Di Olivier Horn. Teatro Regio Torino: dall’Inferno al Paradiso, passando per il Purgatorio, Andrea Battistoni dirige un «viaggio dantesco» al Teatro Regio di Torino
Mentre proseguivano le rappresentazioni di Francesca da Rimini, l’opera di Riccardo Zandonai che ha brillantemente diretto in apertura della stagione lirica del Teatro Regio Torino, il suo giovane direttore musicale, Andrea Battistoni, ha guidato l’orchestra in un altro «viaggio dantesco», in occasione di un concerto sinfonico inaugurale intitolato ABISSI.
Facendo eco all’opera di Zandonai, è stata un’altra Francesca da Rimini ad aprire il concerto: la “Fantasia sinfonica” di Pētr Il’ič Čajkovskij, ispirata al famoso personaggio femminile del canto V dell’Inferno di Dante. Lo Schicksalslied (Il canto del destino) di Johannes Brahms su versi di Hölderlin e il “Prologo in cielo” del Mefistofele di Arrigo Boito, ispirato al Faust di Goethe, hanno completato questo viaggio dall’Inferno al Paradiso.
Un concerto concepito per mettere in relazione musica e letteratura, racconta Andrea Battistoni, «alle radici della nostra identità culturale». Il viaggio sonoro di Abissi si evolve tra le tenebre infernali di Čajkovskij, l’aspirazione al destino e alla speranza di Brahms e l’epifania paradisiaca evocata da Boito: tre visioni che, insieme, parlano alla nostra epoca con la forza universale della musica».
Tutto inizia con una vertiginosa discesa agli inferi. Sul frontespizio della sua “Fantasia sinfonica” in Mi minore op. 32, composta nel 1876, Čajkovskij ha inserito un estratto dal Canto V dell’Inferno di Dante, riprendendo le parole di Francesca: «Non c’è dolore più grande / che ricordare i momenti felici nella miseria».
Il compositore ci trasporta nel secondo cerchio dell’Inferno, dove vengono puniti «i lussuriosi» che durante la loro vita si sono lasciati trasportare dalle passioni terrene, soprattutto quelle amorose. Il vortice che solleva senza sosta questi dannati – ramoscelli che gemono nel vento che li trasporta – reso dalle ascese degli archi e dal sibilo dei legni, diventa una vera e propria tempesta sotto l’effetto degli ottoni e delle percussioni.
In mezzo a queste anime condannate a vagare senza fine, le cui grida sono tradotte dall’orchestra, si leva il suono grave e melodioso del clarinetto, il cui assolo incarna la voce di Francesca.
Accompagnato da archi dal lirismo scintillante, il suo canto malinconico racconta la storia vera di Francesca da Rimini e di suo cognato Paolo, la fulminea passione che li attirò irresistibilmente l’uno verso l’altra, nonostante il divieto. Flauto, oboe e corno inglese riprendono questo tema iniziale doloroso e bello, che si dispiega in un tempo sospeso fino all’annuncio da parte degli ottoni di un finale che sappiamo tragico. Il fragore sonoro che travolge l’orchestra segna il loro destino fatale, in un ultimo crescendo che si interrompe bruscamente, lasciando spazio a un silenzio sinonimo di morte.

Andrea Battistoni dirige senza partitura, accompagnando con i suoi gesti espressivi l’entrata di ogni sezione, mimando con il corpo la forza emotiva di queste pagine che sembrano vibrare in lui. Sotto la sua bacchetta, l’Orchestra del Teatro Regio dispiega una sontuosa tavolozza sonora al servizio di quest’opera dal romanticismo sfrenato.
Con lo Schicksalslied (Il canto del destino) per coro e orchestra op.54, composto da Johannes Brahms nel 1871 su versi del poeta romantico Hölderlin, cambia lo scenario e l’atmosfera: ci troviamo nel Purgatorio, in un’atmosfera di raccoglimento e beatitudine dettata dagli archi e dal suono melodioso dei flauti e dei legni. Nel primo movimento Adagio, i versi di Hölderlin, cantati dal Coro del Teatro Regio (sempre magnificamente diretto da Ulisse Trabacchin) descrivono un mondo celeste e immutabile dove regnano gli dei. Ampio e soave, questo canto conferisce un senso estatico di eternità («Vagate lassù nella luce su morbidi cammini, geni beati!») a queste pagine romantiche, dove solo il suono lancinante dei timpani viene a turbare vagamente questa quiete, come se fosse foriero di un temporale ancora lontano.
Un improvviso scatenarsi dell’orchestra all’inizio del secondo movimento Allegro, a cui risponde il canto spezzato del coro («Ma a noi è dato di non riposare in alcun luogo») rompe l’incantesimo, imponendo il destino di una condizione umana fallibile, incostante e sofferente, condannata a un destino incerto, come «un’acqua gettata di scoglio in scoglio», senza poter fermare il tempo.
