Di Maria Luisa Abate. Palazzo della Ragione: trova casa una delle più prestigiose raccolte d’arte contemporanea al mondo. Nella città dei Gonzaga risuonano i dialoghi immaginari e impossibili tra Jeff Koons e Giulio Romano, tra Andy Warhol e Virgilio, tra Anselm Kiefer e Andrea Mantegna, tra Cy Twombly e Isabella d’Este.
Confermiamo un’ovvietà: le opere d’arte vanno viste dal vivo. Solo così rivelano la loro vera essenza, comunicano, “parlano”. La sensazione di scoprire per la prima volta capolavori famosi, che credevamo di conoscere per averli visti riprodotti su libri o in tv, l’abbiamo provata molte volte nel corso della nostra ahinoi lunga vita.

L’ultima folgorazione l’abbiamo avuta visitando la neo nata Collezione Sonnabend Mantova: un nuovo allestimento aperto al pubblico dal 29 novembre 2025, che trova spazio nel medievale Palazzo della Ragione recentemente restaurato, nel cuore storico di Mantova, con ingresso sotto la torre dell’orologio che è uno dei simboli della città.
Una raccolta importantissima che presenta nomi di prima grandezza della seconda metà del Novecento, fino ai giorni nostri. Movimenti artistici in evoluzione che hanno riscritto i canoni stilistici dell’arte introducendo nuovi modi di concepirla, ad esempio (per farne solo uno fra i tanti possibili) elevando oggetti d’uso quotidiano a emblemi, simboli, icone. Un percorso di visita che si dipana tra Italia e States, tra periodi storici e correnti espressive; tra forme e colori, spessori e rilievi; tra utilizzi diversi delle materie e dei medium.

La città di Mantova nel 2016 era stata la prima a essere insignita del titolo di Capitale italiana della Cultura, e aveva ritentato la sorte anni dopo, quando il MiC aveva lanciato la call per la Capitale italiana dell’Arte contemporanea: un’utopia provarci, visto che allora a Mantova un museo stabile di arte contemporanea non esisteva (per inciso: nel 2024 è stata proclamata prima Capitale del contemporaneo, per il 2026, l’imbattibile Gibellina Vedi qui). Ora invece il sogno si è realizzato e l’utopia è divenuta realtà. Accogliendo la Sonnabend, la città dei Gonzaga diventa uno scrigno non solo del periodo rinascimentale per cui è nota in tutto il mondo, ma è una culla di cultura tanto del passato quanto del presente.
Così, soffermandosi ad ascoltare il non udibile, si possono con l’immaginazione percepire i dialoghi impossibili e a distanza tra Jeff Koons e Giulio Romano, tra Andy Warhol e Virgilio, tra Anselm Kiefer e Andrea Mantegna, tra Cy Twombly e Isabella d’Este. Tra le 94 opere esposte, esclusivamente moderne e contemporanee, si leggono anche i nomi di Jasper Johns, Robert Rauschenberg, Mario Schifano, Michelangelo Pistoletto, Roy Lichtenstein, Sol LeWitt, Robert Morris, Bruce Nauman, Jannis Kounellis, Gilberto Zorio, Gilbert & George, Bernd e Hilla Becher, A.R. Penck, Haim Steinbach…

Molti capolavori della Collezione Sonnabend sono già stati esposti in altri prestigiosi contesti, come Ca’ Pesaro a Venezia e al Museo Madre di Napoli, ma questa è la prima volta che si mostrano in un percorso organico completo. In base all’accordo stipulato l’esposizione resterà in questa sede per (almeno) 12 anni. Il progetto nasce dalla collaborazione tra il Comune di Mantova, la Sonnabend Collection Foundation e Marsilio Arte, con il sostegno di BPER Banca, oltre che di mecenati tramite art bonus e fondi dalle casse comunali, «senza un solo soldo statale», si è fatto vanto il sindaco Mattia Palazzi rimarcando «una operazione che ha valore nazionale e parla al Paese, non solo alla nostra città».

Fu Ileana Sonnabend (1914–2007) insieme al marito Michael Sonnabend (1900–2001) e al loro figlio adottivo Antonio Homem, a iniziare la raccolta poi sfociata nelle Gallerie Sonnabend di Parigi e New York. Ileana era una visionaria, che aveva intuito la capacità dell’arte di interpretare il presente.
Il focus è puntato sull’evoluzione della cultura visiva dalla seconda metà del Novecento agli inizi del Duemila, “attraversando il linguaggio sperimentale del Neo-Dada, la forza iconica della Pop Art, le strutture rigorose del Minimalismo, le spinte poetiche dell’Arte Concettuale, i linguaggi visionari dell’Arte Povera italiana fino allo sviluppo della fotografia contemporanea”.

