Di Maria Luisa Abate. Verona, Teatro Filarmonico: ottimi direzione e cast. Tra il terreno e l’onirico l’allestimento proveniente dal Teatro Regio di Torino.

Una fanciulla morta di dolore appare come terrifico fantasma al promesso sposo macchiatosi di infedeltà. Creature fantastiche, bellissime e crudeli, si aggirano inquietanti nel fitto della Foresta Nera per vendicare le promesse d’amore tradite, e nelle notti di luna piena costringono i fedifraghi a danzare convulsamente fino a cadere esanimi, privi di vita.

Nella notte di Halloween, mentre la città di Verona era invasa da maschere e dal consumismo di massa che oramai rovina ogni ricorrenza, il Teatro Filarmonico ha condotto in un mondo ultraterreno colto e affascinante. Ad andare in scena, la prima opera scritta da Giacomo Puccini venticinquenne e fresco di diploma al conservatorio, per partecipare a un concorso che non vinse (ovviamente! caso ricorrente nella storia), non classificandosi nemmeno tra i primi, perché gli furono preferiti ex aequo due compositori che poi finirono nel dimenticatoio o quasi. L’opera però fu rappresentata al Teatro dal Verme e qualche studioso avanza l’ipotesi che l’esito del concorso fosse in realtà orchestrato da chi già aveva ravvisato il valore di Puccini e voleva accaparrarselo: infatti, fallito il bando Sonzogno, il Maestro entrò subito nella scuderia Ricordi e la sua fortuna spiccò il volo.

È scontato sottolinearlo, Le Willis, poi diventate Le Villi, recano già ben distinguibile quel genio musicale che di lì a pochissimo sarebbe esploso. Il libretto è figlio della Scapigliatura milanese dell’epoca: Ferdinando Fontana trasse il soggetto da una novella di Alphonse Karr, che Théophile Gautier aveva tradotta nel balletto Giselle, con la musica di Adolphe Adam, destinato a diventare una pietra miliare nella storia della danza.

Per la prima volta al Filarmonico di Verona, Le Villi ha proseguito la consuetudine di questo Teatro di presentare le opere brevi – come questa della durata di un’oretta – come titoli a sé stanti, senza abbinarle ad altro. Dunque, tutti a nanna presto. A poco infatti è valso l’aver inserito, lungheggiando, l’intervallo (che per la verità la versione inziale dell’opera prevedeva e che forse è servito anche all’impegnativo trucco e parrucco).  

L’allestimento era quello che il regista Pier Francesco Maestrini aveva recentemente firmato per il Teatro Regio di Torino. Una felice casualità, quindi, che nella notte veronese di Halloween, il bellissimo impianto scenografico del prim’atto (di Juan Guillermo Nova) fosse incentrato sul colore arancio/zucca. Non ci si fraintenda: non intendiamo usare toni ironici e men che meno svilenti, ma solo descrittivi. Infatti l’impatto visivo era davvero molto bello e ne abbiamo apprezzato il fascino a cavallo tra mondo reale e onirico, che il disegno luci (di Bruno Ciulli) ha “scolpito” con perizia.  

Nel fondale, un grande gazebo era attorniato da fiori giganteschi che facevano sembrare i personaggi minuscoli, come se anche le persone fossero folletti di un bosco fatato. Una giostrina ospitava le coppiette nell’assolata giornata di festa, affollata dalla borghesia del villaggio montano, dagli abiti colorati e assai curati (costumi di Luca Dall’Alpi). La struttura girevole ha intuitivamente identificato la mutevolezza della natura umana e dell’amore; sfociata in seguito in dissolutezza durante la festa orgiastica a Magonza sotto un dipinto ispiratore di Courbet.

In contrasto, nell’atto successivo, il dilagare delle tinte dark delle proiezioni che hanno restituito efficacemente il clima misterioso e spettrale della brumosa foresta. Spezzoni filmati rivelatesi ideali per rappresentare le Villi, creature che ritroviamo in diverse mitologie prevalentemente nordiche e che, come ricordato nel libretto di sala, tra le loro varie declinazioni vengono associate alla rugiada o all’aria: di conseguenza, grazie al video hanno assunto appropriata inconsistenza corporea, intangibilità, inafferrabilità, unite però all’avvenenza terrena di fanciulle morte alla vigilia delle nozze con addosso la veste nuziale, capaci di irretire gli spergiuri che saranno le loro vittime.

