Di Olivier Horn. Teatro Regio Torino: ambientazione ottocentesca di Bernard, all’altezza il cast, magistrale la direzione di Battistoni.
Francesca da Rimini, l’opera di Riccardo Zandonai adattata dall’omonima tragedia di Gabriele D’Annunzio, ha inaugurato la stagione lirica del Teatro Regio di Torino, dove fu creata nel 1914, riscuotendo un grande successo sin dalla sua prima rappresentazione. Dopo tanti altri drammaturghi e compositori prima di lui, Riccardo Zandonai ha ripreso uno degli episodi più patetici dell’Inferno di Dante, ispirato a una storia vera del suo tempo sul tema della passione amorosa.
Ricordiamo che invece di respingere Francesca, la giovane adultera condannata insieme al suo amante Paolo a vagare senza fine tra le fiamme, il poeta la ascolta con infinita pietà mentre racconta la sua colpa, commosso dal loro amore reciproco, a differenza della sua passione, mai dichiarata, per Beatrice.

Come ha sottolineato Luigi Pirandello in una prefazione scritta per un’altra Francesca, «Il fascino che emana dall’amore e dalla morte de’ due cognati, dopo la consacrazione eterna che nell’Inferno stesso ne fece Dante, è tale che […] viene quasi irresistibile a ogni poeta la tentazione di cimentarsi in esso».
Partendo da questa storia che affonda le sue radici nella vera identità culturale italiana, Zandonai ha composto un’opera forte, complessa e poetica. Sebbene priva di arie famose come quelle dei suoi grandi predecessori italiani, la sua partitura combina con brio le influenze che allora attraversavano il mondo musicale, il leitmotiv tedesco istituito da Wagner o Strauss, la dolcezza melodica italiana, il senso dell’orchestrazione alla francese con il gusto sinfonico del suo tempo. In sintonia con i movimenti della storia, in continuo mutamento, i suoi leitmotiv melodici caratterizzano i personaggi, sposano i loro sentimenti e riflettono i loro tormenti, i loro slanci, la loro disperazione o i loro pensieri cupi.
Come in D’Annunzio, tutto inizia con il fatale malinteso di Francesca, alla quale è stato annunciato l’arrivo del suo futuro sposo, che lei crede di vedere nella persona di Paolo, inviato in realtà come emissario per conto del fratello maggiore, l’orribile Gianciotto, al fine di suggellare un’alleanza tra loro due famiglie. A prima vista si innamorano perdutamente, prima che la giovane donna orgogliosa capisca di essere stata ingannata dal proprio fratello. In seguito, per quanto cerchino di fuggirsi, di spegnere il fuoco della loro passione, sono irresistibilmente attratti l’uno dall’altra e finiranno per soccombere a questo amore proibito.

Nella messa in scena che ha immaginato su questa trama tragica e melodrammatica allo stesso tempo, Andrea Bernard ha cercato di ambientare l’azione in un contesto liberato dal suo involucro medievale, «più vicino a noi, in un mondo che tende alla decadenza – quello delle grandi monarchie ancora presenti – che si intuisce sarà presto distrutto dalla guerra». La scenografia del primo atto mostra l’interno di un appartamento di fine Ottocento, sobrio e raffinato al tempo stesso. Gli splendidi costumi di Elena Beccaro sono in linea con l’atmosfera da «imperatrice Sissi».
Ci troviamo nella camera di Francesca, immersi nel mondo della sua infanzia (con la sua casa delle bambole e la bambina che gioca ai piedi del suo letto, figura che incarna un passato felice) dove gravitano le sue quattro dame di compagnia, la sua fedele schiava, la «veggente» Smaragdi, e sua giovane sorella Samaritana. Bernard ne fa un rifugio dalla violenza del mondo esterno, dai suoi intrighi e dalle sue guerre e dalla triste vita che aspetta Francesca con questo matrimonio combinato. Quando Samaritana, disperata per essere separata da lei per sempre, le chiede di questo marito di cui non si sa nulla, lei risponde: «Forse l’ho visto?». Ha sognato l’amore? Crederà di riconoscerlo nella persona di Paolo, prima di rendersi conto del suo errore e dell’inganno degli uomini.
Nell’ultimo atto, mentre soccombono sotto i colpi di Gianciotto che li ha sorpresi abbracciati, due sagome – il loro doppio metaforico e felice – si ritrovano sullo sfondo, in mezzo al prato fiorito dove si sono visti per la prima volta nel primo atto. Il mondo rappresentato sul palcoscenico è quindi doppio: dietro l’intrigo che conduce Francesca verso una fine accettata, preferendo una morte nella passione piuttosto che una vita limitata, si sovrappone il sogno, idealizzato o fantasizzato, di quell’amore che non ha potuto realizzarsi durante la vita terrena.

