Di Olivier Horn. Torino, Palazzo Falletti di Barolo: l’Italia degli anni 60, in pieno boom economico, negli scatti di Bruno Barbey.
«Gli Italiani» è il titolo della mostra di un centinaio di fotografie presentata al Palazzo Falletti di Barolo, gioiello dell’architettura patrizia del seicento situato nel cuore del Quadrilatero di Torino, dal 12 settembre fino all’11 gennaio 2026.
Le foto sono opera del fotografo franco-svizzero Bruno Barbey, figura di spicco Dell’agenzia Magnum – che ha presieduto dal 1992 al 1995 – noto per il suo lavoro su eventi significativi in tutto il mondo per oltre cinquant’anni. Raccontano l’Italia da Milano a Roma, da Napoli a Palermo, negli anni ‘60 del “miracolo economico” che hanno cambiato il volto del Paese.
Inizio degli anni ‘60. Barbey ha 21 anni. Studente alla Scuola di Arti e Mestieri di Vevey, dove si insegna fotografia industriale e pubblicitaria, si annoia; come già si annoiava al Liceo Henri IV di Parigi, dove “marinava” le lezioni per andare a vedere film alla Cinémathèque con i suoi compagni di classe, Eric Rohmer e Barbet Schroeder. Il cinema neorealista italiano di quegli anni lo affascina, i film di Rossellini, Fellini e Visconti lo ispirano.
Decide di lanciarsi in un saggio fotografico sull’Italia, sulla scia di Robert Frank con il suo libro “Les Américains”. A bordo di un minibus Volkswagen e con la sua Leica M2, percorre le strade della penisola, fotografando da nord a sud il paese che attraversa, tutti gli strati della società italiana. Tra il 1962 e il 1966, moltiplica i soggiorni di alcune settimane intervallati da ritorni a Parigi per sviluppare i suoi rullini.
All’epoca la fotografia era analogica: ogni rullino conteneva 36 pose. Era necessario sviluppare il negativo in una camera oscura prima di stamparlo su carta. Per scattare una foto bisognava regolare la distanza, la velocità dell’otturatore e l’apertura del diaframma, bilanciando la luce e la profondità di campo. Ogni foto è una scommessa, una messa in scena istintiva del “reale” che appare davanti all’obiettivo e poi scompare. Ognuna di esse racconta un “esperienza vissuta”, per quanto fugace, che il fotografo ha conservato nella memoria. L’istantanea digitale non ha ancora sostituito lo sguardo e l’idea stessa di “selfie” non esiste. In altre parole… un mondo ormai scomparso.

Per catturare dal vivo i soggetti che fotografa, Barbey sceglie di lavorare con un grandangolo, che consente una messa a fuoco rapida. Davanti all’obiettivo, le persone posano senza malizia e senza timore nel loro ambiente di vita, offrendo il loro sguardo, la loro naturalezza, la trama della loro vita. Immagini uniche e irripetibili, in un bianco e nero contrastato che ci trasporta in un mondo che non esiste più, preziose testimonianze di un paese ancora radicato nelle sue tradizioni – il sud – ma proiettato verso il futuro con fede nel progresso annunciato – il nord. Un paese che si percepisce diviso in due, tra le grandi metropoli del nord, industriali e industriose come Milano, dove Barbey immortala con lo stesso slancio la borghesia e la classe operaia; e le campagne e i sobborghi del sud misero, rurale e religioso, con i suoi contadini in piedi nei campi e i suoi migranti seduti accanto alle loro valigie di cartone, in attesa di partire verso il nord per un futuro migliore; con i suoi mendicanti, i suoi preti e le sue suore, le sue prostitute, le sue vecchie donne vestite di nero e i suoi carabinieri. E bambini, tanti bambini che occupano la strada, attratti dall’obiettivo. Anche i giovani, numerosi, sempre in gruppo, sembrano aspettare l’arrivo del futuro promesso dal «miracolo economico» del Paese che sta vivendo un vero e proprio baby boom. L’esatto contrario di oggi.
Nessuno si oppone a farsi fotografare. L’arte di Barbey consiste nel riuscire a mescolarsi alla gente per strada, a confondersi tra i passanti, essendo presente ma senza disturbare, sia che si tratti di immortalare una processione, i tifosi allo stadio, le donne dell’alta borghesia alla Scala, i marinai in gita o gli uomini in un bar. Lui stesso sembra rapito dalla società che osserva, conquistato dalla cordialità e dall’atmosfera gioviale degli abitanti, così diversi da una regione all’altra, da un ceto sociale all’altro. Ciascuna delle persone immortalate sulla pellicola diventa un personaggio familiare come da un film neorealista italiano e come se, in fondo, e senza esserne pienamente consapevole, fosse proprio questo che voleva fare. Nel loro accumularsi senza gerarchia, le sue foto disegnano il ritratto di un paese proiettato verso il futuro e in piena transizione: l’Italia di un momento che è stato e che non esiste più.
È quanto scrive il giornalista e scrittore Giosuè Calaciura nella sua introduzione al libro Gli Italiani, pubblicato in occasione di questa mostra: «Gli italiani non sono più The Italians». Grazie allo sguardo di Bruno Barbey, che ha scrutato attraverso l’obiettivo l’anima di quell’Italia in cui si è avventurato per alcuni anni, ci giungono frammenti di un paese scomparso, come dopo uno scavo archeologico. Un progetto vecchio di 60 anni che si è concretizzato solo nel 2022, due anni dopo la sua morte. Bisogna affrettarsi prima che la mostra scompaia.
Recensione Olivier Horn
Torino, 2 dicembre 2025
Foto dell’allestimento: O.H. e Gabrielle
Immagine nella locandina: Palermo 1963 © Bruno Barbey / Magnum Photos
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FRANÇAIS

