Il prof. Enrico Cerasi parla dei confini tra religione e fede, tra mito e logos. Intervista di Pietro Bianchini /m

Ha gentilmente accettato di condividere i suoi studi con i nostri lettori il prof. Enrico Cerasi. Dopo aver conseguito due dottorati di ricerca in Filosofia e Teologia, e dopo aver insegnato Filosofia delle Religioni presso l’Università San Raffaele di Milano, attualmente è professore associato di Filosofia Teoretica presso l’Università telematica Pegaso. Dirige con Filippo Moretti la collana Revelatio presso la casa editrice Mimesis e ha al suo attivo numerose pubblicazioni.

NOTA: “Dio” è scritto con l’iniziale maiuscola solo quando riferito specificatamente alla Divinità delle religioni monoteistiche. Ciò deve essere inteso come un necessario divisorio concettuale, che non intende in alcun modo sopraelevare qualsivoglia credo rispetto ad altri.


Gentile prof. Cerasi, la inviterei a iniziare la nostra conversazione definendo alcuni concetti generali. Qual è la differenza tra il concetto filosofico di divinità e il Dio dei testi sacri?

Questa differenziazione può essere una diversità oppure può essere una totale opposizione. Si può arrivare a dire che il “dio” della Filosofia sia un idolo creato dall’uomo mentre il vero Dio è quello dei testi sacri; oppure si potrebbe dire che il Dio dei testi sacri sia un antropomorfismo, ovvero che assomigli troppo all’uomo per essere il vero Dio. Possiamo avere presenti alcune immagini dell’Antico Testamento: le braccia tese di Jahvè contro i suoi nemici, l’ira di Dio… Tutti questi eventi, agli occhi di molti filosofi come ad esempio Spinoza, sono stati interpretati come degli antropomorfismi, ossia come delle immagini umane; mentre il vero “dio” è solo ciò che il concetto umano riesce a comprendere: nel caso di Spinoza la sostanza, nel caso di Cartesio l’ente perfettissimo, nel caso di Platone l’idea…

Quindi diciamo che la differenza tra il “dio” dei filosofi e il Dio dei testi sacri può essere un’opposizione oppure che entrambi reciprocamente possono relazionarsi; infatti l’accusa standard dei filosofi era appunto l’antropomorfismo, mentre quella degli uomini religiosi era l’idolatria. Oppure può essere una diversità che non esclude la collaborazione, come in fondo accade nella gran parte della filosofia e della teologia medievale. San Tommaso d’Aquino ed altri teologi medievali ritenevano che tra filosofia e teologia – quindi tra il concetto filosofico e le immagini dei testi sacri – ci fosse un’integrazione, non una reciproca esclusione. Quindi “dio” è stato concepito diversamente, a volte anche in maniera incompatibile, contraddittoria, dalla tradizione filosofica e della tradizione dei testi sacri. Questa sarebbe la prima osservazione che mi verrebbe da fare.


Cambiamo radicalmente angolatura. In base ai suoi studi, riguardo ai contorni della religione esiste un confine tra materialità e astrattezza?

In genere si distingue tra “religione” e “teologia”. La religione è quasi per definizione concreta perché riguarda il modo di vivere degli uomini e delle donne. Quindi la religione è il legame che si pone tra uomini e donne sulla base della comune fede in Dio, in una divinità o negli dèi. Dunque è, quasi per definizione, materiale perché riguarda la vita concreta degli uomini. Casomai si dovrebbe distinguere tra “religione” e “fede”. La fede può essere distinta dalla religione perché può essere considerata una dimensione interiore degli uomini, dunque potrebbe non essere identica al tipo di religione praticata; oppure si potrebbe avere una fede e nessuna religione. Si possono anche concepire uomini che frequentano una Chiesa senza avere alcuna fede: è comprensibile, talvolta succede, anzi, credo che succeda spesso. Dunque la fede potrebbe essere un sentimento “astratto”, cioè che riguarda l’interiorità, che non necessariamente poi si traduce nella pratica, nella prassi e nella vita sociale. In fondo io posso vivere la mia fede senza mai confessarla, condividerla, esplicitarla; potrebbe rimanere un mio sentimento personale per sempre.

Quindi la religione è materiale. Lo è fin troppo in un certo senso, perché poi, proprio perché è materiale, inevitabilmente viene a relazionarsi anche con questioni politiche, con funzioni economiche, con problemi giuridici. Essendo materiale, di fatto, da un punto di vista storico non può fare a meno di rapportarsi ad altre dimensioni altrettanto materiali, creando talvolta degli scontri e talvolta delle collaborazioni. Questo non necessariamente accade nella fede: io posso avere una fede del tutto personale e privata senza che questo comporti alcun tipo di contrasto con il mio vivere civile istituzionale. Non a caso si parla di guerre di religione e quasi mai si parla di guerre di fede. Anzi, risulterebbe molto strano…

Vorrei tornare sul concetto di “dio”. Secondo lei, questo concetto è “strutturalista”, dunque ha dei costrutti comuni ad ogni religione, ad ogni cultura, oppure è un concetto “particolarista”, ovvero ogni religione, ogni cultura, ne trae una propria concezione particolare?

