Di Vincent Cipriani. Milano, Teatro alla Scala: rinnovato il successo dell’ironica regia di Laurent Pelly. Fuchs, Flórez, Spagnoli interpreti d’eccellenza. Direzione equilibrata di Evelino Pidò.
Cosa ci può ancora raccontare La Fille du Régiment, una delle opere più famose e apprezzate di Donizetti, e per di più in questa messa in scena di Laurent Pelly, che ha quasi vent’anni e ha letteralmente fatto il giro del mondo (passando in particolare dal Metropolitan Opera, dal Covent Garden, dal Grand Teatre del Liceu, all’Opéra di Parigi, alla Wiener Staatsoper)? Sembra proprio che se questa stessa produzione continua a girare nei più grandi teatri lirici del mondo da così tanto tempo, è semplicemente perché è eccellente: si tratta di uno di quei rari spettacoli che si potrebbero rivedere una decina di volte, assaporandone sempre con lo stesso piacere l’allegria e la malizia, nonché le straordinarie interpretazioni dei suoi interpreti.

Il sipario si apre e si scopre sempre la stessa immensa mappa geografica del Tirolo, che ricopre tutto il palcoscenico, formando un pendio sempre più ripido man mano che ci si addentra nella scena, fino a rappresentare un rilievo montuoso in lontananza. Spazio vitale del reggimento, ma soprattutto di Marie, la vivandiera, si ha l’impressione, piuttosto che di essere al fronte, di trovarsi in una cucina o in una lavanderia, con il mucchio di biancheria che Marie stira e piega con sicurezza e fermezza, la pentola piena di patate da pelare, o ancora i fili per stendere il bucato che attraversano tutta la larghezza del palcoscenico. Il secondo atto lascia invece spazio a un interno borghese, il salone del castello della Marchesa di Berkenfield, rappresentato in modo stilizzato da alcune travi, porte, cornici senza tela e mobili. La scenografia di Chantal Thomas mostra quindi fin dall’inizio il tono generale dell’insieme: un’inverosimiglianza stravagante, piena di umorismo e autoironia.
Perché è proprio l’umorismo il protagonista assoluto di questa produzione. Tutti i tipi di comicità prendono vita, dalla comicità di carattere (con personaggi molto archetipici: la vivandiera maschiaccio e indelicata, il generale severo ma tenero, la marchesa magniloquente e fifona) alla comicità gestuale (Sulpice che usa la sua pancia per respingere Tonio, la duchessa che minaccia di uccidere il direttore d’orchestra…), passando per la comicità di situazione (Marie incapace di adattarsi allo stile di vita borghese nel secondo atto, il notaio che appare nel camino del castello…). Senza dimenticare la comicità delle parole, grazie in particolare ai nuovi dialoghi scritti da Agathe Mélinand, che attualizzano il livello linguistico, creando gustosi contrasti di registro.
Ovviamente, essendo l’opera un’arte viva, il grado di successo di alcune battute varia di sera in sera, a seconda della ricettività del pubblico. Così, ad esempio, al momento del matrimonio di Maria con il Duca di Krakenthorp, l’arrivo degli invitati, rappresentati da una massa aristocratica di anziani decrepiti, ha scatenato una vera e propria ilarità in sala. Al contrario, altre battute sono cadute un po’ nel vuoto, come quando Hortensius irrompe improvvisamente nel bel mezzo di una discussione cruciale durante la quale la Marchesa ha rivelato a Sulpice che Marie è in realtà sua figlia: per non far trasparire nulla a Hortensius, la Marchesa inizia a cantare come se nulla fosse, accompagnata al pianoforte da Sulpice. Questa transizione, tuttavia molto buffa, che aveva provocato lunghe risate durante la precedente ripresa all’Opéra di Parigi, quella sera ha suscitato pochissime reazioni. Ma ciò non toglie nulla alla comicità dell’insieme: le battute sono numerose e di genere così diverso che non passano più di pochi minuti senza che un elemento o un altro faccia sorridere.

