Di Vincent Cipriani. Parigi, Opéra-Comique: una regia interessante, un cast straordinario e un’orchestra infuocata nell’opera di Gluck.

È uno degli spettacoli che aspettavamo con più impazienza all’inizio della stagione lirica parigina: Iphigénie en Tauride di Gluck, messo in scena da Wajdi Mouawad, che presenta la sua terza regia operistica. Nuova produzione dell’Opéra-Comique, in coproduzione con i Théâtres de la Ville de Luxembourg e l’Opéra du Capitole di Tolosa, tutto qui è all’insegna dell’eccellenza artistica, grazie a una regia interessante, un cast straordinario e un’orchestra infuocata.

Al posto del tradizionale sipario rosso, il palcoscenico è inizialmente protetto da un sipario bianco, che funge da schermo di proiezione: durante il preludio (che è quello di un’altra Ifigenia di Gluck: Ifigenia in Aulide), viene proiettata una presentazione powerpoint che racconta a grandi linee le origini della guerra di Troia e la storia di Ifigenia, con un’alternanza di testo e immagini, disegni, mappe e fotografie. Le letture mitologiche sono abbandonate a favore di una spiegazione storica e fattuale della spedizione troiana: ci viene spiegato che questa guerra nasce da una rivalità commerciale per il dominio dei commerci nel Mar Nero e che il rapimento di Elena era solo un semplice pretesto – il tutto accompagnato da date e cifre estremamente precise. Si nota una particolare attenzione nel far corrispondere le diverse frasi musicali del preludio ai discorsi sviluppati: il passaggio da una diapositiva all’altra coincide sempre con un cambiamento di movimento, sfumatura o ritmo nella musica. Tutto lascia quindi immaginare, durante questa apertura, che non siamo all’Opera ma in classe, e che stiamo assistendo a una lezione di Storia spiegata dal professore più eloquente che ci sia: l’orchestra e il suo direttore.

Alla fine del preludio, il testo proiettato ci ricorda che la Tauride, regione in cui si svolge la storia di Ifigenia, non è altro che l’attuale Crimea, occupata dalla Russia dal 2014 – poi, vediamo la fotografia di una colonna di carri armati russi. Questo fa da transizione tra l’ouverture e il prologo teatrale, scritto appositamente per l’occasione dall’autore e regista Wajdi Mouawad: il sipario si apre e ci ritroviamo all’interno di un museo attuale in Crimea, di fronte a un’opera d’arte particolarmente intensa (un dipinto rossastro che raffigura una donna, con sacche di flebo piene di sangue disposte tutt’intorno al quadro e collegate alla tela da piccoli tubi). Sovrastando il rumore di fondo, una voce annuncia l’imminente chiusura del museo. A questo punto ha luogo un conciliabolo tra il direttore del museo (Thoas), la conservatrice (Ifigenia) e due emissari greci (Oreste e Pylade), inviati per recuperare e riportare in Grecia due statue di grande valore rubate in passato. Thoas, direttore intransigente e soprattutto sostenitore incondizionato dell’occupazione russa di questo territorio ucraino, rifiuta categoricamente. Allora Ifigenia suggerisce discretamente ai due greci di rubare le statue…

Successivamente, l’allestimento del museo scompare e ha inizio l’opera vera e propria. Mentre il prologo si svolge in un contesto strettamente contemporaneo, la trama di Iphigénie è ambientata in un’epoca indefinita, vagamente arcaica, con un unico scenario dalle pareti in pietra grezza, simile a una cripta immersa nella penombra (scenografia di Emmanuel Clolus; luci di Éric Champoux). I costumi di Emmanuelle Thomas rafforzano questa impressione di arcaismo stilizzato: Ifigenia e il coro delle sacerdotesse indossano lunghi abiti in diverse tonalità di grigio, Oreste e Pilade indossano un ampio abito blu il cui drappeggio ricorda una toga, mentre i costumi del coro degli Sciti conferiscono loro un aspetto gotico, con pantaloni neri molto ampi e il cranio rasato.

Il regista ci trasporta quindi in uno spazio-tempo molto diverso da quello del prologo: all’interno dell’opera non si vede alcun riferimento all’epoca contemporanea e alla storia del museo in Crimea; solo alla fine dell’opera riappare il quadro rossastro del museo. Va detto che si tratta di un’idea particolarmente abile e intelligente da parte di Wajdi Mouawad: è riuscito così a proporci un’interpretazione molto contemporanea e politica dell’opera, con il conflitto russo-ucraino e le questioni di potere che ruotano attorno alle opere d’arte, ma senza imporre questa lettura univoca allo spettatore durante tutto lo spettacolo. Questa proposta non fa altro che inquadrare l’opera, fornendo spunti di riflessione e di interpretazione, ma poiché la storia di Iphigénie stessa rimane immersa in un passato indefinito, come in un sogno scollegato dalla realtà, ognuno può proiettarvi la propria visione. In sintesi, la messa in scena propone ma non impone. E lo fa in modo tanto più convincente in quanto questa storia di rimpatrio di opere d’arte rubate dalla Crimea annessa dalla Russia non è stata tirata fuori dal cilindro del regista, ma è direttamente collegata al libretto dell’opera: la Tauride è infatti la Crimea, e Oreste vi è effettivamente inviato da Apollo per recuperare due statue nel tempio di Diana.

