Di Maria Luisa Abate. Parma, Festival Verdi: Otello belva tra le belve. Direzione illuminata di Roberto Abbado. Cast di spessore.

Per quelle strane concause che a volte si verificano, ci siamo ritrovati a vedere il titolo inaugurale del Festival Verdi a Parma nel giorno della sua ultima rappresentazione, che ha coinciso con il termine della rassegna. Tornando verso l’automobile nella notte più di tarda estate che non di primo autunno del 19 ottobre, le strade erano già ingombre delle scale per installare le luminarie natalizie.  

Ben altro tipo di luci, espressione di light art, hanno serpeggiato nel cielo nero scenico; fulmini tecnologici della tempesta che apre il primo atto di Otello. Lampi al neon mentre la pioggia cadeva sulle onde del mare che la videoproiezione lasciavano intuire. Un freddo che si infiltrava nelle ossa dello spettatore, solo momentaneamente riscaldato dal coro del “Fuoco di gioia”. Oltre che regista, attore, drammaturgo, è anche un artista visivo Federico Tiezzi, da noi sempre apprezzato proprio per la sua formazione multiforme. Che per la verità, alla sua prima volta al Teatro Regio di Parma, lo ha portato a esprimere, nell’intervista riportata nel libretto di sala, una pletora ingarbugliata di spunti ispiratori.  

Viceversa, lodevolmente, era lineare l’allestimento da lui firmato (realizzato nei laboratori di scenografia e sartoria del Teatro Regio di Parma) che mirava dritto a un punto focale, con immediatezza: il vero protagonista è e resta Otello, contrariamente a una moda dilagante negli ultimi anni che vede attribuire la posizione di spicco a Jago. Questo è il primo messaggio attuale che ha lanciato Tiezzi: il reo di un femminicidio ne è colpevole in toto, senza le attenuanti delle influenze ricevute. Chi uccide è un omicida. Punto. Al contempo però Tiezzi ha assestato un colpo di grande maestria avendoci mostrato non un eroe reduce da una battaglia vittoriosa bensì un uomo fragile, vulnerabile, che si fa manipolare facilmente e capace di tirare fuori la sua natura violenta solo con una donna inerme e innocente che va consapevolmente incontro al proprio destino.

Venezia era vagheggiata da una mascherina in tutù giallo / arlecchino e da qualche giocoliere, in una delle pochissime interruzioni al nero dominante (scene di Margherita Palli, costumi multi-epoca di Giovanna Buzzi). E si sa, nessuna sorpresa, il nero scenico è sinonimo di cupezza d’animo, di dramma interiore, di tormento psicologico. L’ambientazione per Tiezzi era una “stanza delle torture”, psicologiche appunto (Fabrizio Sinisialla drammaturgia), delimitata da contorni luminosi. Ma c’è stato spazio anche per altro. Nel duetto in cui si inneggiava a Venere, il pianeta è apparso sul fondo assieme a Saturno, forse uscito dalla sua orbita tuttavia, con buona pace degli astrofili più intransigenti, funzionale alla poesia di quel fugace momento trasognato d’amore tra i due sposi.

La tenerezza del Moro ha avuto rapida evoluzione in sospetto, dubbio, gelosia, aggressività bestiale. Di pari passo, l’ottica registica si è spostata dall’immaterialità delle turbe psicologiche del protagonista alla materialità delle sue azioni. Un femminicidio è orrore reale e concreto pertanto il regista lo ha tolto dall’ambito dell’inconscio. Le teche di vetro che racchiudevano il giardino imbalsamato della romantica Desdemona, hanno poi mostrato una collezione di animali dalle fauci spalancate. Questi erano i “trofei” di Otello: non le onorificenze militari ma uno zoo di fiere tassidermizzate. Il perché è risultato evidente quando Otello (come anche Jago) si è posto in mezzo a queste: egli è belva tra le belve. Non più uomo ma predatore che insegue la sua vittima finché non l’ha artigliata, azzannata, divorata. La sua ferocia è tale da far trascolorare le parole “morte” e “nulla” apparse inizialmente sugli schermi, dove poi si sono letti alcuni incisi verdiani.

Il culmine del dramma si è raggiunto in una modesta stanzetta che ha spostato l’azione temporale verso i giorni nostri, e che è scorsa in avanti sul palcoscenico come in una carrellata cinematografica. Nella cameretta da motel che ha ricordato i dipinti e i toni verdastri di Edward Hopper, su un talamo nuziale da mercatone, Otello ha ucciso Desdemona a mani nude, come hanno voluto Verdi, Boito e prima di loro Shakespeare. Per il regista, con la sola forza muscolare come farebbe una belva. Quelle stesse mani nude, senza la lama di “ordinanza”, daranno a lui stesso la morte. Nel gesto suicida di una scena invero poco chiara, qualcuno ha visto una semplice “manata” stroncante alla tempia. A noi piace lasciarci trasportare dall’immaginazione indotta dal mezzo teatrale e abbiamo inteso le mani essere diventate esse stesse armi, grondanti del sangue rosso e visibile anche se metaforico e immaginario della strangolata Desdemona.