Ma in modo inaspettato, un ultimo Adagio, molto breve, ravviva il tema iniziale, celestiale e sereno, come se Brahms volesse credere nella possibilità per l’uomo di trascendere il proprio destino, o che il sogno di quella luce divina sopravvivesse in lui, nonostante tutto.
Il «Prologo in Cielo» dell’opera Mefistofele di Arrigo Boito, ispirata al Faust di Goethe, conclude questo sontuoso programma con un sorprendente faccia a faccia tra Mefistofele e Dio. L’opera fu un clamoroso fiasco alla sua prima rappresentazione nel 1868, costringendo il compositore, prima di tutto uomo di lettere e librettista (in particolare di due capolavori di Verdi, Otello e Falstaff), a rivedere completamente la sua partitura, che alla fine riscosse un grande successo sette anni dopo.
Fin dalle prime battute, Boito fa risuonare tutta la solenne potenza degli ottoni, alternata al canto leggero dei legni, prima che il coro delle schiere celesti lodi la creazione di Dio onnipotente («Ave signor degli angeli e dei santi e delle sfere erranti, e dei volanti») in un florilegio di immagini soprannaturali intrise del Paradiso di Dante
Il diavolo irrompe in questo scenario celeste e si lancia in una conversazione beffarda con Dio, scommettendo con lui, con tono pieno di arroganza, che può far perdere l’anima al vecchio sapiente Faust. La sua sfida viene accettata, con sua grande gioia, e lui si ritira, lasciando che il coro dei cherubini intoni con le loro voci bianche (magnificamente preparate dal maestro Claudio Fenoglio) un canto splendido e faceto, raggiunto in un finale grandioso dal coro degli angeli e dei penitenti e dallo scatenarsi dell’intera orchestra in un’apoteosi sonora raramente ascoltata nel repertorio.
Nel ruolo di Mefistofele, il grande basso-baritono Erwin Schrott sfoggia la sua voce calda per dare prova del suo talento drammatico.
L’Orchestra, il Coro e il Coro delle voci bianche del Teatro Regio, sotto la direzione convincente e padronale del maestro Andrea Battistoni, offrono una splendida e vibrante interpretazione di questo affresco sinfonico che non si dimentica facilmente.
Recensione Olivier Horn
Torino, Teatro Regio 18 ottobre 2025
Ph Mattia Gaido
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FRANÇAIS
«ABISSI» De l’Enfer au Paradis, en passant par le Purgatoire, Andrea Battistoni dirige un « voyage dantesque » au Teatro Regio de Turin.
Tandis que se poursuivaient les représentations de Francesca da Rimini, l’opéra de Riccardo Zandonai qu’il a brillamment dirigé en ouverture de la saison lyrique du Teatro Regio de Turin, Andrea Battistoni, son jeune directeur musical, a conduit l’orchestre dans un autre « voyage dantesque» le 18 octobre dernier, lors d’un concert symphonique inaugural intitulé ABISSI.
Faisant écho à l’œuvre de Zandonai, c’est une autre Francesca da Rimini qui a débuté ce concert : la «Fantaisie symphonique» de Piotr Illich Tchaïkovski, inspirée du célèbre personnage féminin du chant V de l’Enfer de Dante. Le Schicksalslied (Le chant du Destin) de Johannes Brahms sur des vers d’Hölderlin, et le «Prologue dans le ciel» du Mefistofele d’Arrigo Boito, inspiré du Faust de Goethe, ont complété ce voyage de l’Enfer au Paradis.
Un concert conçu pour mettre en relation la musique et la littérature, raconte Andrea Battistoni, « aux racines de notre identité culturelle. Le voyage sonore d’Abissi évolue entre les ténèbres infernales de Tchaïkovski, l’aspiration au destin et à l’espoir de Brahms et l’épiphanie paradisiaque évoquée par Boito : trois visions qui, ensemble, parlent à notre époque avec la force universelle de la musique»
Tout commence par une vertigineuse descente aux enfers. Sur le frontispice de sa « Fantaisie symphonique» en Mim op.32 qu’il a composée en 1876, Piotr Illich Tchaïkovsky a inscrit un extrait du Chant V de l’Enfer de Dante reprenant les propres mots de Francesca : « Il n’y a pas de plus grande douleur / que de se souvenir des moments heureux dans la misère. »
Le compositeur nous entraîne dans le deuxième cercle de l’Enfer, où sont punis «les luxurieux» qui durant leur vie se sont laissé emporter par les passions terrestres, surtout les passions amoureuses. Le tourbillon qui soulève sans répit ces damnés – brindilles gémissant dans le vent qui les emporte – rendu par les montées des cordes et le sifflement des bois, devient une véritable tempête sous l’effet des cuivres et des percussions.