A illustrare i 50 anni vita della Collezione, alla quale si è personalmente dedicato per 42 anni, il Presidente Antonio Homem, cui è stata conferita la cittadinanza onoraria. «È molto importante rivisitare il passato della nostra famiglia e vederlo in questa città e in questo palazzo è meraviglioso. È una felicità e un grande onore».
Homem ha spiegato che tutto nacque da una lontana visita, per l’appunto 50 anni fa, a Mantova e a Sabbioneta (che oggi unitamente sono sito UNESCO), invogliato da un vecchio film di Bertolucci. Molti i ritorni successivi, assieme ad Attilio Codognato «un grande collezionista e un grande amico».

Il figlio Mario Codognato è oggi il direttore artistico della Sonnabend Collection Mantova e ha spiegato che nelle undici sale che compongono il percorso espositivo – in cui le opere sono affiancate seguendo criteri cronologici o tematici o di aree geografiche – è sempre vivo il raffronto tra Europa e America. Oggi, ha spiegato, il dialogo è globale tra le varie zone del mondo ma nel Novecento non era così. Quando la collezione ha avuto inizio «era rischioso esporre artisti americani in Europa». Non c’erano mezzi di comunicazione e nemmeno di trasporto: il tragitto allora si percorreva via nave. «Ed è interessante scoprire come la ricerca sulle diverse sponde dell’Atlantico si sia sviluppata simile, per poi dar vita a una integrazione dei linguaggi, dalla pittura alla scultura, alla fotografia, al video, alla performance… Tutti aspetti qui rappresentati».
Il principio di partenza, ha proseguito Homem, è che se qualcosa affascinava la sua famiglia, ci doveva essere qualcun altro come loro, dalla medesima sensibilità. Una vita svolta sempre a fianco degli artisti «come in una grande famiglia».
«Questa mostra – ha concluso Homem – apre una veduta sulla nostra vita e sulle nostre persone, che permetterà ad altre persone di conoscere le nostre scelte e seguirle come fossero le loro».
Di Maria Luisa Abate
Mantova, 28 novembre 2025
Immagini anteprima stampa e allestimento mostra: foto MiLùMediA for DeArtes
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SONNABEND COLLECTION MANTOVA
LA MOSTRA
Il percorso espositivo, curato da Antonio Homem e Mario Codognato, si sviluppa come una narrazione continua che restituisce lo sguardo pionieristico di Ileana Sonnabend e la sua capacità di anticipare le trasformazioni dell’arte contemporanea tra Stati Uniti ed Europa. La Sonnabend Collection Mantova si articola in undici sale che accompagnano il pubblico in un percorso cronologico e tematico dal secondo dopoguerra a oggi. Le 94 opere esposte, tra dipinti, sculture, installazioni, fotografie e opere concettuali, compongono un racconto che mette in luce il ruolo di Sonnabend come mediatrice tra mondi, linguaggi e generazioni.

La prima sala si apre sulle origini della collezione Sonnabend, ponendo l’accento sul momento di transizione dall’Espressionismo Astratto al nuovo interesse per la rappresentazione della realtà emerso alla fine degli anni Cinquanta. Le opere di Jasper Johns, Robert Rauschenberg, Cy Twombly e James Rosenquist rappresentano il versante americano di questa ricerca, testimoniando la nascita di un linguaggio che rinnova la pittura attraverso l’uso di immagini e oggetti quotidiani. Nella stessa direzione si muovono le opere di Jim Dine e John Chamberlain, che traducono la gestualità pittorica in termini materici e tridimensionali. Il dialogo con l’Europa è rappresentato dai lavori di Mario Schifano e Michelangelo Pistoletto, protagonisti di una nuova sensibilità realista italiana, e da Arman e Christo, legati al gruppo del Nouveau Réalisme. Insieme, queste presenze delineano il programma internazionale della galleria, che fin dagli esordi promuove un confronto tra le nuove tendenze artistiche americane ed europee.

La seconda sala è dedicata alla Pop Art, movimento che Ileana Sonnabend intuisce e promuove in Europa con straordinaria precocità. Le opere di James Rosenquist, Andy Warhol, Tom Wesselmann e Roy Lichtenstein segnano il superamento della gestualità pittorica a favore di immagini dai colori piatti e brillanti, derivate dalla pubblicità e dai mass media. In dialogo con loro, le sculture di Claes Oldenburg e George Segal traducono la realtà quotidiana in forme tridimensionali, tra ironia e immediatezza. La sala testimonia come la visione di Sonnabend abbia colto nella Pop Art non una critica alla società dei consumi, ma la capacità di trasformarne l’immaginario in un nuovo linguaggio artistico universale.