«Gli Italiani» – c’est le titre de cette exposition d’une centaine de photos présentées au Palais Falletti di Barolo, bijou de l’architecture patricienne du 17e siècle situé au cœur du quadrilatère de Turin, depuis le 12 septembre et jusqu’au 11 janvier 2026.
On les doit au photographe franco-suisse Bruno Barbey, figure de l’agence Magnum – qu’il a dirigée de 1992 à 1995 – connu pour son travail sur des événements marquants à travers le monde durant plus de cinquante ans. Elles racontent l’Italie de Milan à Rome, de Naples à Palerme, dans ces années 60 du «miracle économique» qui ont changé la face du pays.
Début des années 60. Barbey a 21 ans. Etudiant à l’Ecole des Arts et Métiers de Vevey, où l’on enseigne la photo, industrielle et publicitaire, il s’ennuie ; comme il s’ennuyait déjà au Lycée Henri IV à Paris, «séchant» les cours pour voir des films à la Cinémathèque avec ses camarades de classe, Eric Rohmer et Barbet Schroeder. Le cinéma néo-realiste italien de ces années-là le fascine, les films de Rossellini, Fellini et Visconti l’inspirent.
Il décide de se lancer dans un essai photo sur l’Italie, à la manière de Robert Frank avec son livre «Les Américains». A bord d’un minibus Volkswagen et avec son Leica M2, il arpente les routes de la péninsule, photographie du nord au Sud le pays qu’il traverse, toutes les couches de la société italienne. Entre 1962 et 1966, il multiplie les séjours de quelques semaines entrecoupés de retours à Paris pour développer ses rouleaux.
La photographie en ce temps-là est argentique : chaque pellicule comporte 36 poses. Il faut développer le négatif dans une chambre noire avant de réaliser un tirage sur papier. La prise de vues nécessite de régler la distance, la vitesse de l’obturateur et l’ouverture du diaphragme, de composer entre la lumière et la profondeur de champ. Chaque photo relève d’un pari, d’une mise en scène instinctive du «réel» qui surgit devant l’objectif et disparait. Chacune rend compte d’un «vécu», aussi fugace soit-il, que le photographe a gardé en mémoire. L’instantané du numérique n’a pas encore remplacé le regard et l’idée même du «selfie» n’existe pas. Autant dire… un monde révolu.

Pour capter sur le vif les sujets qu’il photographie, Barbey choisit de travailler au grand angle, qui permet une mise au point rapide. Devant l’objectif, les gens posent sans malice et sans crainte dans leur cadre de vie, offrant leur regard, leur naturel, la trame de leur vie.
Des vues uniques et irremplaçables, dans un noir et blanc contrasté qui nous transporte dans un monde qui n’existe plus, témoins précieux d’un pays encore enraciné dans ses traditions – le sud – mais tourné vers l’avenir avec la foi dans le progrès annoncé – le nord.
Un pays qu’on sent coupé en deux, entre ses grandes métropoles du nord, industrielles et industrieuses à l’image de Milan, où Barbey fige dans un même élan la bourgeoisie et la classe ouvrière ; et les campagnes et les faubrougs du sud miséreux, rural et religieux, avec ses paysans debout dans les champs et ses migrants assis près de leurs valises en carton, attendant de partir vers le nord pour un avenir meilleur ; avec ses mendiants, ses prêtres et religieuses, ses prostituées, ses vieilles femmes en noir et ses carabiniers. Et des enfants, beaucoup d’enfants occupant la rue, atirés par l’objectif. Des jeunes aussi, nombreux, toujours en bandes, semblant attendre l’arrivée du futur promis par le «miracle économique» du pays qui connait un vrai baby-boom. L‘exact contraire d’aujourd’hui.
Personne ne rechigne à se laisser photographier. L’art de Barbey est de réussir à se mêler à la rue, à se fondre parmi les passants, en étant bien là mais sans déranger, que ce soit pour capter une procession, des tiffosi au stade, des femmes de la bourgeoisie à la Scala, des marins en goguette ou des hommes dans un bar. Lui-même semble happé par cette société qu’il regarde, gagné par la convivialité et l’atmosphère bon enfant des habitants, si différents d’une région à l’autre, d’un milieu à un autre. Chacune des personnes fixées sur la pellicule devient un personnage familier surgi d’un film néo-réaliste italien, comme si, dans le fond, et sans en avoir pleinement conscience, c’est ce qu’il avait voulu faire. Dans leur accumulation sans hiérarchie, ses photos dessinent le portrait d’un pays tourné vers l’avenir et en pleine transition : l’Italie d’un moment qui fut et qui n’existe plus.
C’est ce qu’écrit le journaliste et écrivain Giosuè Calaciura dans son introduction au livre Gli Italiani édité à l’occasion de cette exposition : « Les Italiens ne sont plus The Italians ». Grâce au regard de Bruno Barbey, scrutant dans l’objectif l’âme de cette Italie où il s’est aventuré durant quelques années, nous parviennent des éclats d’un pays disparu comme après une fouille archéologique. Un projet vieux de 60 ans qui ne s’est concrétisé qu’en 2022, soit deux ans après sa mort. Il faut y courir avant que l’expo ne disparaisse.
Compte-rendu e photo de Olivier Horn
Turin, 2 Décembre 2025
Image dans l’affiche : Palermo 1963 © Bruno Barbey / Magnum Photos
Image de l’installation: Fotos O.H. e Gabrielle
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BRUNO BARBEY – GLI ITALIANI
12 settembre 2025 – 11 gennaio 2026
Palazzo Falletti di Barolo
via delle Orfane 7/A Torino
+39 338 1691652
palazzobarolo@arestorino.it
www.arestorino.it www.palazzobarolo.it www.operabarolo.it
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