L’elegante scenografia di Alberto Beltrame e le luci contrastanti e nette di Marco Alba trasformano la camera di Francesca in un’astrazione di palazzo dove si svolge la battaglia del secondo atto. In questo scenario gelido dove vive come una moglie reclusa, Francesca rivede Paolo, venuto a combattere alla testa delle truppe. Vederlo in giacca e cravatta impugnare una balestra e simulare un combattimento è piuttosto surreale e produce un effetto comico involontario, mettendo la messa in scena in contrasto con il contesto storico. Ma a parte questa scelta, la coerenza dell’insieme è innegabile, sostenuta da una bella regia degli attori, con passaggi di grande forza teatrale, quando Francesca rifiuta le volgari avance di Malatestina, il fratello minore di Gianciotto, o quando lui distilla il veleno della denuncia davanti a Gianciotto che lo costringe con violenza a confessare l’adulterio di Francesca con il loro fratello Paolo.
Al suo debutto alla guida dell’Orchestra del Teatro Regio come direttore musicale, Andrea Battistoni si impone con un’interpretazione magistrale, precisa e appassionata, che fa risplendere tutte le sfaccettature della partitura, confermando il suo gusto per il repertorio dell’opera italiana di questo periodo, che abbiamo già potuto apprezzare alla fine della scorsa stagione in Andrea Chénier. La musica di Zandonai è magnificamente interpretata dall’Orchestra e dal Coro del Teatro Regio (sempre eccellentemente preparato da Ulisse Trabacchin), sia nella tensione fulminante della scena della battaglia, sia nel lirismo profondamente drammatico dei duetti d’amore, sia nella violenza degli ultimi due atti. Al di sopra del resto, il momento in cui gli amanti maledetti si trovano faccia a faccia per la prima volta senza dire una parola alla fine del primo atto, è un puro e indimenticabile incanto musicale, accompagnato da un grande momento teatrale.

Il cast è all’altezza di quest’opera particolarmente impegnativa per le voci. Nella rappresentazione a cui abbiamo assistito, il ruolo principale era interpretato dal soprano ucraino Ekaterina Sannikova. La sua recitazione teatrale, unita alla sua bellezza oscura e misteriosa, la rendono una Francesca estremamente credibile, la cui voce si eleva senza sforzo negli acuti e dimostra una continua intensità nel corso dell’opera. Esaltata e sensuale, la sua interpretazione è in linea con il temperamento del personaggio e lo spirito della messa in scena.
Roberto Alagna, a 62 anni incarna un Paolo il bello eccezionalmente giovane, il
cui canto improntato alla grazia e alla poesia rimane assolutamente unico col suo
fraseggio delicato e vellutato, in un ruolo che gli calza a pennello. Vocalmente al
meglio della forma, dotato di una presenza magnetica non appena appare,
conferma di essere un tenore d’eccezione la cui impressionante carriera ci regalerà
ancora a lungo, speriamo, gioie ineffabili.
Simone Piazzola interpreta un Gianciotto efficace in un registro brutale e volgare come richiede il ruolo, e vocalmente molto solido. Di fronte a lui, il Malatestino di Matteo Mezzaro, dotato di una bella voce da tenore dal timbro chiaro, risplende nel registro bestiale e inquietante del personaggio. Valentina Boi dà vita a una tenera Samaritana, in lacrime per l’imminente partenza della sorella e assalita da un oscuro presentimento per lei. Nel ruolo di Smaragdi, Silvia Beltrami interpreta una schiava misteriosa e potente nel duetto del terzo atto con Francesca, grazie al suo timbro di mezzosoprano e al suo fraseggio molto sicuro.
Il resto del cast è eccellente. Devid Cecconi interpreta un Ostasio pieno di autorità. Il delizioso quartetto delle ancelle è guidato da Valentina Mastrangelo, lirica e graziosa Biancofiore, completata da Sofia Koberidze (Donella), e anche Albina Tonkikh (Garsenda) e Martina Myskohlid (Altichiara), due giovani artiste del Regio Ensemble. Enzo Peroni (Ser Toldo Berardengo), Janusz Nosek (il giullare), Daniel Umbelino (il balestriere), Eduardo Martínez (il torrigiano) e Bekir Serbest (un prigioniero) completano questo cast di prima qualità.
Marta Negrini firma l’elegante e discreta coreografia dell’Atto III.
Questo primo spettacolo della stagione ha riscosso un grande successo di pubblico, coronato da un lungo applauso, all’altezza della sua straordinaria qualità complessiva.
Recensione di Olivier Horn
Teatro Regio Torino, 14 ottobre 2025
Foto: Gaido Ratti © Teatro Regio Torino
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FRANÇAIS