Negli ultimi trecento anni la cultura europea ha cercato di concepire il “dio” in termini comuni a tutti gli uomini, secondo i termini da lei usati “strutturalista”. Cioè ha cominciato a pensare che il vero Dio vada al di là delle singole religioni, che esista un’unica divinità nella quale in modi diversi tutti gli uomini credono o alla quale si riferiscono, e che quindi le religioni specifiche siano dovute a particolarità storiche e culturali, ma che queste particolarità siano “accidentali”. Così, si parla in termini di deismo, ma anche delle variazioni un po’ più recenti, che a mio parere hanno lo stesso senso. Ad esempio l’idea di “sacro”, che è stata messa in circolazione dalla fine dell’Ottocento, contiene in sé questa prospettiva in cui la divinità sia qualcosa di universale, cioè che prescinda dalle particolarità specifiche delle religioni. Questa è una prospettiva più moderna, che può arrivare fino all’idea di divinità come un qualcosa del tutto universale, che sarebbe comune a tutti gli uomini e a tutte le donne; ma può essere anche più particolarista, come ad esempio affermare che il Dio del monoteismo sia lo stesso dell’Ebraismo, del Cristianesimo e dell’Islam.

In questa prospettiva il monoteismo sarebbe un concetto universale. E a questa prospettiva si potrebbe obiettare che non esistano religioni universali a nostra conoscenza, ma che esistano religioni specifiche (Cristianesimo, Islam, Buddhismo, Shintoismo, Induismo…) e che quindi in realtà tutte queste religioni siano diverse proprio perché credono in divinità diverse, danno a Dio dei significati diversi, talvolta incompatibili. Ad esempio l’Ebraismo non ha mai accettato la trinità cristiana, considerandola sempre come un paganesimo. Quindi, tornando alla sua precedente osservazione, si potrebbe obiettare che in realtà questa idea di un “dio” strutturalista sia abbastanza “astratta”, tanto da dire che sia davvero un’invenzione, fatta un po’ a tavolino, e che non abbia la capacità di intercettare effettivamente quelle che sono le religioni concretamente esistenti.

Quindi se io dovessi dare il mio voto sarei più per un’idea “particolarista” di “dio”, perché pone un problema serio: se le diverse religioni credono in divinità tra loro diverse, tra loro incompatibili, cosa ne deriva? Che ci sono tanti dèi? O che non c’è alcun Dio e quindi tutte le religioni sono illusioni? Solo uno di questi dèi è il vero Dio? Questa è stata la polemica del Cristianesimo dei primi secoli, quando ha cominciato ad affermare che tutte le altre divinità sono semplicemente degli idoli e che l’unico vero Dio è quello cristiano. Effettivamente il problema è questo: in genere, affermare che il tuo sia l’unico “dio”, oggi, nel nostro modo di esprimerci, sembra una posizione un po’ aggressiva, un po’ imperialista. Non è facilissimo oggi riproporla. Quindi, seppure io abbia dato il mio voto per il “particolarismo”, bisogna tenere presente che implicherebbe una posizione potenzialmente un poco aggressiva nei confronti degli altri.

Perché l’uomo ha quasi un’esigenza del mito? Prendiamo come esempio lo Gnosticismo cristiano, argomento da lei trattato, passando anche per le religioni politeiste, fino ad arrivare ai più recenti monoteismi: perché l’uomo sente questa necessità del mito fondativo?

“Mito” potrebbe essere una definizione polemica data anche per squalificare la posizione degli altri. Per esempio nel Nuovo Testamento, nella seconda lettera di Pietro, probabilmente proprio contro i primi gnostici (però questo non è detto), Pietro accusa questo gruppo di credere in miti di derivazione apostolica, al contrario del suo, che crede invece nel vero Dio. Quindi “mito” potrebbe essere una definizione polemica che alcuni esponenti religiosi rivolgono ad altri, per squalificare le altre religioni. In questo caso vale l’idea che il mito è ciò che non può essere provato, ciò che è un’invenzione. Diverso è invece, come intendeva lei, considerare “mito” come un qualcosa di neutro, non polemico. In questo caso allora “mito” diventa probabilmente tutto ciò che non può essere ridotto a degli argomenti razionali scientifici, ma che riguarda ciò a cui l’uomo ha bisogno di affidarsi, una dimensione che dia significato alla nostra esistenza. In questo caso verrebbe da dire che i moderni hanno forse più bisogno di miti degli antichi, perché se il mito è una sorta di bisogno di direzione (per cui ci può essere il mito di Che Guevara o di Steve Jobs), il mito diventa semplicemente un’idea di senso.