Ciò che rende questa produzione piacevole e fresca, d’altronde, è l’ironia destabilizzante con cui viene trattato il tema centrale della guerra, e latente fin dai primi secondi dopo l’apertura del sipario, quando si distingue una grande barricata costituita da mobili di ogni tipo incastrati tra loro, dietro la quale si ripara una folla di contadini armati di forconi e con pentole al posto degli elmetti… Questa prima visione conferisce alla guerra una dimensione aneddotica, come se si trattasse di un conflitto tra due villaggi vicini piuttosto che dello scontro tra due feroci eserciti. D’altra parte, anche se i soldati francesi cantano con vigore: «Viva la guerra e i suoi allarmi! / E la vittoria e i combattimenti! / Viva la morte, quando sotto le armi / La si trova da bravi soldati!», sembrano comunque molto più interessati alle vicissitudini della vita sentimentale di Marie, che considerano come la propria figlia, che al fronte e ai combattimenti. Del resto, l’unica volta in cui tirano fuori l’artiglieria pesante, con un grande carro da guerra e una moltitudine di baionette, è per «salvare» in extremis Marie dal matrimonio con il Duca di Krakenthorp e garantirle invece un’unione felice con Tonio… Infine, mentre l’opera trasmette originariamente un forte vigore patriottico, con tra l’altro il famoso «Salut à la France!», qui questo patriottismo viene sovvertito e irriso, in particolare dall’apparizione finale di una grande immagine di un gallo, accompagnata dal suono di un ridicolo e magniloquente «Coccorico!».

Se lo spettacolo costituisce un successo indiscutibile, è anche e soprattutto perché può contare su una costellazione di interpreti di eccellenza ormai più che consolidata. Il ruolo di Marie pare scritto su misura per Julie Fuchs: nelle parti recitate, sembra divertirsi molto a interpretare la vivandiera indelicata e virile, il che stride con la sua figura piuttosto esile e agile, divertendo molto lo spettatore. La partitura vivace di Donizetti le offre varie occasioni di sfoggiare una profusione di fioriture che sembrano uscire con naturalezza e senza il minimo sforzo; lancia i suoi acuti e sovracuti con un’agilità impressionante, quasi insolente. Il canto è sempre millimetricamente preciso, tranne durante la lezione di canto che la marchesa di Krakenthorp cerca di impartirle nel secondo atto, dove canta deliberatamente e in modo esilarante molto stonato, sottolineando l’incapacità dell’ex vivandiera di rientrare nello schema della buona educazione che la marchesa vuole imporle.
Diventato un punto di riferimento indiscusso nel ruolo di Tonio, Juan Diego Flórez non ha perso nulla del suo consueto carisma e della sua dedizione alla recitazione scenica. Ha saputo superare la «prova dei nove do di petto» della sua aria «Ah! Mes amis!», anche se si percepisce che, con il passare degli anni, non raggiunge più le note acute con la stessa agilità dei suoi esordi in questo ruolo, ma d’altro canto sembra aver guadagnato in eleganza e raffinatezza. La qualità del canto rimane estremamente convincente, con un timbro brillante, un legato perfetto e un’eccellente musicalità.