La terza sala esplora il Minimalismo degli anni Sessanta che, parallelamente alla Pop Art, si afferma come reazione all’intensità emotiva dell’Espressionismo Astratto, privilegiando forme essenziali, materiali specifici e chiarezza strutturale. Donald Judd e Robert Morris abbandonano la pittura per confrontarsi direttamente con lo spazio e la materia, mentre Larry Bell e John McCracken approfondiscono luce, trasparenza e colore come elementi strutturali della scultura. Il percorso include anche pratiche concettuali, con i wall drawings di Sol LeWitt, le installazioni rigorose di Mel Bochner e Barry Le Va e i Text Paintings di John Baldessari, opere che mettono in discussione la proprietà e la permanenza dell’oggetto artistico. Chiude il percorso Peter Halley, che negli anni Ottanta reinterpreta la geometria minimalista in chiave urbana e sociale. La sala racconta così il passaggio da una ricerca di riduzione formale a un’indagine sul significato stesso dell’opera.

La quarta sala presenta le ricerche degli anni Sessanta che sviluppano e superano il Minimalismo, concentrandosi sul rapporto con lo spazio e la dialettica tra forma e materiale.
Robert Morris esplora il concetto di Anti-Form con i suoi Felt Pieces, opere in feltro dove gravità e processo determinano forma e dimensione. Bruce Nauman trasforma il suono in materiale plastico e utilizza il corpo nei primi film per dialogare con lo spazio, coinvolgendo lo spettatore in modo diretto. Richard Serra sperimenta materiali non convenzionali come gomma vulcanizzata e piombo, creando sculture che assumono forme spontanee in relazione al peso e allo spazio. Keith Sonnier integra luce e trasparenza in installazioni al neon, trasformando l’energia luminosa in esperienza sensoriale e psicologica. La sala mostra come questi artisti condividano la tensione a superare le forme chiuse del Minimalismo, privilegiando processo, materia e interazione con lo spettatore.

La quinta sala celebra l’Arte Povera italiana, introdotta da Ileana Sonnabend alla fine degli anni Sessanta grazie al suo legame privilegiato con l’Italia e alla conoscenza diretta degli artisti torinesi e piemontesi, in particolare attraverso Michelangelo Pistoletto e la vivace scena artistica di Torino. La selezione di questa sala include Jannis Kounellis, Gilberto Zorio, Mario Merz, Giovanni Anselmo, Pier Paolo Calzolari e Giulio Paolini, protagonisti di un movimento che esplora materiali poveri, processi fisici e chimici, equilibrio tra elementi e interazione poetica con lo spazio. Le opere esposte nella sala mettono in evidenza la varietà dei percorsi individuali e, allo stesso tempo, la comune attenzione alla riduzione all’essenziale e al rapporto diretto con i materiali, con richiami alle ricerche di Anti-Form e a esperienze precedenti come quelle di Mario Schifano.

La sesta sala esplora le ricerche artistiche degli anni Settanta tra performance, fotografia e concettualismo. John Baldessari rielabora fotografie trovate in chiave narrativa e simbolica, mentre Gilbert & George trasformano il proprio corpo in “scultura vivente” tramite l’uso del mezzo fotografico. Vito Acconci porta la corporeità al centro dell’opera, fondendo azione fisica e implicazioni psicologiche. Christian Boltanski lavora sulla memoria personale e collettiva con installazioni fotografiche che parlano all’identità universale. Piero Manzoni concepisce il corpo come mezzo di condivisione, avvicinando idealmente la fisicità delle azioni di Acconci all’attenzione di Boltanski per l’identità collettiva. Bernd e Hilla Becher, con i loro studi in bianco e nero di architetture industriali, coniugano rigore e minimalismo, mostrando come la fotografia possa diventare linguaggio concettuale. La sala evidenzia così l’interesse di Ileana Sonnabend per una ricerca radicale e interdisciplinare in cui corpo, memoria, luce e immagine ridefiniscono il linguaggio artistico contemporaneo.

La settima sala mette in luce l’esplorazione dei linguaggi sperimentali degli anni Settanta tra pratiche performative, fotografiche e video. William Wegman trasforma il suo cane in soggetto di ironici scatti. Boyd Webb costruisce tableaux vivants che mescolano quotidiano e assurdo; Andrea Robbins e Max Becher documentano spostamenti culturali e geografici; Luigi Ontani, così come Anne e Patrick Poirier riflettono sul passato attraverso travestimenti e ricostruzioni storiche, mentre Hiroshi Sugimoto cattura il tempo in immagini sospese e atemporali. Richard Artschwager, unico non fotografo della sezione, trasforma oggetti quotidiani in spazi stranianti.