Come traspare fin dall’inizio dalla proiezione della presentazione iniziale, la preoccupazione principale di Wajdi Mouawad è stata quella di rendere il tutto perfettamente chiaro e comprensibile, anche per gli spettatori che non hanno alcuna conoscenza preliminare della storia degli Atridi. Così, durante i quattro atti dell’opera, il regista ha privilegiato una forma di semplicità e purezza. Senza mai cadere in una pedagogia noiosa, ci si sente accompagnati nelle diverse vicissitudini e nei colpi di scena, il che rende quest’opera estremamente accessibile a un pubblico di ogni provenienza.

Nel corso della storia, il protagonista principale è senza dubbio l’orchestra Le Consort, che brilla sotto la direzione appassionata di Louis Langrée: con la consueta eleganza che lo contraddistingue, ottiene dall’orchestra una vivacità di colori, senza perdere nulla in precisione e rotondità. Si percepisce una vera coesione tra i musicisti di questa formazione, che suona per la prima volta in una produzione lirica. Louis Langrée è un vero direttore d’opera, che riesce a creare un sottile equilibrio tra la buca e il palcoscenico: anche nei momenti di fortissimo, l’orchestra non sovrasta mai i cantanti, ma li accompagna in una conversazione dinamica e appassionata.

Sul palcoscenico, il giovane soprano Tamara Bounazou, nel ruolo principale, fa scalpore, dando vita a un’Ifigenia di rara intensità, sia per la sua ammirevole recitazione scenica che per la voce chiara, dal timbro singolare, dalla proiezione perfetta, dalla grande espressività, in un sottile gioco di sfumature e chiaroscuro. Tutte queste qualità le valgono un’ovazione speciale e assolutamente meritata durante gli applausi finali.

Il fratello di Ifigenia, Oreste, è interpretato da Theo Hoffman, baritono di origine americana, il cui francese è pronunciato con un leggero accento, che tuttavia non compromette la comprensione del testo. Il timbro è leggermente argentato, gli acuti sono particolarmente convincenti e l’interpretazione è commovente e appassionata. Pylade, suo cugino, compagno di viaggio e amico, può contare sulla voce vellutata di Philippe Talbot, habitué dell’Opéra-Comique, la cui linea vocale è perfettamente stabile e il timbro denso e caldo. Quanto al terrificante e sanguinario re Thoas, è il basso Jean-Fernand Setti a dargli voce e a conferirgli la sua presenza scenica: la voce ampia e i gravi penetranti lo rendono un personaggio tenebroso e agghiacciante.

L’eccellenza del cast non si limita ai ruoli principali: anche i personaggi secondari hanno apparizioni brevi ma tutte estremamente convincenti. Così, Léontine Maridat-Zimmerlin (Diane / Seconda sacerdotessa; ex artista dell’Académie de l’Opéra-Comique) sfoggia una grande disinvoltura vocale, mentre Fanny Soyer (Una donna greca / Prima sacerdotessa, anch’essa ex artista dell’Académie) ci incanta con il suo timbro morbido e vellutato. Anche l’intervento di Lysandre Châlon (Uno Scita / Un ministro del santuario) si è rivelato altrettanto efficace.

Infine (last but not least!), gli artisti del coro Les éléments hanno dato prova di un notevole impegno scenico, conferendo grande credibilità ai loro personaggi e facendo risuonare un canto improntato a grande musicalità e nitidezza a tutta prova, grazie alla meticolosa preparazione di Joël Suhubiette.

Recensione di Vincent Cipriani
Visto all’Opéra-Comique di Parigi il 6 novembre 2025
Rappresentazioni fino al 12 novembre
Ph © S. Brion


FRANÇAIS

C’est l’un des spectacles que l’on attendait de découvrir avec le plus d’impatience en ce début de saison lyrique parisienne : une Iphigénie en Tauride de Gluck, mise en scène par Wajdi Mouawad, qui signe ici sa troisième mise en scène d’opéra. Nouvelle production de l’Opéra-Comique, en coproduction avec les Théâtres de la Ville de Luxembourg, et l’Opéra du Capitole de Toulouse, tout est ici placé sous le signe de l’excellence artistique, grâce à une mise en scène intéressante, une distribution remarquable, et un orchestre exalté.