Nel ruolo di Sulpice, Pietro Spagnoli è un baritono dalla splendida tecnica italiana, che riesce a conferire grande credibilità al suo personaggio con una recitazione buffa ma senza esagerazioni. La voce è rotonda, il canto preciso e il francese corretto, anche se la sua dizione potrebbe essere migliorata nelle parti recitate. La marchesa di Berkenfield è interpretata dalla garanzia che rappresenta Géraldine Chauvet, con il suo canto di grande chiarezza, il timbro caldo e i gravi ben calibrati, che conferiscono nobiltà al personaggio. La marchesa è affiancata dal suo valletto Hortensius, a cui Pierre Doyen dona una voce solida dai contorni ben definiti.
Il cast è completato da due cantanti, Emilio Guidotti (Un Caporale; artista del Coro del Teatro alla Scala) e Aldo Sartori (Un Contadino; allievo dell’Accademia del Teatro alla Scala), nonché da due attori: Federico Vazzola (Un Notaio) e un cameo del famoso soprano Barbara Frittoli, una presenza di lusso nel ruolo della Duchessa di Krakenthorp.
Alla guida dell’Orchestra del Teatro alla Scala, Evelino Pidò offre una direzione perfettamente equilibrata e sicura (conosce bene la partitura, avendola diretta a Londra nel 2019 e a Parigi in questa stessa produzione esattamente un anno fa): il Maestro ottiene dall’orchestra una varietà di colori e sfumature, flessibilità, precisione, fluidità ed eleganza, ma anche un piacevole tocco di follia, percepibile in particolare nello splendore delle marce militari, in accordo con l’umorismo giocoso dell’intera messa in scena. Quanto al Coro del Teatro alla Scala, magnificamente preparato da Alberto Malazzi, non smette di entusiasmarci con la sua armonia, la sua precisione e l’ammirevole impegno scenico di ciascuno dei suoi artisti, dando così la sensazione che questo gruppo di soldati sia in realtà un unico grande individuo – grazie anche alle coreografie ideate da Laura Scozzi. Infine, il tutto è stato illuminato con abilità da Joël Adam.
La stessa produzione sarà riproposta nel luglio 2026 al Royal Ballet and Opera di Londra, con un cast diverso, ad eccezione di Tonio, che continuerà ad essere interpretato da Juan Diego Flórez. La grande mappa del Tirolo e l’umorismo stravagante di Laurent Pelly non hanno quindi ancora concluso la loro carriera di globe-trotters, continuando a deliziare gli spettatori di tutto il mondo!
Recensione di Vincent Cipriani
Visto al Teatro alla Scala il 29 ottobre 2025
Ph Brescia e Amisano ©Teatro alla Scala
AVVERTENZA
È fatto divieto a giornali e blog di pubblicare integralmente o parzialmente questo articolo o utilizzarne i contenuti senza autorizzazione espressa scritta della testata giornalistica DeArtes (direttore@deartes.cloud).
La divulgazione è sempre consentita, liberamente e gratuitamente sui rispettivi canali,a Teatri, Festival, Musei, Enti, Fondazioni, Associazioni ecc. che organizzano od ospitano gli eventi, oltre agli artisti direttamente interessati.
Grazie se condividerete questo articolo sui social, indicando per cortesia il nome della testata giornalistica DeArtes e il nome dell’autore.
FRANÇAIS

Qu’est-ce qu’a encore à nous dire La Fille du Régiment, une des œuvres les plus connues et appréciées de Donizetti, et de surcroît dans cette mise en scène de Laurent Pelly, qui presque 20 ans, et qui a littéralement fait le tour du monde (passant notamment au Metropolitan Opera, à Covent Garden, au Grand Teatre del Liceu, à l’Opéra de Paris, à la Wiener Staatsoper) ? Il semble bien que si cette même production continue de tourner dans les plus grandes maisons d’opéra du monde depuis aussi longtemps, c’est qu’elle est tout simplement excellente : c’est l’un des spectacles comme il en existe peu, que l’on pourrait revoir une dizaine de fois, en savourant toujours autant sa bonne humeur et son espièglerie, ainsi que les prestations remarquables de ses interprètes.
Le rideau s’ouvre, et l’on découvre toujours cette même immense carte géographique du Tyrol, qui recouvre tout le plateau, formant une pente de plus en plus forte à mesure qu’on s’enfonce sur la scène, jusqu’à figurer un relief montagneux au lointain. Espace de vie du régiment mais surtout de Marie, la vivandière, on a l’impression, plutôt que d’être au front, de se trouver à la fois dans une cuisine ou dans une buanderie, avec le tas de linge que Marie repasse et plie avec assurance et fermeté, la casserole remplie de patates à éplucher, ou encore les cordes à linge qui barrent la scène dans toute sa largeur. Le deuxième acte laisse place, en revanche, à un intérieur bourgeois, le salon du château de la marquise de Berkenfield, figuré de façon stylisée par quelques poutres, portes, cadres sans toile, et meubles. Le décor de Chantal Thomas affiche donc d’emblée la tonalité générale de l’ensemble : une invraisemblance loufoque, pleine d’humour et de dérision.