Au milieu de ces âmes condamnées à errer sans fin dont l’orchestre traduit les cris, s’élève alors le son grave et mélodieux de la clarinette, dont le solo incarne la voix de Francesca.
Soutenu par des cordes au lyrisme chatoyant, son chant mélancolique raconte l’histoire vraie de Francesca da Rimini et de son beau-frère Paolo, la fulgurance de l’amour qui les attira l’un vers l’autre irrésistiblement, malgré l’interdit. Flûte, hautbois et cor anglais reprennent ce thème initial douloureux et beau, qui se déploie dans un temps suspendu jusqu’à l’annonce par les cuivres d’une fin que l’on sait tragique. Le déchaînement sonore qui emporte l’orchestre signe leur destin fatal, dans un dernier crescendo qui s’interrompt brutalement, laissant place à un silence synonyme de mort.

Andrea Battistoni dirige sans partition, accompagnant de ses gestes expressifs l’entrée de chaque pupitre, mimant de son corps la force émotionnelle de ces pages qui semblent vibrer en lui. Sous sa baguette, l’Orchestre du Teatro Regio déploie une somptueuse palette sonore au service de cette œuvre au romantisme débridé.
Avec le Schicksalslied (Le chant du destin) pour Chœur et orchestre op.54 que Johannes Brahms a composé en 1871 sur des vers du poète romantique Hölderlin, changement de décor et d’ambiance : nous voici au Purgatoire, dans une ambiance de recueillement et de béatitude dictée par les cordes, et le son mélodieux des flûtes et des bois. Dans le premier mouvement Adagio, les vers d’Hölderlin, chantés par le Chœur du Teatro Regio (toujours magnifiquement dirigé par Ulisse Trabacchin) dépeignent un monde céleste et immuable où règnent les dieux. Ample et suave, ce chant confère un sentiment extatique d’éternité («Vagate lassù nella luce su morbidi cammini, geni beati !») à ces pages romantiques, où seul le son lancinant des timbales vient vaguement troubler cette quiétude, comme s’il était annonciateur d’un orage encore lointain.
Un brusque déchaînement de l’orchestre à l’entame du 2e mouvement Allegro, auquel répond le chant saccadé du chœur («Ma a noi è dato di non riposare in alcun luogo») vient briser le charme, imposant le sort d’une condition humaine faillible, inconstante et souffrante, condamnée à un destin incertain, comme «une eau jetée de rocher en rocher», sans pouvoir arrêter le temps.
Mais de façon inattendue, un dernier Adagio, très bref, ravive le thème initial, céleste et apaisé, comme si Brahms voulait croire à la possibilité pour l’homme de transcender son destin, ou que le rêve de cette lumière divine survivait en lui, malgré tout.
Le «Prologue dans le ciel» de l’opéra Mefistofele d’Arrigo Boito inspiré du Faust de Goethe, conclut ce programme somptueux par un surprenant face-à-face entre Mefistophélès et Dieu. L’œuvre connut un fiasco retentissant lors de sa création en 1868, obligeant le compositeur, avant tout homme de lettres, librettiste (en particulier de deux chefs-d’œuvre de Verdi, Otello et Falstaff), à remanier de fond en comble sa partition, finalement couronnée de succès sept ans plus tard.
Dès les premières mesures, Boito fait donner toute la puissance solennelle des cuivres, alternant avec le chant léger des bois, avant que le chœur des phalanges célestes ne loue la création de Dieu tout-puissant (« Ave signor degli angeli e dei santi e delle sfere erranti, e dei volanti ») dans un florilège d’images surnaturelles imprégnées du Paradis de Dante
Le diable fait irruption dans ce décor céleste et se lance dans une conversation moqueuse avec Dieu, pariant avec lui, sur un ton plein d’arrogance, qu’il peut faire perdre son âme au vieux savant Faust. Son défi ayant été accepté à sa plus grande joie, il se retire, laissant le chœur des chérubins entonner de leurs voix blanches (magnifiquement préparées par le maestro Claudio Fenoglio), un chant splendide et facétieux, rejoint dans un final grandiose par le chœur des anges et des pénitents, et par le déchaînement de tout l’orchestre dans une apothéose sonore rarement entendue dans le répertoire. Dans le rôle de Méphistopheles, le grand baryton-basse Erwin Schrott joue de sa voix chaude pour donner la mesure de son talent dramatique. L’Orchestre, le Chœur et le Chœur des voix blanches du Teatro Regio, placés sous la direction convaincante et maitrisée de son chef Andrea Battistoni, donnent de cette fresque symphonique une superbe intreprétation vibrante qu’on n’est pas près d’oublier.
Compte-rendude Olivier Horn
Torino. Teatro Regio 18 octobre 2025
Ph Mattia Gaido
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