Di Olivier Horn. Torino, Teatro Regio: sensibile e sapiente la direzione di Gianluca Capuano; statica la regia di Michel Fau; discreto il cast.
Dopo il successo di Francesca da Rimini all’apertura della sua stagione lirica (recensione vedi qui), il Teatro Regio di Torino ha appena ospitato Il ratto dal serraglio di Mozart, in una messa in scena firmata nel 2024 dal francese Michel Fau per l’Opéra Royal de Versailles, in coproduzione con l’Opéra de Tours.
«Credo di vedere in quest’opera ciò che sono per ogni uomo i suoi anni gioiosi della giovinezza, di cui non può più ritrovare tale e quale la fioritura» dirà di quest’opera Carl Maria Von Weber, tanto questo capolavoro composto a soli 26 anni porta il segno del turbinio della giovinezza e delle sue emozioni. Mozart è appena arrivato a Vienna e ha lasciato con fragore il servizio del Principe-arcivescovo di Salisburgo che lo trattava da lacchè. Deve farsi conoscere e guadagnarsi da vivere. Incoraggiato dal successo della sua opera seria Idomeneo a Monaco l’anno precedente, coglie al volo la proposta di Gottlieb Stephanie, autore teatrale apprezzato alla corte dell’imperatore Giuseppe II, di musicare questo «Singspiel» («commedia cantata»). Ma lungi dal limitarsi a intercalare arie musicali e cantate in mezzo a dialoghi parlati in tedesco, Mozart compone un’opera la cui musica, gioiosa e sublime, leggera e profonda, divertente e grave, prende il sopravvento sull’intreccio.

L’opera racconta il tentativo del giovane Belmonte di rapire la sua fidanzata Konstanze, che il Pascià Selim tiene prigioniera nel proprio palazzo con la sua serva Blonde, e il servitore di Belmonte, Pedrillo, sotto la guardia del terribile Osmin, incaricato di vegliare sul serraglio. La storia riserva colpi di scena: Pedrillo riesce a far entrare Belmonte nel palazzo dove ritrova Konstanze, ma il loro piano di evasione viene sventato da Osmin; eccoli condannati a morte certa quando Selim scopre che Belmonte è il figlio del suo peggior nemico, colui che lo ha costretto all’esilio un tempo; contro ogni aspettativa, il pascià concede loro la vita salva e la libertà in nome di valori universali, come il perdono contro lo spirito di vendetta.
A partire da questa dinamica, Mozart dà libero sfogo al suo genio musicale per caratterizzare i personaggi e moltiplicare le variazioni sul tema del sentimento e del tormento amoroso: puro, esaltato e inquieto in Belmonte; oscillante tra speranza e disperazione in Konstanze, fedele al suo giuramento di fedeltà per il suo fidanzato ma non insensibile alla corte pressante del pascià Selim che sogna di conquistare il suo cuore senza usare il suo potere; senza secondi fini in Pedrillo per la frizzante Blonde che non si priva di respingere le grossolane avances di Osmin.
Subito coronato di successo a Vienna, Il ratto dal serraglio savrebbe valso a Mozart questa osservazione di Giuseppe II durante la prima, immortalata da Milos Forman nel suo film pluripremiato Amadeus: «Troppe note per le orecchie dei miei viennesi», a cui il giovane compositore, sicuro del suo genio, avrebbe replicato: «Neanche una di troppo, Sire!».

Michel Fau ha scelto per la sua messa in scena di ricreare un palazzo orientale alla maniera delle “Mille e una notte” – con soffitti moreschi, tappeti e lanterne – le cui pareti si stringono sui personaggi per rendere sensibile la loro sensazione di prigionia nel corso degli atti. Su questo interno esotico e imponente si chiudono due ponti scorrevoli ai lati della scena per materializzare il muro invalicabile che circonda il palazzo; è davanti a esso che si ritrova Belmonte alla ricerca della sua Konstanze, e dall’alto di esso appare Osmin, cantando la sua serenata grottesca sull’amore prima di intimargli di proseguire per la sua strada.
Questo maestoso palazzo firmato Antoine Fontaine (esaltato dalle luci calde di Joël Fabing e dai costumi colorati di David Belugou), senza dubbio creato per la cornice barocca dell’Opéra Royal de Versailles per la quale è stato concepito, induce purtroppo una messa in scena piuttosto statica. I cantanti, come sopraffatti da questo imponente scenario, rimangono immobili, soprattutto nell’Atto I che appare lungo e noioso. Strana scelta da parte di un artista poliedrico come Michel Fau, noto per i suoi ruoli burleschi e le sue stravaganze a teatro come al cinema, aver puntato così poco sulla dinamica e sulla gestualità teatrale di un’opera di cui non sfrutta abbastanza la vena comica (tranne, ad esempio, nell’inno a Bacco, “Vivat Bacchus! Bacchus lebe!”, dove Pedrillo si diverte a far bere Osmin, scena molto riuscita!).
