Di Renzo Gabriel Bonizzi. Collezione Giancarlo e Danna Olgiati: fino a gennaio in mostra 50 capolavori frutto di sperimentazioni sulla materia.
Le ricerche sulla materia nelle sue molteplici modalità espressive sono indagate attraverso circa 50 capolavori provenienti da prestigiose collezioni pubbliche e private internazionali. Dalle opere futuriste e polimateriche di Prampolini a quelle potenti di Burri, il percorso espositivo mette in luce come il ricorso alla materia abbia saputo dar voce alle inquietudini di un periodo storico complesso, manifestandone tutta la violenza e la carica trasgressiva.
La Collezione Giancarlo e Danna Olgiati ha aperto la stagione autunnale con la mostra “Prampolini Burri. Della Materia”, visibile fino all’11 gennaio 2025 a ingresso gratuito. Attraverso una ricerca che percorre l’intero ’900 italiano, il progetto espositivo pone un focus sull’uso di materiale eccentrico rispetto al medium tradizionale della pittura. Protagonisti di questa linea continua di sperimentazione sulle materie dell’arte sono Enrico Prampolini (Modena, 1894 – Roma, 1956) e Alberto Burri (Città di Castello, 1915 – Nizza, 1995), entrambi attivi a Roma.
Prampolini, futurista eclettico e a contatto con le più importanti avanguardie europee, sperimenta precocemente, già nel 1914, le potenzialità del polimaterismo. Invece Burri, che rappresenta in mostra la seconda metà del XX secolo, è stato fondamentale nel proporre la materia nella chiave poetica più radicale.
«Le vie intraprese da Prampolini e Burri, con traiettorie e significati concettualmente diversi, mostrano strade possibili, certo non le uniche, ma sicuramente le più rischiose, quelle che rinunciando alla pittura intesa come puro medium di secolare tradizione, si affidano a tutt’altro, ritagliare e incollare, scavare nelle terre, utilizzare plastiche, sacchi, muffe e bruciare, aggiungere oggetti, e molto altro ancora. Una rivoluzione linguistica che diverrà, come è noto, nell’opera di Burri, norma e stile internazionale, con un primato europeo su cui vale la pena riflettere», spiegano Gabriella Belli Bruno Corà, curatori della mostra in collaborazione con la Fondazione Burri di Città di Castello.
LA MOSTRA
Lo spazio espositivo concepito per l’occasione da Mario Botta presenta scelte cromatiche opposte: le opere di Prampolini sono allestite su pareti bianche, mentre i lavori di Burri su pareti completamente nere.
PRAMPOLINI
Attivo nel campo della pittura e, tra l’altro, della scenografia, dell’architettura e delle arti applicate, Prampolini aderisce al Futurismo nel 1912, declinandone però i principi in una sperimentazione totalmente autonoma e di respiro europeo. Se negli anni Venti la complessa produzione prampoliniana tende verso l’arte meccanica, come evidente in mostra, in capolavori come Paesaggio caprese (o vesuviano) 1922 circa, è con Intervista con la materia del 1930 che si apre la fase più sentitamente visionaria e cosmica della sua produzione. Nel dipinto – un vero e proprio manifesto – i materiali più diversi, spugna, sughero, galalite, limitano sempre di più lo spazio, prima dominato dalla pittura. È una disobbedienza alle tecniche tradizionali che l’artista anticipa già diversi anni prima, nel 1914, in una raffinata sperimentazione, Béguinage, assemblaggio polimaterico anch’esso presente a Lugano.