Car c’est en effet l’humour qui est roi dans cette production. Tous les types de comique y prennent vie, du comique de caractère (avec ces personnages très archétypaux : la vivandière garçonne et indélicate, le général ferme mais tendre, la marquise grandiloquente et froussarde) au comique de geste (Sulpice qui utilise son gros ventre pour repousser Tonio, la Duchesse menaçant de tuer le chef d’orchestre…), en passant par le comique de situation (Marie incapable s’adapter au mode de vie bourgeois au deuxième acte, le notaire qui apparaît dans la cheminée du château…). Sans oublier également le comique de mots, grâce notamment aux nouveaux dialogues écrits par Agathe Mélinand, qui réactualisent le niveau de langue, créant de savoureux décalages de registre.
Évidemment, l’opéra étant un art vivant, le degré de succès de certains gags varie, de soir en soir, en fonction de la réceptivité du public. Ainsi, par exemple, au moment du mariage de Marie avec le Duc de Krakenthorp, l’arrivée des invités, figurés par une masse aristocratique de vieillards croulants, a déclenché une réelle hilarité dans la salle. Alors qu’au contraire, d’autres blagues sont un peu tombées à l’eau, comme lorsqu’Hortensius débarque soudain en plein milieu d’une discussion cruciale au cours de laquelle la Marquise a révélé à Sulpice que Marie est en réalité sa propre fille : pour ne rien laisser paraître à Hortensius, la Marquise se met alors à chanter comme si de rien n’était, accompagnée au piano par Sulpice. Cette transition, pourtant très bouffonne, et qui avait par exemple provoqué de longs fous rires lors de la précédente reprise à l’Opéra de Paris, a fait très peu réagir le public ce soir-là.Mais cela ne retire rien à la drôlerie de l’ensemble : les blagues sont ni nombreuses et de genre si différent qu’il ne se passe pas plusieurs minutes sans qu’un élément ou un autre ne fasse se relever les coins de la bouche.

Ce qui rend cette production agréable et rafraîchissante, d’autre part, est la dérision avec laquelle est traité le sujet pourtant central de la guerre – dérision latente dès les premières secondes après l’ouverture du rideau, où l’on distingue une grande barricade constituée de toutes sortes de meubles imbriqués, derrière laquelle se protègent une foule de paysans ayant des fourches pour armes et des casseroles en guise de casques… Cette première vision donne à la guerre une dimension anecdotique, comme s’il agissait d’un conflit entre deux villages voisins plutôt que l’affrontement de deux féroces armées. Par ailleurs, les soldats français ont beau chanter avec vigueur : « Vive la guerre et ses alarmes ! / Et la victoire et les combats ! / Vive la mort, quand sous les armes / On la trouve en braves soldats ! », ils paraissent tout de même nettement plus intéressés par les vicissitudes de la vie sentimentale de Marie, qu’ils considèrent comme leur fille, que par le front et les combats. D’ailleurs, la seule fois où ils sortent l’artillerie lourde, avec un grand char de guerre et une multitude de baïonnettes, c’est pour « sauver » in extremis Marie du mariage avec le Duc de Krakenthorp et lui garantir plutôt une union heureuse avec Tonio… Enfin, alors que l’œuvre transmet à l’origine une forte vigueur patriotique, avec entre-autres le célèbre « Salut à la France ! », ici, ce patriotisme est subverti et moqué, notamment par l’apparition finale d’une grande image de coq, assorti du retentissement d’un ridicule et grandiloquent « Coccorico ! ».