A questo punto verrebbe quasi da ritenere che sono più i moderni ad aver bisogno di miti, perché gli antichi non avevano bisogno di questo senso, che era già dato loro dalla società alla quale appartenevano. Il dramma esistenziale – le domande “Chi sono io?”, “Da dove vengo?” “Dove vado?” – è più tipico dell’uomo atomistico moderno, quindi verrebbe quasi da sospettare che il mito sia un bisogno di noi contemporanei, piuttosto che una caratteristica degli antichi. Del resto la parola μῦθος, mỳthos, in greco è sinonimo della parola λόγος, logos. Cioè il mito è semplicemente una parola, un discorso autorevole. Dunque il mito nella parola greca non possiede senso né negativo, né positivo ma è semplicemente un’espressione. Quindi il mito, secondo me, come dicevamo prima, è più un bisogno di noi moderni che viviamo in una società atomizzata, in cui sono stati persi alcuni punti di riferimento. Per tornare all’aforisma 125 di Nietzsche sulla morte di Dio, ognuno di noi ha bisogno di miti per ricostituire un proprio senso personale dell’esistenza. Da questo punto di vista gli antichi non avevano alcun bisogno di miti. Sappiamo esattamente qual era il senso della loro esistenza, non era chiesto loro di sceglierlo, e quando si allontanavano venivano considerati eretici. Quindi il senso era già dato dalla nascita, ogni civiltà col proprio “biglietto d’ingresso”.

Ripeto: secondo me il mito è più un bisogno moderno. Noi parliamo di miti gnostici, ma dovremmo aver presente che si tratta di accezioni della parola mito del tutto diverse. Sono i padri della Chiesa che danno questa espressione peggiorativa, squalificante, ai racconti sacri degli gnostici: loro in realtà interpretavano il Nuovo Testamento nel modo che ritenevano corretto. Ritornando alla sua prima domanda sul rapporto tra filosofia e religione, sarebbe da sottolineare come questa espressione peggiorativa i padri della Chiesa la recepiscano proprio dalla Filosofia, perché la filosofia platonica è la prima a dare al mito un’espressione peggiorativa. In realtà i padri della Chiesa, accusando gli gnostici recepiscono una polemica già platonica.

Considerando che la religione sia quasi una prerogativa della cultura, e che non esistano dunque società nella storia che non siano fondate sulla religione, qual è il rapporto tra Teologia e Filosofia? Si può dire che una preceda l’altra da un punto di vista storico e fenomenologico?

Domanda complicatissima. Riguardo la premessa: tutte le società secolarizzate, come la nostra, intendono essere società senza religione. Intendeva questo?


Sì. Proprio perché viviamo in una società secolarizzata, improntata sull’allontanamento netto ed esclusivo della religione, essa ne risulta dipendente…

Non è detto che quando ci si allontani da qualcosa si continui ad avere una relazione con ciò da cui ci si è discostati, secondo me. Io non sono convinto, come dice Schmitt, che la secolarizzazione rimanga una forma di teologia. Secondo me esistono società senza religione, come ad esempio la nostra: gli uomini di oggi vivono tranquillamente senza religione. Io temo che oggi non ci siano più né una filosofia né una teologia. È difficile distinguere la differenza dell’una dall’altra, per la buona ragione che sono scomparse entrambe, nella nostra cultura vigente. Nessuno sa nulla di Teologia e quasi nessuno sa nulla di Filosofia, né a livello del discorso pubblico, né a livello del discorso ecclesiale, che invece si occupa molto più di ecclesiologia, di rapporti tra Chiese, di rapporto tra Chiesa e scienza. Mi pare che i più grandi problemi filosofici e teologici che hanno occupato le Chiese e gli intellettuali fino ad un secolo fa oggi siano un po’ scomparsi. Che poi questo sia un bene o un male è un altro discorso.

Effettivamente però le due posizioni storiche indicavano, una, lo stato di chi riteneva che la Filosofia fosse il fondamento; posizione che troviamo quasi per antonomasia in Kant nel “Conflitto delle facoltà”, in cui sostiene che gli studi filosofici devono essere la base degli studi teologici (come la Medicina e la Giurisprudenza). L’altra, quella di chi riteneva che la Filosofia fosse un’ancilla, dipendente e serva della Teologia, che dev’essere al servizio del dogma. La posizione di Kant è diventata quasi inconfutabile, soprattutto in area protestante, fino a qualche decennio fa, prima che si imponesse la società nella quale viviamo attualmente. Il Cattolicesimo invece ha fatto di tutto per mantenere la posizione classica tradizionalista: tutta la lotta contro il modernismo è ancora interpretabile sotto questo senso. Secondo me, però, oggi non vale più né l’una né l’altra posizione.

Ringraziamo il prof. Enrico Cerasi per il tempo che ci ha gentilmente e generosamente dedicato, condividendo con i nostri lettori i suoi studi e il suo pensiero.

Intervista di Pietro Bianchini/m
Novembre 2025
Immagine: il prof. Cerasi al Festivalfilosofia di Modena Carpi Sassuolo 2022

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