Gli Atti II e III sono più animati, anche se il dispositivo scenico limita i movimenti, in particolare quando i cantanti sono appollaiati sul muro di cinta. A parte qualche gag, l’insieme rimane comunque molto sobrio, e la gestualità, piuttosto stereotipata, manca di interazioni più vivaci – fino alla scena finale dove il Pascià Selim appare in equilibrio (instabile) su un tappeto volante che sovrasta gli altri personaggi, mentre si celebra la sua bontà. Immagine piacevole ma un po’ sopravvalutata di un Deus ex machina che risolve i conflitti terreni con la sua magnanimità e il suo spirito illuminato.
Fin dall’ouverture, la musica di Mozart ci trasporta in un universo colorato e pieno di allegria, con uno stile che privilegia le sonorità delle “turcherie” in voga a Vienna all’epoca. L’Orchestra del Teatro Regio, per la prima volta sotto la direzione di Gianluca Capuano, dimostra il suo consueto brio e la sua grande capacità di adattamento per restituire i sottili contrasti della partitura. Per il direttore milanese, amante di Mozart e riconosciuto specialista della musica barocca e del XVIII secolo, è un doppio debutto poiché dirige per la prima volta Il ratto dal serraglio. La sua interpretazione sensibile e sapiente, attenta ai fraseggi e alle sonorità di ogni sezione, serve con rispetto la partitura. A volte manca solo un po’ più di slancio.

Per quanto riguarda le voci, il cast si è dimostrato meno soddisfacente. Nel ruolo di Belmonte, ingessato in un costume da aristocratico del XVIII secolo che non valorizza la sua prestanza fisica, il giovane tenore australiano Alasdair Kent ha avuto difficoltà a proiettare la sua voce e a liberarsi durante la sua prima aria “Hier soll ich”, nonostante una buona dizione e un buon legato. A sua discolpa, cantare davanti a un sipario abbassato che lo confinava al bordo della fossa non gli è stato d’aiuto per dare un’interpretazione meno statica. Il seguito è stato migliore, soprattutto nei duetti e negli insiemi vocali, senza dubbio i momenti cantati più riusciti dello spettacolo.
Nel ruolo di Konstanze, il soprano russo Olga Pudova ha offerto una performance molto onorevole, dimostrando una buona tecnica in un registro che richiede grande virtuosismo vocale (ricordiamo la sua Regina della Notte in una precedente stagione a Torino), e mostrando emozione nell’espressione dei suoi tormenti, anche se la sua recitazione scenica è sembrata a volte un po’ debole.
Il soprano Leonor Bonilla interpreta una Blonde frizzante e servita da una voce molto gradevole, a suo agio negli acuti e dotata di una vera presenza scenica come soubrette dallo spirito indipendente, annunciatrice della Susanna delle Nozze di Figaro.
Completando il duo dei servi, il tenore Manuel Günther impone un Pedrillo dalla voce chiara, faceto e astuto al punto giusto di fronte al terribile Osmin di cui si diletta a vendicarsi nella scena del vino. Il basso Wilhelm Schwinghammer è un Osmin credibile, caricaturale come richiede il ruolo, dotato di una bella presenza scenica, espressivo nel suo canto anche se manca un poco di potenza nel registro più grave.
Per quanto riguarda l’attore Sebastian Wendelin, la sua interpretazione nel ruolo del Pascià Selim è stata sconcertante. Anche se incarna lo Spirito dell’Illuminismo fatto di tolleranza e ragione, che grazia i suoi prigionieri e restituisce loro la libertà, la sua presenza sbiadita si riduce a sperare timidamente nell’amore di Konstanze. Ci vorrebbe di più per credere al suo potere e perché il suo ribaltamento finale avvenga come un vero colpo di scena!
Il Coro del Teatro Regio è eccellente come al solito (sempre molto ben diretto dal Maestro Ulisse Trabacchin) così come i quattro coristi che interpretano i giannizzeri: Eugenia Braynova (soprano), Roberta Garelli (mezzosoprano), Leopoldo Lo Sciuto (tenore) e Lorenzo Battagion (baritono).
Nonostante le riserve legate alla messa in scena e a una distribuzione meno incisiva del solito, (forse per questioni di budget), lo spettacolo è stato calorosamente applaudito la sera della prima da una sala gremita. Per la delicatezza del suo genio musicale, Mozart riscuote decisamente sempre successo a Torino!