Le Villi, e la stessa Anna, hanno poi assunto fattezze fisiche di creature dalla pelle verdastra e dai lunghi capelli simili a giunchi di lago (una delle leggende attribuiva poteri magici alla capigliatura). Basilare, in quest’opera/balletto, la presenza di mimi e figuranti (movenze di Michele Cosentino) per rappresentare dapprima la lietezza dello spensierato pomeriggio tra i due fidanzati, poi il passaggio alla libertina Magonza infine il regno notturno degli spiriti. Di gusto un poco “splatter” la scena conclusiva, in cui il cuore del traditore d’amore, strappatogli dal petto, viene esibito come trofeo vittorioso di vendetta.

Fondamentale il respiro sinfonico che, in embrione, si ravvisa nel giovane Puccini e si è ritrovato nell’esecuzione dell’Orchestra di Fondazione Arena, attenta alla resa coloristica sotto la direzione di Alessandro Cadario. Il quale ha con vivacità sviluppato la … “puccinianità” in fieri del giovane Puccini, mettendone in risalto la meravigliosa linea melodica, per l’appunto la propensione sinfonica, l’innata teatralità del dettato musicale e la capacità del lucchese di creare atmosfere e di descrivere con estrema precisione la natura umana. Cadario non ha lesinato inizialmente in toni gioiosi e luminosi per poi estrarre dalla partitura tinte notturne, a volte fiabesche e misteriose, altre volte virate decisamente verso le tenebre inquietanti, sempre con chiarezza e sensibilità.

Nel cast, giovani artisti dalla carriera internazionale, già apprezzati e applauditi nelle ultime stagioni veronesi. Il soprano Sara Cortolezzis ha brillato per l’interpretazione globalmente intesa, in cui sia l’attorialità sia la resa vocale abilmente giostrata all’uopo, hanno contribuito a rendere netto il passaggio caratteriale dall’ingenua e dolce fanciulla innamorata, all’inquietante severità post mortem dello spirito silvano vendicativo. Il soprano vanta una voce del bel timbro e dalla bella tinta che ha assunto particolare calore nella zona centrale pur presentando omogeneità nell’intera gamma, e, avendo curato il fraseggio, ha alternato un caleidoscopio di accenti, dapprima teneri, poi drammatici, infine spettrali.  

L’amante infedele e che viene fatalmente punito era il tenore messicano-americano Galeano Salas. Di Roberto ha posto in risalto sia il sentimento d’amore inizialmente veritiero, sia l’altrettanto sincero pentimento, per quanto tardivo e inutile. Per lui applausi a scena aperta per l’invocazione “Torna ai felici dì” interpretata con belle morbidezze e con slancio emotivo. A suo merito anche il fraseggio attento, il timbro di voce pastoso e affascinante, lo squillo ben proiettato e una notevole presenza scenica.  

Guglielmo era il baritono nato a Durazzo e dalla ormai lunga e lusinghiera carriera Gëzim Myshketa. Da uno dei suoi primi insegnanti italiani di canto, che ci onoriamo di conoscere, ha appreso, e conservato, i legati morbidissimi, l’appropriatezza della misura nell’uso delle dinamiche e l’eleganza della linea stilistica. Ha fatto del genitore della fanciulla una figura autorevole, assimilabile ai padri verdiani di cui il giovane Puccini allora sentiva gli influssi.  
Attento alle sfumature coloristiche il Coro areniano preparato egregiamente da Roberto Gabbiani.

Con questo titolo è ripresa la Stagione invernale di Fondazione Arena al Teatro Filarmonico, che prosegue nell’impegno di programmare titoli non frequentemente rappresentati, riscuotendo un crescente consenso di pubblico che in gran numero ha affollato le quattro recite previste.

Recensione di Maria Luisa Abate
Foto © Ennevi

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