Di Diego Tripodi. Ritorno a Bologna di Daniele Gatti e Orchestra Mozart in un concerto filato liscio come l’olio, all’insegna del puro piacere.

A quasi un anno da quando si erano presentati al pubblico proponendo l’ultimo glorioso trittico di sinfonie mozartiane, Daniele Gatti e l’Orchestra Mozart sono tornati a giocare in casa a Bologna, dove erano attesi con quel naturale entusiasmo proprio del rientro in famiglia e dove infatti, alla sera del 4 dicembre, si è vista affluire molta gente al Teatro Manzoni per quello oramai considerato un appuntamento tradizionale.

Com’è giusto per la preparazione di occasioni che sono rare e che si cerca dunque di estendere quanto possibile, il concerto non era in realtà un’esclusiva felsinea, ma aveva debuttato la sera precedente ad Udine e ha avuto una replica la sera successiva a Modena.

È interessante segnalare alcuni cambiamenti che hanno riguardato nei mesi il movimentato costruirsi del programma, perché rivelatori del senso spirituale che gli si è desiderato imprimere: da subito è stato chiaro che il centro stava in due magnifici lavori novecenteschi, la Sinfonia in do di Stravinskij e la Sinfonia “Classica” di Prokofiev, dapprima avvicinati alla purezza della Sinfonia n° 92 “Oxford” di Haydn, che è stata però poi spodestata dalla più intrigante Sinfonia n°82 “L’orso” ; inaspettatamente, fatto fuori il padre del classicismo, anche questa seconda soluzione è capitombolata in favore nientepopodimeno che di un’inattesa Quinta Sinfonia di Beethoven! L’ultimo cambio è stato invece annunciato a inizio concerto e ha riguardato l’ordine di esecuzione: si apra con la Classica e poi segua la Sinfonia in do, non più viceversa.

Questi dettagli non vi sono dati per puro colore, ma perché ci dicono molto dell’accortezza del programma. L’accostamento dei due russi, seppur avvicinati dalla condivisione della madrepatria e della stagione creativa, restituiva principalmente i contrasti fra due modi diversi di rivolgersi con modernità ai modelli classici dopo – e questo è certamente altro tratto di relativa vicinanza – le rispettive esperienze “fauves”: snello, arguto, disinvolto il giovane Prokofiev (perciò perfetto all’apertura), laborioso, sofisticato, severo lo scafatissimo Stravinskij (meravigliosamente adatto al ruolo d’onore in centro all’inquadratura).

La trasmutazione di Haydn in Beethoven – e che Beethoven – è, anche secondo accenni di storia della musica, un processo coerentissimo; in più, se la vocazione di questo programma voleva essere illuminare la traccia del classicismo sinfonico, allora lo scivolamento da esempi pionieristici dello stile (sinfonie di Haydn) all’esempio divenutone antonomasia (Quinta beethoveniana) ha fatto guadagnare all’impostazione “riletture vs originale” una forza indiscutibile.

Saremo assai stringati nel riportare le impressioni da un concerto che sin dal primo accordo ci ha subito fatto intendere che tutto sarebbe andato liscio come l’olio e sarebbe stato all’insegna del puro piacere; e così fu infatti, perché direttore e orchestra erano davvero in formissima: le peculiarità di suono, che già erano marchio di fabbrica impresso all’identità della compagine sotto la paterna guida di Abbado, le abbiamo ritrovate splendidamente attuali; più precisamente, asciuttezza, levità, dinamismo coniugati ad un sicuro sentire d’insieme, un’attitudine per cui i suoni prendono una grafia lineare, lontana dalla più canonica pennellata, andando comunque a tracciare geometrie non euclidee, certamente non schiacciate, costruite in volumi chiarissimi.

Gatti ha diretto con inscalfibile maestria e un agio non simulato, sorretto evidentemente dalla solidità dell’esperienza, lo muoveva ad una gestualità chiarissima, volitiva pur senza sforzi. Le letture dei tre diversissimi capolavori sono state tutte e tre belle, coinvolgenti, piene di spirito e di accorte finezze: le abilità congiunte del Maestro e dell’Orchestra hanno infatti creato tanti momenti stupefacenti per l’eleganza delle soluzioni trovate ai passaggi di scrittura più fitta, che certo non mancano in nessuna delle tre partiture, così svelando un’attenzione al dettaglio tanto più godibile quanto maggiore era la notorietà dei passi in questione.

Ciò evidentemente si lega alla fantasia interpretativa, che infatti non è mancata, senza mai sfociare nella bizzarria: è stato particolarmente vero per Prokofiev e Beethoven, nelle cui opere, con le debite differenze dettate dai differenti orizzonti stilistici, non sono mancati e sempre soggetti a buon gusto, scarti dinamici, leggeri cambi di tempo che assecondano i fraseggi, marcature d’accenti, etc.

Più rigorosa, ma fresca, lontana da paludi interpretative, è risuonata la Sinfonia in do, in cui la espansa tavolozza di colori è stata curata con ogni attenzione, mettendo a disposizione tutta la maestria delle prime parti e degli insiemi delle famiglie orchestrali, del tutti, insomma delle molteplici combinazioni presentate nel brano dall’autore. La sportiva guida di Gatti e la risposta aitante della Mozart hanno consentito di portare l’uditorio non solo “incolume”, ma anche compiaciuto attraverso una delle pagine più ostinate e labirintiche dell’iper-razionalismo stravinskiano.

Recensione di Diego Tripodi
Bologna, Teatro Manzoni 4 dicembre 2025
Foto Marco Caselli Nirmal

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