Au lieu du traditionnel rideau rouge, la scène est initialement protégée par un rideau blanc, qui sert d’écran de projection : pendant l’ouverture (qui est celle d’une autre Iphigénie de Gluck : l’Iphigénie en Aulide), on voit défiler un powerpoint qui raconte dans les grandes lignes les origines de la guerre de Troie et l’histoire d’Iphigénie, avec une alternance de texte et d’images, dessins, cartes et photographies. Les lectures mythologiques sont délaissées au profit d’une explication historique et factuelle de l’expédition troyenne : on nous explique que cette guerre émane d’une rivalité commerciale pour la domination des comptoirs en mer Noire, et que l’enlèvement d’Hélène n’était qu’un simple prétexte – le tout assorti de dates et chiffres extrêmement précis. On remarque une attention toute particulière à faire correspondre les différentes phrases musicales de l’ouverture aux propos développés : le passage d’une diapositive à une autre coïncide toujours avec un changement de mouvement, de nuance ou de rythme dans la musique. Tout laisse donc imaginer, pendant cette ouverture, que nous ne sommes pas à l’Opéra mais en classe, et que nous assistons à une leçon d’Histoire expliquée par le professeur le plus éloquent qui soit : l’orchestre et son chef.

À la toute fin de l’ouverture, le texte projeté nous rappelle que la Tauride, région où se déroule l’histoire d’Iphigénie, n’est autre que l’actuelle Crimée, occupée par la Russie depuis 2014 – puis, on voit la photographie d’une colonne de chars russes. C’est ce qui sert de transition entre l’ouverture et le prologue théâtral, qui a été écrit spécifiquement pour l’occasion par l’auteur et metteur en scène Wajdi Mouawad : le rideau s’ouvre, et on se retrouve l’intérieur d’un musée actuel en Crimée – avec notamment une œuvre d’art particulièrement intense (une peinture rougeâtre représentant une femme, avec des sachets de perfusion remplis de sang disposés tout autour du tableau et reliés à la toile par des petits tuyaux). Tranchant le bruit de fond sonore, une voix annonce la fermeture imminente du musée. C’est alors que se tient un conciliabule entre le directeur du musée (Thoas), la conservatrice (Iphigénie), et deux émissaires grecs (Oreste et Pylade), envoyés pour récupérer et ramener en Grèce deux statues de grande valeur autrefois volées. Thoas, en directeur intransigeant, et surtout soutien indéfectible de l’occupation russe de ce territoire ukrainien, refuse catégoriquement. Alors, Iphigénie suggère discrètement aux deux Grecs de voler les statues…

Ensuite, le décor du musée disparaît, et l’opéra proprement dit commence. Tandis que le prologue se déroule dans une temporalité strictement contemporaine, l’intrigue d’Iphigénie est plongée dans une époque indéterminée, plutôt archaïsante, avec un décor unique aux murs en pierre brute, comme un caveau plongé dans la pénombre (décor d’Emmanuel Clolus ; lumières d’Éric Champoux). Les costumes d’Emmanuelle Thomas implémentent cette impression d’archaïsme stylisé : Iphigénie et le chœur des prêtresses arborent de longues robes faites de différentes tonalités de gris, Oreste et Pylade portent un ample vêtement bleu dont le drapé évoque une toge, et les costumes du chœur des Scythes leur donne une vague allure gothique, avec des pantalons noirs très amples et le crâne rasé.

Le metteur en scène nous emmène donc dans un espace-temps très différent de celui du prologue : à l’intérieur même de l’opéra, on ne voit aucune référence à l’époque contemporaine et à l’histoire du musée en Crimée ; ce n’est qu’à l’extrême fin de l’œuvre seulement qu’on voit réapparaître le tableau rougeâtre du musée. Il faut dire que c’est une trouvaille particulièrement habile et intelligente de la part de Wajdi Mouawad : il a ainsi su nous proposer une interprétation très contemporaine et politique de l’opéra, avec le conflit russo-ukrainien et les enjeux de pouvoir autour des œuvres d’art, mais n’a pas imposé cette lecture univoque au spectateur tout au long du spectacle. Cette proposition ne fait qu’encadrer l’opéra, lui donnant des pistes de réflexion et d’interprétation, mais puisque l’histoire d’Iphigénie elle-même reste plongée dans un passé indéfini, comme dans un rêve coupé de toute réalité, chacun peut y projeter sa propre vision. En somme, la mise en scène propose plutôt qu’elle n’impose. Et elle propose de façon d’autant plus convaincante que cette histoire de rapatriement d’œuvres d’art volées depuis la Crimée annexée par la Russie ne sort pas du chapeau du metteur en scène, mais est en lien direct avec le livret de l’opéra : la Tauride est effectivement la Crimée, et Oreste y est effectivement envoyé par Apollon pour récupérer deux statues dans le temple de Diane.