Recensione di Olivier Horn
Torino, Teatro Regio 8 novembre 2025
Immagini antepiano Ph Mattia Gaido
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FRANÇAIS

Après le succès de Francesca da Rimini en ouverture de sa saison lyrique (voir ici) le Teatro Regio de Turin vient d’accueillir l’Enlèvement au sérail de Mozart, dans une mise en scène signée en 2024 par le Français Michel Fau pour l’Opéra Royal de Versailles, en co-production avec l’Opéra de Tours.
« Je crois voir en cette œuvre ce que sont pour chaque homme ses joyeuses années de jeunesse, dont il ne peut plus retrouver telle quelle la floraison » dira de cet opéra Carl Maria Von Weber, tant ce chef-d’œuvre composé à seulement 26 ans porte la marque du tourbillon de la jeunesse et de ses émotions.
Mozart vient d’arriver à Vienne et de quitter avec fracas le service du Prince-archevêque de Salzbourg qui le traitait en laquais. Il doit se faire connaître et gagner sa vie. Encouragé par le succès de son opera seria Idoménée à Munich l’année précédente, il saute sur la proposition de Gottlieb Stephanie, auteur de théâtre apprécié à la cour de l’empereur Joseph II, de mettre en musique ce «Singspiel» («comédie chantée»). Mais loin de se contenter d’intercaler des airs musicaux et chantés au milieu de dialogues parlés en allemand, Mozart compose un opéra dont la musique, joyeuse et sublime, légère et profonde, drôle et grave, prend le pas sur l’intrigue.
L’opéra raconte la tentative du jeune Belmonte pour enlever sa fiancée Konstanze, que le Pacha Selim retient prisonnière dans son palais avec sa servante Blonde, et le serviteur de Belmonte, Pedrillo, sous la garde du terrible Osmin, chargé de veiller sur son sérail.
L’histoire ménage des rebondissements : Pedrillo réussit à faire entrer Belmonte dans le palais où il retrouve Konstanze, mais leur plan pour s’évader est déjoué par Osmin; les voilà condamnés à une mort certaine lorsque Selim apprend que Belmonte est le fils de son pire ennemi, celui qui l’a contraint à l’exil autrefois ; contre toute attente, le pacha leur accorde la vie sauve et la liberté au nom de valeurs universelles, comme le pardon contre l’esprit de vengeance.
A partir de cette dynamique, Mozart donne libre cours à son génie musical pour caractériser les personnages et multiplier les variations sur le thème du sentiment et du tourment amoureux : pur, exalté et inquiet chez Belmonte ; oscillant entre espoir et désespoir chez Konstance, fidèle à son serment de fidélité pour son fiancé mais pas insensible à la cour pressante du pacha Selim qui rêve de conquérir son cœur sans faire usage de son pouvoir ; sans arrière-pensées chez Pedrillo pour la pétillante Blonde qui ne se prive pas de rabrouer les avances grossières d’Osmin.
D’emblée couronné de succès à Vienne, L’Enlèvement au sérail aurait valu à Mozart cette remarque de Joseph II lors de la première, immortalisée par Milos Forman dans son film multi-oscarisé Amadeus : « Trop de notes pour les oreilles de mes Viennois »; à quoi le jeune compositeur sûr de son génie aurait répliqué : « Pas une de trop, Sire ! »

Michel Fau a choisi pour sa mise en scène de recréer un palais oriental à la manière des Mille et une nuits – avec plafonds mauresques, tapis et lanternes – dont les parois se resserrent sur les personnages pour rendre sensible leur sensation d’enfermement au fil des actes. Sur cet intérieur exotique et imposant se referment deux ponts coulissant de chaque côté de la scène pour matérialiser le mur infranchissable qui cerne le palais; c’est devant lui que se retrouve Belmonte à la recherche de sa Konstanze, et du haut de celui-ci qu’apparaît Osmin, chantant sa sérénade grotesque sur l’amour avant de lui intimer de passer son chemin.
Ce palais majestueux signé Antoine Fontaine (rehaussé par les lumières chaudes de Joël Fabing et les costumes colorés de David Belugou), sans doute fait pour l’écrin baroque de l’Opéra Royal de Versailles pour lequel il a été créé, induit malheureusement une mise en scène assez statique. Les chanteurs, comme terrassés par ce décor imposant, restent figés, surtout à l’Acte I qui parait long et ennuyeux. Drôle de choix de la part d’un artiste polyvalent comme Michel Fau, réputé pour ses rôles burlesques et ses extravagances au théâtre comme au cinéma, d’avoir aussi peu misé sur la dynamique et la gestualité théâtrale d’une œuvre dont il n’exploite pas assez la veine comique (sauf par exemple dans l’hymne à Bacchus, « Vivat Bacchus! Bacchus lebe!», où Pedrillo s’amuse à faire boire Osmin, scène très réussie) !