L’ottava sala racconta le ricerche artistiche degli anni Ottanta, caratterizzate dall’ambiguità della percezione e dal superamento dell’umano. Terry Winters e Carroll Dunham trasformano la pittura in processi organici, con segni e forme che evocano organismi biomorfici. Peter Fischli e David Weiss giocano con il quotidiano, tra fotografia, video e sculture, trasformando oggetti banali in presenze enigmatiche. Robert Feintuch mescola ironia e tensione psicologica attraverso la figurazione, mentre Rona Pondick esplora corpi in metamorfosi, unendo calchi realistici a forme ibride. La sala mette in luce la capacità di questi artisti di spiazzare lo spettatore giocando con il confine tra realtà e immaginazione.

La nona sala esplora il dialogo tra fotografia e pittura, mostrando come il medium fotografico possa confrontarsi con la storia della pittura senza annullarla. Candida Höfer, formatasi nella Scuola di Düsseldorf, restituisce interni pubblici silenziosi e rigorosi, indagando la “psicologia dell’architettura sociale” attraverso l’assenza delle persone. Elger Esser e Lawrence Beck reinventano il paesaggio come spazio di memoria e contemplazione, evocando vedute storiche con precisione compositiva e luce delicata, mentre Clifford Ross, partito dalla pittura e dalla scultura, sperimenta tecniche digitali e supporti inusuali per catturare la grandiosità della natura. Matthias Schaller rende omaggio alla pittura attraverso fotografie di grandi formati dedicate alle tavolozze dei maestri, tra cui Paul Cézanne, rivelando un dialogo intrinseco tra i due linguaggi. Questi artisti, presenti in galleria dagli anni Novanta fino alla chiusura del 2014, confermano come fotografia e pittura possano coesistere, generando nuove possibilità di linguaggio e di visione.

La decima sala esplora il Neo-Espressionismo tedesco con Anselm Kiefer, Jörg Immendorff e A.R. Penck. Le opere di Kiefer stratificano storia, mito e ideologia, affrontando il trauma della memoria collettiva tedesca; Penck presenta figure totemiche e simboliche che conquistarono subito il pubblico americano; Immendorff trasforma soggetti quotidiani in allegorie oniriche e politicamente cariche. La sala mostra come questi artisti condividano un approccio in cui pittura e storia s’incontrano, trasformando simboli e memoria in strumenti di riflessione e resistenza culturale, aprendo nuove prospettive per il dialogo tra arte, politica e memoria collettiva.

L’undicesima e ultima sala presenta Jeff Koons, Haim Steinbach e Ashley Bickerton, protagonisti della stagione Neo-Geo americana degli anni Ottanta. Koons trasforma oggetti quotidiani e icone popolari in sculture monumentali, celebrando il kitsch con una sorprendente autonomia creativa. Steinbach dispone oggetti comuni su mensole, restituendo un equilibrio formale che dialoga con la tipologia concettuale dei Becher e con la tradizione Pop, dove il quotidiano diventa materia poetica. Bickerton, invece, fonde rigore geometrico e colori di ispirazione Pop in opere che evocano il Minimalismo per poi sovvertirne i codici, trasformando superfici e strutture in riflessioni sull’identità e sulla percezione. Insieme, gli artisti reinterpretano l’eredità della Pop e del Concettuale in un linguaggio nuovo e lucidamente contemporaneo, capace di trasformare la cultura di massa in icona dell’arte del tempo.

In occasione dell’apertura, il museo ospita anche un focus temporaneo dedicato agli Screen Tests di Andy Warhol, ritratti filmati di un centinaio di personaggi diversi realizzati tra il 1963 e il 1966. In questi cortometraggi in bianco e nero, Warhol filmò sia visitatori famosi dello studio – tra cui Allen Ginsberg, Dennis Hopper, Salvador Dalí, Susan Sontag, Bob Dylan, Marcel Duchamp e Lou Reed – che persone comuni, trasformandoli in “ritratti viventi”. Vengono presentati ventuno film della durata di circa quattro minuti ciascuno, selezionati dalla Sonnabend Collection Foundation in collaborazione con la Andy Warhol Foundation for the Visual Arts e l’Andy Warhol Museum di Pittsburgh.
C.S.
Comunicato stampa 28 novembre 2025
Immagini allestimento: foto MiLùMediA for DeArtes
SONNABEND COLLECTION MANTOVA
Dal 29 novembre 2025
Palazzo della Ragione
Piazza Erbe 13 46100 Mantova
Biglietti: https://sonnabendmantova.vivaticket.it/
Sito Web: www.sonnabendmantova.it
Instagram: @sonnabendmantova
Facebook: SonnabendCollectionMantova