Comme cela transparaît d’emblée avec la projection du diaporama initial, le principal souci de Wajdi Mouawad a été de rendre l’ensemble parfaitement clair et compréhensible, même pour des spectateurs qui n’auraient aucune connaissance préalable sur l’histoire des Atrides. Ainsi, tout au long des quatre actes de l’opéra, le metteur en scène a privilégié une forme de simplicité et d’épure. Sans jamais tomber dans une pédagogie ennuyeuse, on se sent pris par la main dans les différentes vicissitudes et retournements de situation – ce qui rend cette œuvre extrêmement abordable pour un public de tous horizons.

Tout au long de l’histoire, le principal protagoniste est indéniablement l’orchestre Le Consort, qui rayonne sous la direction passionnée de Louis Langrée : avec l’habituelle élégance qui le caractérise, il obtient de l’orchestre une vivacité de couleurs pétillantes, sans rien perdre en précision et en rondeur. On sent une vraie cohésion entre les musiciens de cet orchestre – qui joue pour la première fois dans une production lyrique. Louis Langrée est un vrai chef d’opéra, qui réussit à créer un subtil équilibre entre fosse et scène : même dans les moments de fortissimo, l’orchestre ne prend jamais le dessus sur les chanteurs, mais les accompagne en une conversation dynamique et enflammée.

Sur scène, la jeune soprano Tamara Bounazou, dans le rôle-titre, fait sensation, donnant vie à une Iphigénie d’une rare intensité, tant par son admirable jeu scénique que par une voix claire, au timbre singulier, à la projection parfaite, à la grande expressivité, dans un subtil jeu de nuances en clair-obscur. Toutes ces qualités lui valent une ovation toute particulière et absolument méritée lors des applaudissements finaux.

Le frère d’Iphigénie, Oreste est interprété par Theo Hoffman, baryton d’origine américaine, dont le français est prononcé avec un léger accent, ce qui n’entache pourtant pas outre mesure la compréhension du texte. Le timbre est légèrement argenté, les aigus sont particulièrement convaincants, et l’interprétation se fait émouvante et passionnée. Pylade, son cousin, compagnon de route et ami, compte sur la voix de velours de Philippe Talbot, un habitué de l’Opéra-Comique, dont la ligne de chant est parfaitement stable, et le timbre dense et chaleureux. Quant à l’effrayant et sanguinaire roi Thoas, c’est le basse Jean-Fernand Setti qui lui donne voix et lui confère sa prestance scénique : sa voix ample et ses graves pénétrants en font un personnage ténébreux et glaçant.

L’excellence de la distribution ne s’arrête pas aux premiers rôles : les rôles secondaires ont des apparitions courtes mais toutes extrêmement convaincantes. Ainsi, Léontine Maridat-Zimmerlin (Diane / Deuxième prêtresse ; ancienne artiste de l’Académie de l’Opéra-Comique) déploie une grande aisance vocale, tandis que Fanny Soyer (Une Femme Grecque / Première Prêtresse, également ancienne artiste de l’Académie) nous enchante de son timbre moelleux et velouté. L’intervention de Lysandre Châlon (Un Scythe / Un Ministre du Sanctuaire) s’est également révélée efficace.

Enfin (last but not least !), les artistes du chœur Les éléments, ont fait montre d’un investissement scénique également notable, conférant une grande crédibilité à leurs personnages, tout en faisant résonner un chant empreint d’une grande musicalité et d’une netteté à toute épreuve, grâce à la préparation minutieuse de Joël Suhubiette.

Critique de Vincent Cipriani
Vu à l’Opéra-Comique de Paris le 6 novembre 2025
Représentations jusqu’au 12 novembre
Ph © S. Brion

AVERTISSEMENT
Il est interdit aux journaux et aux blogs de publier cet article en tout ou en partie ou d’utiliser son contenu sans l’autorisation écrite expresse du journal DeArtes (direttore@deartes.cloud).
La divulgation est toujours autorisée, librement et gratuitement sur les réseaux respectifs, aux Théâtres, Festivals, Musées, Institutions, Fondations, Associations, etc. qui organisent ou accueillent les événements, en plus des artistes directement impliqués.
Nous vous remercions si vous partagez cet article sur les réseaux sociaux, et vous
prions d’indiquer le nom du journal DeArtes et le nom de l’auteur.