L’opera è stata eseguita nella versione scritta da Verdi nel 1887, per la prima volta nella nuova edizione critica a cura di Linda B. Fairtile, The University of Chicago Press e Casa Ricordi. Sul podio della Filarmonica Toscanini, che abbiamo nuovamente trovato in stato di grazia, particolarmente puntuale e ricettiva, è salito un Maestro amatissimo sia dal pubblico che dalla sottoscritta: Roberto Abbado, che per la prima volta ha affrontato questo titolo, mettendo in campo un entusiasmante caleidoscopio di colori. Una lettura dove la perseguita asciuttezza, frutto della naturale ed elegante repulsione del direttore per le inutili enfasi, è sfociata in tinte forti così come, all’occorrenza, in sottolineature timbriche improntate alla delicatezza. Gli accenti di cristallina esattezza sono andati ad esprimere la drammaticità del narrato, i sussurri lirici e la tensione drammatica in crescendo, la profonda teatralità verdiana e non ultime, anzi al primo posto, le personalità dei personaggi e i loro risvolti intimi. Ha così preso forma un mosaico musical-psicologico splendidamente sfaccettato.

Ha reindossato le vesti di Otello Fabio Sartori, in ottima forma dopo l’indisposizione che lo aveva colpito costringendolo, dopo la prima, a cedere il timone per due recite prima di tornare per l’ultima data in cartellone. Il ruolo, si sa, è tra i più impervi (potremmo affermare senza tema di smentita il più impervio di tutti) per la voce da tenore. Sartori si è dimostrato all’altezza del compito con acuti saldi, chiari e ben proiettati, senza aver sottovalutato l’importanza delle mezze voci, dei colori: il canto è sgorgato morbido, lo strumento era di notevole ampiezza e duttilità, e la linea stilistica è fluita omogenea in tutta la gamma. Notevole l’interpretazione anche dal punto di vista attoriale: significativo il passaggio dal tono imperativo di generale dell’Armata veneta, durato assai poco, alla tenerezza da innamorato durata appropriatamente ancor meno, alla debolezza di uomo facilmente suggestionabile, all’abbruttente furia omicida, fino a un dolore vero e sincero e allo strazio che gli ha reso insopportabile il continuare a vivere.   

Si sa che i veri cattivi, per essere tali, devono emanare un fascino noir, seduttivo per quanto inquietante. Cattivo di fascino è stato Ariunbaatar Ganbaatar. Il suo Jago era poco viscido, poco serpente, ma ancora più efficace nello scatenare una paura istintiva quando appariva sulla scena, che il baritono mongolo ha calcato con presenza magnetica. Alla glaciale freddezza del personaggio ha fatto da contraltare la voce calda e pastosa dell’interprete, che ha affrontato le sfumature timbriche collocandole in una linea di canto elegante e ben dosata nelle pienezze così come nelle mezze voci, aiutandosi anche con il fraseggio incisivo.

Una fuoriclasse, nonostante l’ancor giovane età, Mariangela Sicilia, Desdemona dalle freschezze adolescenziali e dalla adulta capacità decisionale. A dar corpo a questa figura psicologicamente complessa, la voce luminosa del soprano, salita agli acuti con nitore e gestendo una economia di canto pulita. Sicilia ha brillato per l’emissione morbida e ricca di sfumature e per il carico emotivo con cui ha tornito il personaggio, i diversi stati d’animo che lo scuotono, raggiungendo esiti toccanti nei momenti di raccoglimento come la vibrante “Canzone del salce” e l’ispirata “Ave Maria”, dove ha sfoderato pianissimo soffusi e dolcissimi.

Davide Tuscano ha dotato Cassio di un bel phisique du role e di un altrettanto bella voce, dal timbro rilucente e gestita al meglio. All’altezza dei rispettivi compiti la notevole Natalia Gavrilan Emilia; Francesco Pittari Roderigo; Francesco Leone LodovicoAlessio Verna Montano; Cesare Lana Un Araldo.

Il “Fuoco di gioia” è sembrato realmente guizzare: preciso, ricco in colori e intenso nell’espressività il Coro del Teatro Regio di Parma forte della preparazione datagli da Martino Faggiani, cui si è aggiunto il bravo Coro di voci bianche del Teatro Regio di Parma istruito da Massimo Fiocchi Malaspina. 

Anche all’ultima recita, la bandiera di una delle parti belligeranti in una delle guerre attuali (invitiamo a riflettere su quanti conflitti dimenticati si stiano combattendo, però si manifesta e si piange per le vittime d’una singola fazione di una o due guerre, con buona pace delle coscienze), mostrata utilizzando i led scenici, è stata accolta da numerosi buu del pubblico. Una reazione di vera democrazia che dovrebbe invitare gli “attivisti” a riflettere.

Per fortuna ciò che conta è la qualità artistica e il Festival Verdi l’ha garantita, come sempre, per tutta la sua durata. L’appuntamento con questa rassegna è per il settembre-ottobre 2026. Ma prima di allora ci si ritroverà tutti a Parma per la Stagione d’opera e sinfonica che inizierà a gennaio.

Recensione di Maria Luisa Abate
Parma, Festival Verdi, 19 ottobre 2025
Foto Roberto Ricci

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