Galleria Fumagalli (e Museo S.Fedele): messa in scena della tragedia umana. La classicità di Jannis Kounellis e il pop di Andy Warhol.

Kounellis è stato un intellettuale, ateo e marxista, legato a una visione politica del mondo e della storia; Warhol era ambiguo, dissimulato, restio a parlare di sé stesso, profondamente religioso, eppure icona pop. Entrambi, a modo loro, si sono rivolti alla massa, al popolo, agli emarginati. La bellezza che emerge dai loro lavori è tragica, ma mai disperata: è la bellezza di ciò che resta, di ciò che sopravvive al disincanto della Storia e del consumo. Ed è forse in questo terreno comune — la tragicità del quotidiano, l’universalità del materiale e la rigorosa etica dell’artista — che si può trovare la chiave per un dialogo possibile tra i due artisti.

Lungi dal voler ridurre i due maestri dell’arte contemporanea a una medesima matrice e respingendo ogni sovrapposizione che possa appiattirne la singolare identità, l’esposizione si presenta come un’occasione di riflessione critica su Jannis Kounellis ed Andy Warhol, con le loro differenze ideologiche ed estetiche, ma anche con le loro tangenze culturali e comune tensione nei confronti della potenza e del mistero della spiritualità.

La Galleria Fumagalli ospita la mostra “Kounellis | Warhol. La messa in scena della tragedia umana: la classicità di Jannis Kounellis e il pop di Andy Warhol”, dal 26 novembre 2025 al 29 maggio 2026, da un’idea di Annamaria Maggi. Il progetto espositivo include anche un importante approfondimento presso il Museo San Fedele di Milano che ospiterà dal 12 dicembreun inedito dialogo tra l’opera permanente di Jannis Kounellis allestita nella cripta (Senza titolo, Svelamento, 2012) e un’opera di Andy Warhol in prestito per l’occasione.
La mostra sarà arricchita da un’estesa pubblicazione che raccoglie contributi critici e memorie personali di importanti autori, con un significativo apparato di immagini fotografiche autoriali.

[Jannis Kounellis alla Galleria Fumagalli Bergamo 2009. Foto Manolis Babousis. Courtesy Galleria Fumagalli]

Jannis Kounellis (Il Pireo, Grecia, 1936 – Roma, 2017) e Andy Warhol (Pittsburgh, Pennsylvania, 1928 – New York, 1987) hanno segnato in modo radicale il loro tempo, lasciando un’impronta profonda nella storia dell’arte. A un primo sguardo, sembrano incarnare due archetipi inconciliabili: l’alfa e l’omega di due visioni artistiche, due concezioni della realtà che si sono confrontate e, talvolta, scontrate. Le loro traiettorie si sono sviluppate in parallelo, ma in universi quasi distinti: Jannis Kounellis immerso nell’ombra e nel peso della materia, Andy Warhol nell’abbaglio fluorescente della superficie dell’immagine.

Oggi, a distanza da quel contesto storico e in un periodo in cui si sono dissolte le ideologie, appare fecondo creare un dialogo tra questi due maestri, non solo per metterne a confronto le differenze ma soprattutto per analizzare le radici comuni della grande energia che ha animato un periodo irripetibile dell’arte contemporanea, nonché sondare il terreno comune da cui scaturì quella straordinaria stagione.

Entrambi sono espressione dell’Occidente e si sono sentiti figli di due città che, a buon diritto, possiamo chiamare “caput mundi”: Roma, per Kounellis, nell’antichità e della cristianità; New York, per Warhol, capitale dell’immaginario globale nel dopoguerra e motore del capitalismo. Ma entrambi mantengono un legame profondo con le radici orientali e le tradizioni spirituali delle loro terre d’origine: la Grecia ortodossa e mediterranea per Kounellis, e quella Slovacchia cattolica e dalle influenze bizantine che permea l’infanzia di Warhol.

Chiunque si accosti oggi al loro lavoro si imbatte in una parola tanto ricorrente quanto insidiosa, icona, svuotata di significato dall’uso eccessivo. Ma per Kounellis e Warhol, l’icona non è un semplice oggetto di culto mediatico: essa mantiene, pur in contesti esplicitamente profani, una tensione verso il senso assoluto.

[Andy Warhol alla Galleria del Credito Valtellinese di Milano per l’inaugurazione della sua mostra The Last Supper 27 gennaio 1987 Foto © Fabrizio Garghetti]

In Kounellis, questa tensione si manifesta attraverso un’estetica della materia che incorpora gli oggetti del lavoro, i materiali poveri, gli elementi primari: ferro, carbone, lana, sacchi di iuta, fiamme. La sua è una liturgia laica, anzi materialista, un rito tragico in cui il dolore del mondo trova espressione nella materia stessa. Alla Galleria Fumagalli sono esposte alcune delle sue opere, strutture in ferro su cui poggiano ora sacchi pieni di carbone, ora cappotti compressi, ora capelli trafitti da lame: oggetti veri che portano la traccia dell’esistenza umana, della sua quotidianità e delle sue fatiche.

Nelle opere di Warhol il dramma umano si nasconde dietro i simboli del consumo e della celebrità come nelle lattine di zuppa Campbell o nei volti di Marilyn e Jackie Kennedy, donne che celano con la bellezza il loro dolore: sono tutte immagini dietro alla cui superficie patinata si cela un’intima spiritualità, un senso del tragico che trasforma quelle figure in icone moderne. Alla Galleria Fumagalli sono esposte opere delle serie “Knives” e “Shadows”, che evocano la caducità e la fragilità della vita. In mostra anche alcune polaroid, uno dei mezzi espressivi preferiti da Warhol proprio per l’estemporaneità di realizzazione e la capacità di generare un diario visivo di icone della quotidianità.

C.S.m.
Fonte: da comunicato stampa 13 novembre 2025

KOUNELLIS | WARHOL
LA MESSA IN SCENA DELLA TRAGEDIA UMANA: LA CLASSICITÀ DI JANNIS KOUNELLIS E IL POP DI ANDY WARHOL
26 novembre 2025 al 29 maggio 2026

Galleria Fumagalli
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