Sono diversi i capolavori dalla serie dei celebri quadri polimaterici degli anni Trenta di Prampolini. Metamorfosi inedite delle forme si aprono in opere come Venere meccanica, 1930, o il magnifico Geometria aerodinamica, 1934-1935, mentre Forme forze nello spazio del 1932 è una potente raffigurazione di mondi alieni dominati dalla geometria tra nuove forze psichiche di forme organiche; e ancora, i famosi polimaterici degli anni Trenta – inizio Quaranta, come l’Automatismo polimaterico F del 1941. Sono lavori che scaturiscono da un fertile humus di contatti internazionali, tessuti dall’artista a Parigi fin dagli anni Venti tra movimenti diversi, come il Surrealismo e i pittori astratti-concreti, a lui più affini, quando aderisce al gruppo parigino di Cercle et Carré.
Agli anni Cinquanta datano gli ultimi quadri polimaterici, come Composizione astratta CR, 1954, Tensioni astratte, per finire con la Composizione S 6: zolfo e cobalto del 1955: opere che testimoniano come, grazie alla continua evoluzione di forme e modi in ascolto con i tempi, Prampolini si sia rivelato un punto di riferimento per molti pittori che si affacciavano all’arte alla fine degli anni Quaranta.
BURRI
Le concezioni intuitive di Burri in fatto di utilizzo della materia sono lontane dalle teorizzazioni di Prampolini. All’indomani del secondo conflitto mondiale vissuto in prima persona come ufficiale medico, prigioniero in Africa e poi a Hereford in Texas, divenuto artista autodidatta intraprende la ricerca di un linguaggio nuovo. Dopo un breve esordio nel figurativismo, a partire dal 1948, Burri decide di ricavare qualità pittorica dal gesto di presentazione della materia, svuotandola di ogni possibile metafora.
È una materia umile e cruda, che arriva a sostituirsi al colore, quella di Burri; una materia in cui egli sembra ricercare lo stesso atto artistico inesauribile, un grado nuovo della forma e della bellezza.
La mostra presenta diverse opere esemplari, dai cicli dei primi anni, alle Composizioni, ai Catrami degli anni 1948-1950 fino ai Sacchi, capolavori che portano l’arte di Burri verso una definitiva dimensione materica.
Dopo le sperimentazioni con i materiali più diversi – dal catrame alla pietra pomice, dall’oro al gesso, e molti altri – l’artista inizia a impiegare il fuoco nell’azione formatrice dell’opera. In mostra, diverse opere tra cui Plastica e Rosso Plastica, 1962, sono esiti di un incessante intervento compiuto dall’artista con in pugno l’erogatore di fiamma sulla tela, sulla plastica e il vinavil o sull’alluminio, mentre aggredisce e apre varchi, brucia zone centrali e orli, rivelando un territorio materico ignoto.
Dopo il fuoco, con i celebri Cretti, Burri passa all’elaborazione degli altri cardini della dimensione della materia: terra, aria e acqua. Una nuova manifestazione di spazialità materica si manifesta in rare opere degli anni Settanta, come Bianco Nero Cretto,1972, o nel Bianco Cretto C1, 1973. La mostra a Lugano si chiude con alcuni lavori in cellotex degli anni Ottanta e Novanta, quali Cellotex, 1980, e Nero e Oro,[1993]. Afono e opaco, il cellotex, composto ligneo usato in ambito industriale, è la materia che nelle mani di Burri arriva a visualizzare le dimensioni del silenzio, del buio, ma anche del vuoto, del pieno e dell’assenza, tutte nuove coordinate estetiche che influenzeranno alcune delle ricerche successive più avanzate.
Catalogo bilingue (italiano-inglese) edito da Mousse Publishing.
Di Renzo Gabriel Bonizzi
Tratto da comunicato stampa 5 settembre 2025
Immagine allestimento: Press Studio Battage
PRAMPOLINI BURRI. DELLA MATERIA
21 settembre 2025 – 11 gennaio 2026
Ingresso gratuito
Collezione Giancarlo e Danna Olgiati
Lungolago Riva Caccia 1 – 6900 Lugano
T +41 (0)91 921 4632 | +41 (0)91 911 3040
info@collezioneolgiati.ch
www.collezioneolgiati.ch
www.masilugano.ch

