.r. le zitelle anzianotte come la sottoscritta ringraziano) per virare a favore di una donna moderna, libera e padrona della sua vita. Status evidenziato dal mezzosoprano attingendo al fraseggio e alla corposità del mezzo vocale utilizzato con duttilità e sfoggio di appropriate nuances, ben dosato nei volumi e nella proiezione.

Una nota a parte è doveroso riservare alla deliziosa, e destinataria di entusiastici scrosci di applausi, coppia di innamorati rockettari formata da Nannetta, figlia di Alice, e dal tenero e devoto Fenton. I due hanno fatto faville nei duetti, dove le loro voci sono risultate più che perfettamente assortite. Giuliana Gianfaldoni ha fatto di Nannetta un personaggio fresco a attuale, dagli slanci passionali sinonimi di gioventù. Il suo canto era dolcissimo, la sua linea stilistica aggraziata, il timbro cristallino, delicatissimi i filati, e i fiati di una tenuta incredibile, basti pensare alla lunghissima, perlacea, opalescente, evanescente ma ben poggiata “luna” che rinnova il bacio d’amore, il cui ascolto ha realmente emozionato. Il suo caro Fenton, Dave Monaco, che indossava un tradizionale kilt di trasgressiva pelle nera, ha risposto con un timbro limpido e luminoso che ne ha rivelato la formazione belcantista, ha raggiunto la zona acuta agevolmente e altrettanto agevolmente l’ha proiettata, con soave morbidezza e con raro sfoggio di legati.
Protagonista dello scherzo nello scherzo, Ford, il geloso marito di Alice, Alessandro Luongo, bravissimo nell’essere passato dai toni del padre possessivo all’apertura di fiducia nei confronti della figlia e di rispetto per i suoi sentimenti. Vocalità morbida e d’innata musicalità per il baritono, che l’ha guarnita con un fraseggio esibito con classe.

Poi il pedante Dott. Cajus, illuso di poter convolare a nozze con Nannetta e che invece scoprirà, celato dal velo nuziale, un barbuto Bardolfo. A dargli corpo, Gregory Bonfatti, dal canto puntuale e corretto e dall’attorialità divertente, di nuovo senza eccessi.
Non ultimi, anzi tra i primi a essere entrati in scena con le loro presenze colorite i due compari di Falstaff: il Bardolfo di Roberto Covatta tenore dallo strumento squillante usato con maestria in questo ruolo che padroneggia, e Pistola impersonato con incisività e ampiezza sonora dal basso Eugenio Di Lieto.
Ennesima prova di valore del Coro del Teatro Regio di Parma, curato a puntino da Martino Faggiani, cha ha sfoggiato colori e accenti sempre appropriati.
Delle tre recite programmate ne sono sopravvissute solo due allo sciopero che ha fatto saltare la prima e costretto il Teatro a scuse e rimborsi. Senza pensare al numeroso pubblico straniero, venuto a Parma nella speranza di applaudire Verdi e rimasto a bocca asciutta. Si è aggiunta, al termine delle recite, l’esposizione della solita bandiera (non ci riferiamo a quella britannica di Falstaff ma a una mediorientale) che ci ha portati nuovamente a considerare che, sì, il teatro è sempre stato luogo (per gli autori!) di denuncia politica o sociale, tuttavia la democrazia dovrebbe essere rispetto di tutti e soprattutto dare voce a tutti, liberamente, senza imposizioni ideologiche.
Recensione di Maria Luisa Abate
Parma, Teatro Regio – Festival Verdi 16 ottobre 2025
Foto Roberto Ricci
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