Si le spectacle est une réussite incontestable, c’est aussi et surtout parce qu’il compte sur une constellation d’interprètes d’une excellence qui n’est plus à prouver. Le rôle de Marie paraît taillé sur-mesure pour Julie Fuchs : dans les parties récitées, elle semble prendre beaucoup de plaisir à jouer la vivandière indélicate et virile, ce qui détone avec sa morphologie plutôt frêle et agile, et amuse grandement le spectateur. La partition virevoltante de Donizetti lui donne l’occasion de déployer une profusion de fioritures qui semblent sortir tout naturellement sans le moindre effort ; elle lance ses aigus et suraigus avec une agilité impressionnante, presque insolente. Le chant est toujours d’une justesse millimétrique – sauf lors de la leçon de chant qu’essaie de lui asséner la marquise de Krakenthorp au deuxième acte, où elle chante délibérément et hilaremment très faux, soulignant l’incapacité de l’ex-vivandière à rentrer dans le carcan de la bonne éducation que veut lui imposer la marquise.
Devenu une référence incontestable dans le rôle de Tonio, Juan Diego Flórez n’a rien perdu de son habituel charisme et de son investissement dans le jeu scénique. Il a su surmonter « l’épreuve des neufs contre-ut » de son air « Ah ! Mes amis ! », même si on sent que, les années passant, il n’atteint plus les suraigus avec la même agilité que lors de ses débuts dans ce rôle – mais il paraît en revanche avoir gagné en élégance et raffinement. En somme, la qualité du chant demeure extrêmement convaincante, avec un timbre brillant, un legato parfait, une excellente musicalité.
Dans le rôle de Sulpice, Pietro Spagnoli est un baryton à la très belle technique italienne, qui réussit à donner une grande crédibilité à son personnage par un jeu bouffon mais sans exagération. La voix est ronde, le chant précis, et le français correct, même si son élocution pourrait être améliorée dans les parties récitées. Quant à la marquise de Berkenfield, elle est incarnée par la valeur sûre qu’est Géraldine Chauvet, avec son chant d’une grande clarté, au timbre chaleureux, aux graves bien calibrés, qui donnent ses marques de noblesse à ce personnage. La marquise est secondée par son valet Hortensius, auquel Pierre Doyen donne une voix solide aux contours bien nets.

La distribution est complétée par deux chanteurs, Emilio Guidotti (Un Caporal ; artiste du Chœur du Teatro alla Scala) et Aldo Sartori (Un Paysan ; élève de l’Accademia del Teatro alla Scala), ainsi que par deux acteurs : Federico Vazzola (Un Notaire), et un caméo de la célèbre soprano Barbara Frittoli, une présence de luxe dans le rôle de la Duchesse de Krakenthorp.
À la tête de l’Orchestra del Teatro alla Scala, Evelino Pidò propose une direction parfaitement équilibrée et assurée (il connaît bien la partition, pour l’avoir dirigée à Londres en 2019, et à Paris dans cette même production il y a exactement un an) : le Maestro obtient de l’orchestre une variété dans les couleurs et les nuances, de la souplesse, précision, fluidité et élégance – mais aussi une agréable touche de folie, perceptible en particulier dans la rutilance des marches militaires, en accord avec l’humour enjoué de l’ensemble de la mise en scène. Quant au Chœur du Teatro alla Scala, magnifiquement préparé par Alberto Malazzi, il ne cessera de nous enthousiasmer par son unisson, sa justesse et l’engagement scénique admirable de chacun de ses artistes, donnant ainsi le sentiment que ce collectif de soldats n’est en fait qu’un seul grand individu – notamment grâce aux chorégraphies pensées par Laura Scozzi. Enfin, le tout a été éclairé avec habileté par Joël Adam.
Cette même production sera notamment présentée à nouveau en juillet 2026 au Royal Ballet and Opera de Londres, avec une distribution différente – sauf pour Tonio qui restera interprété par Juan Diego Flórez. La grande carte du Tyrol et l’humour loufoque de Laurent Pelly n’ont donc pas fini leur carrière de globe-trotters – et de ravir les spectateurs des quatre coins du monde !
Critique de Vincent Cipriani
Vu au Teatro alla Scala le 29 octobre 2025
Ph Brescia e Amisano ©Teatro alla Scala
AVERTISSEMENT
Il est interdit aux journaux et aux blogs de publier cet article en tout ou en partie ou d’utiliser son contenu sans l’autorisation écrite expresse du journal DeArtes (direttore@deartes.cloud).
La divulgation est toujours autorisée, librement et gratuitement sur les réseaux respectifs, aux Théâtres, Festivals, Musées, Institutions, Fondations, Associations, etc. qui organisent ou accueillent les événements, en plus des artistes directement impliqués.
Nous vous remercions si vous partagez cet article sur les réseaux sociaux, et vous
prions d’indiquer le nom du journal DeArtes et le nom de l’auteur.