Francesca da Rimini, l’opéra de Riccardo Zandonai adapté de la tragédie homonyme de Gabriele D’Annunzio, a inauguré la saison lyrique du Teatro Regio de Turin, là où il a été créé en 1914, remportant dès sa première représentation un très grand succès. Après tant d’autres dramaturges et compositeurs avant lui, Riccardo Zandonai s’est emparé d’un des épisodes les plus pathétiques de l’Enfer de Dante, inspiré d’une histoire vraie sur le thème de la passion amoureuse. On se souvient qu’au lieu de repousser Francesca, cette jeune femme adultère condamnée avec son amant Paolo à tourbillonner sans fin dans les flammes, le poète l’écoute avec une pitié infinie raconter sa faute, touché par leur amour réciproque, au contraire de sa passion à lui, jamais déclarée pour Beatrice.
Comme l’a souligné Luigi Pirandello dans une préface écrite pour une autre Francesca, «Le charme qui émane de l’amour et de la mort du beau-frère et de la belle-sœur, après la consécration éternelle qu’en fit Dante dans l’Enfer même, est tel que […] chaque poète éprouve l’irrésistible tentation de se confronter à lui».
A partir de cette histoire qui plonge aux véritables racines de l’identité culturelle italienne, Riccardo Zandonai a composé une œuvre forte, complexe, et poétique. Quoique dépourvue d’airs célèbres comme chez ses grands prédécesseurs italiens, sa partition combine avec brio les influences qui parcouraient alors le monde musical, le leitmotiv allemand institué chez Wagner ou Strauss, la douceur mélodique italienne, le sens de l’orchestration à la française, et le goût symphonique de son temps. Accordés aux mouvements de l’histoire, sans cesse mouvante, ses leitmotiv mélodiques caractérisent les personnages, épousent leurs sentiments et reflètent leurs tourments, leurs élans, leur désepsoir ou leurs sombres pensées.
Comme chez D’Annunzio, tout commence avec la fatale méprise de Francesca, à qui l’on a annoncé l’arrivée de son futur époux, qu’elle croit voir en la personne de Paolo, envoyé en réalité en émissaire pour le compte de son frère aîné, l’ignoble Gianciotto, afin de sceller une alliance entre les deux familles. Au premier regard ils tombent éperdument amoureux, avant que l’altière Francesca ne comprenne qu’elle a été trompée par son propre frère. Ils auront beau se fuir, vouloir éteindre le feu de leur passion, ils sont irrésistiblement attirés l’un vers l’autre, et finiront par succomber à cet amour interdit.

Dans la mise en scène qu’il a imaginée sur cette trame tragique et mélodramatique à la fois, Andrea Bernard a cherché à ancrer l’action dans un contexte débarrassé de son enveloppe médiévale, «plus proche de nous, dans un monde tendant à la décadence – celui de grandes monarchies encore présentes – dont on pressent qu’il sera bientôt détruit par la guerre». Le décor de l’Acte I montre l’intérieur d’un appartement fin XIXe, à la fois sobre et raffiné. Les splendides costumes d’Elena Beccaro sont dans le ton d’une ambiance «Sissi impératrice».
Nous voici dans la chambre de Francesca, plongés dans le monde de son enfance (avec sa maison de poupée et la fillette jouant au pied de son lit, figure incarnant un passé heureux) où gravitent ses quatre suivantes, sa fidèle esclave, la «voyante» Smaragdi, et sa jeune sœur Samaritana. Bernard en fait un refuge contre la violence du monde extérieur, ses intrigues et ses guerres et la triste vie qui l’attend par ce mariage arrangé. Quand Samaritana, désespérée d’être séparée d’elle pour toujours, la questionne sur cet époux dont on ne sait rien, elle répond : «Peut-être l’ai-je vu ?». A-t-elle rêvé à l’amour ? Elle croira le reconnaître dans la personne de Paolo, avant de réaliser son erreur et la tromperie des hommes.
Au dernier acte, tandis qu’ils tombent sous les coups de Gianciotto qui les a supris enlacés, deux silhouettes – leur double métaphorique et heureux – se retrouvent à l’arrière-plan, au milieu du pré fleuri où ils se sont vus pour la première fois. Le monde représenté sur scène est ainsi double : derrière l’intrigue qui conduit Francesca vers une fin assumée, préférant une mort dans la passion plutôt qu’une vie étriquée, se superpose le rêve, idéalisé ou fantasmé, de cet amour qui n’a pu s’accomplir durant la vie terrestre.

