Di Maria Luisa Abate. Parma, Festival Verdi. Robert Treviño: la dolce spinta verso la trascendenza.
Che meraviglia ripercorrere con la memoria le molte esecuzioni della Messa da Requiem udite al Regio di Parma e, se si ha buona memoria, apprezzare il confronto fra le interpretazioni profondamente differenti dei vari direttori. Perché se la Messa è un must have, la qualità degli interpreti è una costante al Festival Verdi, che nel suo riproporsi da 25 anni quando l’estate trascolora nell’autunno, ha sciorinato una lunga entusiasmante carrellata di star del podio che hanno affrontato il capolavoro di Giuseppe Verdi. Quest’anno era Robert Treviño alla testa della Filarmonica Arturo Toscanini in gran spolvero, ricettiva, compartecipe visceralmente delle scelte direttoriali.

Il direttore messicano-americano cresciuto a Fort Worth in Texas, una delle bacchette più apprezzate e universalmente richieste delle ultime generazioni, per otto anni Direttore Musicale dell’Orchestra Nazionale Basca e attualmente Direttore Ospite Principale dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI, ha affrontato il capolavoro del Cigno di Busseto nell’edizione critica a cura di David Rosen (The University of Chicago Press, Chicago e Casa Ricordi, Milano).
Si pone a metà strada fra melodramma e genere sacro, il Requiem che Verdi dedicò al ricordo di Alessandro Manzoni, ricollocando una parziale stesura inizialmente pensata per la morte di Rossini che non trovò mai realizzazione. Fu eseguito nel giorno esatto del primo anniversario della scomparsa del grande poeta e scrittore, il 22 maggio 1874, nella chiesa di San Marco a Milano. Con questo lavoro dedicato a un uomo di fede, Verdi, convintamente laico per non dire ateo, si raffrontò con il misticismo, si interrogò sulla trascendenza e sul bisogno di trascendenza che pervade l’uomo nell’ora suprema, quando è vinto dal dolore, dalla solitudine, dallo sgomento. Nei pentagrammi verdiani il terrore della morte, anzi del nulla, si esplica in una ricerca intrinseca di fede, tradotta nell’acquisita consapevolezza da parte dell’uomo della propria fragilità, del venire meno di ogni più piccolo barlume di speranza, dello smarrimento nel cercare disperatamente un appiglio divino senza trovarlo.

Aspetti sui quali ha meticolosamente indagato Robert Treviño, prendendo le distanze dagli impeti esecutivi di taluni suoi colleghi. Sia chiaro, non intendiamo stilare classifiche tra star di prima grandezza: sarebbero impossibili e prive di senso. Parliamo di diversi approcci alla partitura, e più sottilmente, di diverse sensibilità direttoriali in un magnifico confronto perdurante negli anni. È sempre un piacere soffermarsi nel foyer ad ascoltare le discussioni accese, i paragoni vivaci, i commenti decisi che fioccano tra il pubblico parmense, tra i più preparati in assoluto, e che in questa occasione è rimasto folgorato da Treviño.
Venendo al nostro personale parere, il direttore ha in un certo senso addolcito il senso generale di disperazione che pervade il Requiem, affrontando il dolore dell’uomo e il suo addio alla vita con una grazia non pietistica, di spessore emotivo quasi filosofico, rivolgendosi all’ascoltatore saltandone a piè pari la percezione di “pancia” per raggiungere direttamente l’anima. E per quanto Verdi non riesca a trovare una pacificazione conclusiva, non riesca a intravvedere alcuna luce a rischiarare le tenebre del passaggio nell’aldilà, per Treviño conta la spinta propulsiva verso la trascendenza, che ha inteso come carezza consolatoria al dover bere l’amaro calice; essa stessa luce in assenza di luce. Per Treviño è alito vitale, sia pure l’ultimo, e non si è trattato di una contraddizione ma di una sublimazione (in senso chimico) del concetto stesso di trascendenza. In ciò, incarnando alla perfezione e con profondità la “laica religiosità” del Maestro senza dimenticarne l’innata teatralità, tenuta in grande considerazione dal podio. La lettura di Treviño, pertanto, è risultata attentissima al detto e al sotteso, a ogni sfumatura verdiana tradotta in fremito emotivo, giostrando abilmente sui due registri espressivi dell’umano e del divino, della caducità terrena e dell’eterno.
Anch’esso scrupoloso nelle più piccole sfumature, nelle più minute sottigliezze, nei colori e nel peso dato alle parole, il Coro del Teatro Regio di Parma con cui Martino Faggiani sembra avere ogni volta raggiunto il massimo dell’intesa per poi invece stupire riuscendo a superare il limite, spingendo sempre oltre una sintonia che è essa stessa armonia.

I solisti non potevano essere che di prim’ordine. Conoscevamo la voce piacevolmente scura e dai volumi morbidamente generosi ancorché egregiamente controllati del soprano Marta Torbidoni, leggermente e gradevolmente vibrata, tecnicamente gestita al meglio dalla zona grave alla centrale fino alle agevoli salite all’acuto.
Una sorpresa è venuta dal giovane mezzosoprano Valentina Pernòzzoli che ha colpito per il timbro brunito, per la voce tondeggiante e ampia, come la collega ottimamente controllata dalle note basse fino a quelle acute.

Il tenore Piero Pretti, anch’egli da noi udito in altre circostanze e qui ritrovato ulteriormente affinato, ha sfoderato un mezzo lussureggiante e dal timbro affascinante, proiettato senza alcuno sforzo compresi gli acuti saldi e ben centrati espressivamente.
Infine cosa potremmo dire del basso Michele Pertusi? Null’altro se non le consuete meraviglie cui ci ha abituati e sulle quali in passato ci siamo su queste stesse colonne dilungati in elenchi lusinghieri. Più che avvezzo alla parte, che padroneggia sia sotto il punto di vista musicale che del testo, ha confermato la propria classe interpretativa sopraffina, accurata nel fraseggio quanto nobile ed elegante nella linea di canto. Una delizia ascoltarlo e riascoltarlo.

Una meditazione che Treviño e il pubblico hanno racchiuso entro due silenzi carichi di tensione: quello iniziale, sul quale le prime note si sono affacciate nella sala come un sussurro appena percettibile, assolutamente magnifico. E poi, dopo le dovute pienezze corpose e mai violente, dopo i necessari impeti appassionati e mai irruenti, dopo l’alternarsi di colori e accenti, è calato il silenzio finale, lunghissimo, infinito come se la vita si fosse spenta al momento del cessare della vitalissima esecuzione. Ma un silenzio non definitivo, che recava seco una natura interlocutoria perdurante quando l’ultima nota si era ormai dissolta nell’aria e il pubblico non osava rompere quella incantevole sospensione temporale, quasi che ciascuno stesse dando la propria risposta alla Domanda, nella solitudine della propria anima.
Recensione di Maria Luisa Abate
Parma, Teatro Regio – Festival Verdi 18 ottobre 2025
Foto Roberto Ricci
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