Les Actes II et III sont plus animés, même si le dispositif scénique limite les déplacements, en particulier lorsque les chanteurs sont juchés sur le mur d’enceinte. Hormis quelques gags, l’ensemble reste malgré tout très sage, et la gestuelle, assez stéréotypée, manque d’interactions plus vivantes – jusqu’à la scène finale où le Pacha Selim apparait en équilibre (instable) sur un tapis volant surplombant les autres personnages, tandis qu’on célèbre sa bonté. Image plaisante mais décontextualisée d’un Deus ex machina qui vient résoudre par sa magnanimité et son esprit éclairé les conflits terrestres.
Dès l’ouverture, la musique de Mozart nous entraîne dans un univers coloré et plein d’allégresse, avec un style qui fait la part belle aux sonorités des «turqueries» en vogue à Vienne à l’époque. L’Orchestre du Teatro Regio, placé pour la première fois sous la direction de Gianluca Capuano, fait preuve de son brio habituel et de sa grande capacité d’adaptation pour restituer les subtils contrastes de la partition. Pour le chef milanais, amoureux de Mozart et spécialiste reconnu de la musique baroque et du XVIIIe, c’est un double début puisqu’il dirige pour la première fois «L’Enlèvement au Sérail». Son interprétation sensible et savante, attentive aux phrasés et aux sonorités de chaque pupitre, sert avec respect la partition. Il y manque parfois juste un peu plus d’envolée.

Pour ce qui est des voix, la distribution s’est montrée moins satisfaisante. Dans le rôle de Belmonte, engoncé dans un costume d’aristocrate XVIIIe qui ne met pas en valeur sa prestance physique, le jeune ténor australien Alasdair Kent a eu des difficultés à projeter
sa voix et à se libérer lors de son premier air «Hier soll ich», malgré une bonne diction et bien “legato”. A sa décharge, chanter devant un rideau de scène baissé qui le confinait au bord de la fosse ne lui a été d’aucun secours pour donner une interprétation moins figée. La suite a été meilleure, surtout dans les duos et les ensembles vocaux, sans doute les moments chantés les plus réussis du spectacle.
Dans le rôle de Konstanze, la soprano russe Olga Pudova réussit une performance très honorable, faisnt preuve d’une bonne technique dans un registre exigeant une grande virtuosité vocale (on se souvient de sa Reine de la nuit lors d’une précédente saison à Turin), et montrant de l’émotion dans l’expression de ses tourments, même si son jeu scénique a semblé parfois un peu faible.
La soprano Leonor Bonilla interprète une Blonde pétillante et servie par une voix très agréable, à l’aise dans les aigus et dotée d’une vraie présence scénique en soubrette à l’esprit indépendant, annonciatrice de la Susanna des Noces de Figaro. Complétant le duo des serviteurs, le ténor Manuel Günther impose un Pedrillo à la voix claire, facétieux et rusé à souhait face au terrible Osmin dont il prend plaisir à se venger dans la scène du vin. La basse Wilhelm Schwinghammer est un Osmin crédible, caricatural comme l’exige le rôle, doté d’une belle présence scénique, expressif dans son chant même s’il manque un peu de puissance dans le registre le plus grave.
Quant à l’acteur Sebastian Wendelin, sa prestation dans le rôle du pacha Selim a été déconcertante. Même s’il incarne l’Esprit des Lumières fait de tolérance et de raison, qui grâcie ses prisonniers et leur rend la liberté, sa présence effacée se réduit à espérer timidement l’amour de Konstanze. Il en faudrait davantage pour croire à son pouvoir et que son revirement final survienne comme un véritable coup de théâtre !
Le Chœur du Teatro Regio est excellent comme à son habitude (toujours très bien dirigé par le Maestro Ulisse Trabacchin) ainsi que les quatre choristes interprétant les janissaires : Eugenia Braynova (soprano), Roberta Garelli (mezzo-soprano), Leopoldo Lo Sciuto (ténor) et Lorenzo Battagion (baryton).
Malgré les réserves liées à la mise en scène et à une distribution moins marquante que d’habitude, (peut-être pour des questions budgétaires), le spectacle a été chaleureusement applaudi le soir de la première par une salle archi-comble. Par la délicatesse de son génie musical, Mozart décidement fait toujours recette à Turin !
Compte-rendu de Olivier Horn
Teatro Regio de Turin 8 novembre 2025
Antepiano Ph Mattia Gaido
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