Di Diego Tripodi. Bologna: un concerto nel segno della grande Arte. Gioia contagiosa trasmessa dal podio all’orchestra.

Un suggello berlinese è stato impresso quest’anno alla stagione di Bologna Festival, la quale però, dischiudendosi, ne aveva spezzato l’essenza. Ora che tutto si conclude, le metà si sono finalmente ricongiunte: se in apertura la rassegna si era gloriata del concerto evento dei Berliner Philarmoniker (recensione vedi qui), venerdì 17 ottobre Grandi interpreti si è chiuso ospitando Kirill Petrenko, che della storica compagine tedesca è dal 2019 direttore principale e direttore artistico.

Per l’occasione, l’illustre maestro si accompagnava all’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, una temporanea scappatella dai sacri vincoli, che comunque, oltre ad essere naturalmente prassi comune del mestiere – si scherza un po’ – non ha affatto costituito una macchia per il suo buon nome, trattandosi di una delle orchestre migliori che abbia il nostro Paese e il cui valore è indiscutibile.

Sarebbe interessante entrare nei panni di Petrenko e sapere se e quali impressioni, se e quali paralleli, un direttore con il suo ruolo possa ricavare dalle esperienze con le orchestre di tutto il mondo, prima di rincasare in cima all’Olimpo.
Da parte nostra, ci sentiamo abbastanza sicuri nel dire che, nel caso specifico, la collaborazione tra il direttore e l’orchestra dev’essere stata delle migliori, avendo restituito al pubblico del Teatro Manzoni un’occasione nel segno della grande arte.

Il programma pensato era brillante e accattivante, composto da un inizio smaliziato, un punto forte centrale e un’uscita, tutt’altro che una catabasi, di apparente alleggerimento.
Difatti, le sei Danze di Lachi di Janáček introducevano con fresca schiettezza, ricercata massimamente nella vivacità dell’orchestrazione.
Qui, nel trasporto di trascinanti ritmi popolari, Petrenko comprensibilmente e simpaticamente si è mostrato gigione, un po’ bernsteiniano nel dirigere con ogni centimetro del suo corpo e il caratteristico sorriso stampato in faccia. Una gioia contagiosa proveniva dalla sua direzione, gioia che si trasmetteva all’orchestra in un bel raggiungimento d’intesa, in cui anche una certa gestualità didascalica – le danze sono pezzi caratteristici che a volte mimano movenze e suoni di mestieri e scene paesane – trovava posto senza forzature.

L’Orchestra della Rai ha un impressionante respiro unitario, non solo nella precisione sincronica, nella pulizia degli attacchi, ma innanzitutto per quanto riguarda il sommo sodalizio che porta ai bellissimi fraseggi, alla disinvoltura anche nella complessità, al coerente andamento esecutivo, cui – certamente non si può ignorare – contribuisce la perizia tecnica degli strumentisti.

A ciò va poi aggiunto naturalmente il valore della guida, che, come detto, può permettersi ogni lazzo, ogni divagazione apparentemente gratuita, grazie allo straordinario controllo della situazione, alla perfetta conoscenza della partitura, al polso fermo e al contempo alla fantasia. Ciò può dirsi in particolar modo per la resa di Bartók, il cui Mandarino è stato davvero, a dir poco, meraviglioso.

Le atmosfere cangianti dei vari quadri, dal caotico e graffiante incipit agli a parte delle varie “seduzioni”, hanno trovato interpreti reattivi e malleabili, portati dal direttore ad una lettura di volta in volta terrigna e suadente, esasperata e dimessa, sempre ottimamente convincente negli opposti, fino al travolgente finale, sorta di moto perpetuo, al quale Petrenko ha impresso uno stacco di tempo scatenato.

L’intrigante scarto che si è prodotto con il passaggio alla Seconda Sinfonia di Beethoven, ci ha poi fatto riflettere sulla “monelleria” con cui lo stile classico tende trappole esecutive ed interpretative, troppo spesso sottovalutate nell’abbaglio di un’inoffensiva chiarezza, e su quanto, dunque, la posizione finale nel programma fosse tutt’altro che sbagliata.

Petrenko e Orchestra della Rai per la terza volta non hanno tradito le aspettative di un uditorio oramai galvanizzato: hanno prevalso trasparenza e al contempo colori che non disdegnavano la corposità del suono, concertazione avvedutissima nei rapporti fra le dinamiche e i dettagli.

Una conduzione che ci è parsa immaginata come un tour de force alimentato dall’energia pervasiva della composizione: tempi scattanti o andamenti ben profilati si sono succeduti sin dall’introduzione al primo movimento, mantenendo la tensione, fino all’estremismo della quasi assenza di interruzione, giusto un respiro, fra lo Scherzo e l’Allegro molto finale. Un’ultima piroetta, una gioiosa sublimazione per una sinfonia ancora visitata dalle buffe apparizioni dei volti di Haydn e Mozart, ma quali immagini tremule di sassi sul fondo di un mare incredibilmente limpido o d’una fitta grafia attraverso una pagina troppo sottile.

Inutile a dirsi, una volta svaniti gli ultimi trionfali accordi beethoveniani è stata grande ed entusiastica la reazione del pubblico per l’esito di un concerto d’eccezione, in cui il direttore divo e la nostra orgogliosa “nazionale” hanno mostrato tutta la bellezza di questa ineffabile arte.

Diego Tripodi
Bologna Festival, Teatro Manzoni, venerdì 17 ottobre 2025
Foto © Dino Russo/Bologna Festival

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