L’élégante scénographie d’Alberto Beltrame et les lumières contrastées de Marco Alba transforment la chambre de Francesca en une abstraction de palais où se déroule la bataille de l’Acte II. Dans ce décor glacial où elle vit en épouse recluse, Francesca revoit Paolo, venu combattre à la tête des troupes. Le voir en costume-cravate empoigner une arbalète et simuler un combat est assez irréel et produit un effet comique involontaire, mettant la mise en scène en porte-à-faux avec le contexte historique. Mais hormis ce choix, la cohérence de l’ensemble est indéniable, portée par une belle direction d’acteurs, avec des passages d’une grande force théâtrale, quand Francesca refuse les avances vulgaires de Malatestina, le plus jeune frère de Gianciotto, ou quand il distille le venin de la dénonciation devant Gianciotto qui le contraint violemment à avouer l’adultère de Francesca avec leur frère Paolo.
Pour sa première à la tête de l’Orchstre du Teatro Regio en tant que directeur musical, Andrea Battistoni s’impose par une interprétation magistrale, précise et passionnée, qui fait resplendir toutes les facettes de la partition, confirmant son goût pour le répertoire de l’opéra italien de cette période qu’on a déjà pu apprécier à la fin de la saison dernière dans Andrea Chénier. La musique de Zandonai est magnifiquement servie par l’Orchestre et le Chœur du Teatro Regio (toujours excellement préparé par Ulisse Trabacchin) que ce soit dans la tension fulgurante de la scène de bataille, le lyrisme profondément dramatique des duos d’amour, ou la violence des scènes dansles deux derniers actes. Mais le moment où, à la fin de l’Acte I, les amants maudits se font face pour la première fois sans dire un mot, est un pur et inoubliable enchantement musical doublé d’un grand moment de théâtre.

La distribution est à la hauteur de cette œuvre particulièrement exigeantepour les voix. Lors de la représentation à laquelle nous avons assisté, le rôle-titre était interprété par la soprano ukrainienne Ekaterina Sannikova. Son jeu théâtral, allié à sa beauté sombre et mystérieuse en font une Francesca extrêmement crédible dont la voix s’élève sans forcer dans les aigus, et qui fait preuve sur la durée d’une grande intensité. Son interprétation exaltée et sensuelle colle au tempérament du personnage et à l’esprit de la mise en scène.
Roberto Alagna reste, à 62 ans, un Paolo il bello exceptionnellement jeune, dont le chant empreint de grâce et de poésie, avec son phrasé délicat et velouté, demeure absolument unique dans un rôle qui lui va comme un gant. Vocalement au meilleur de sa forme, doué d’une présence magnétique dès qu’il apparaît, il confirme qu’il est un ténor d’exception dont la longue carrière nous procurera
longtemps encore, espérons-le, d’ineffables joies.
Simone Piazzola se montre un Gianciotto efficace dans un registre brutal et grossier comme l’exige le rôle, et vocalement très solide. Face à lui, le Malatestino de Matteo Mezzaro, doté d’une belle voix de ténor au timbre clair resplendit dans le registre bestial et inquiétant du personnage.Valentina Boi donne vie à une tendre Samaritana, éplorée devant le prochain départ de sa sœur et assaillie d’un sombre pressentiment pour elle. Dans le rôle de Smaragdi Silvia Beltrami campe une esclave mystérieuse et puissante dans le duo du troisième acte avec Francesca, grâce à son timbre de mezzo-soprano et son phrasé très sûr.
Le reste de la distribution est excellent. Devid Cecconi impose un Ostasio plein d’autorité. Le quatuor des suivantes est emmené avec grâce par Valentina Mastrangelo, charmante et lyrique Biancofiore, avec Sofia Koberidze dans le rôle de Donella et Albina Tonkikh en Garsenda et Martina Myskohlid en Altichiara, deux jeunes artistes du Regio Ensemble. Enzo Peroni (Ser Toldo Berardengo), Janusz Nosek (le bouffon), Daniel Umbelino (l’arbalétrier), Eduardo Martínez (le veilleur) et Bekir Serbest (un prisonnier) complètent ce cast de premier ordre.
Marta Negrini signe l’élégante chorégraphie de l’Acte III.
Ce premier spectacle de la saison a rencontré un très grand succès auprès du public, marqué par des applaudissements nourris, à la mesure de sa remarquable qualité d’ensemble.
Compte-rendu de Olivier Horn
Teatro Regio Torino, 14 octobre 2025
Ph Gaido Ratti © Teatro Regio Torino
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