Il Padre misericordioso (Luca 14, 11 ss.)

La parabola del figliol prodigo viene ormai chiamatala “parabola del padre misericordioso”. Ed è giusto: il suo centro è l’annuncio dell’infinita misericordia di Dio, che accoglie con gioia il figlio che gli aveva voltato le spalle. Tuttavia, la parabola parla non solo del padre ma anche dei due figli, ben diversi tra loro. Un figlio ingrato, che volta le spalle al padre, e uno obbediente, che si conforma alla volontà paterna. Un giusto, che decide di obbedire al padre, restando con lui senza abbandonarlo. Si pensi al Salmo 73:

Ma pure io resto sempre con te […]
Chi ho io in cielo al di fuori di te? […]
Poiché ecco, quelli che si allontanano da te periranno
tu distruggi chiunque ti tradisce e ti abbandona.
Ma quanto a me, il mio bene è stare unito a Dio.

Come il salmista, il figlio obbediente rimane presso la casa del padre. Rappresenta la parte obbediente di Israele, gli israeliti rimasti fedeli alleanza. Altre volte Luca riconosce che esista un Israele obbediente a Dio. In occasione della chiamata di Levi, Gesù afferma:

Non sono i sani che hanno bisogno del medico, bensì i malati. Io non sono venuto a chiamare i giusti, ma dei peccatori al ravvedimento.

Esistono dei giusti in Israele, e giusto è il pio israelita che resta presso la casa del padre, come il figlio maggiore della parabola. Questi accetta senza protestare che il fratello minore esiga la sua eredità e parta per l’estero. Non è questo che lo turba. La crisi scoppia più avanti, quando il padre misericordioso accoglie con gioia il ritorno del figlio perduto. Il fratello maggiore è scandalizzato che il padre rinneghi la sua stessa legge, che si comporti in modo difforme da come era stato tra loro pattuito. Se torniamo al Salmo 73, Dio maledirà coloro che lo rinnegheranno Dio. 
Recita il Salmo:

quelli che si allontanano da te periranno
tu distruggi chiunque ti tradisce e ti abbandona.

Invece, il padre della parabola non maledice ma accoglie con gioia il figlio che lo aveva abbandonato. Questo è intollerabile per il figlio maggiore. Il padre sta violando la sua stessa legge, comportandosi in modo incongruo rispetto a quanto aveva stabilito.

Che cosa risponde il padre all’accusa del figlio obbediente? Avrebbe potuto citare il profeta Geremia:

Casa di Israele, non posso io far di voi quello che fa questo vasaio?”, dice il Signore. “Ecco, quel che l’argilla è in mano del vasaio, voi siete in mano mia, casa d’Israele”.

Parole simili si trovano anche in Giobbe e in qualche modo in san Paolo. Ma non è questa la risposta del padre misericordioso. Non replica al figlio che può far quel che vuole della sua proprietà, senza doverne rendere conto a nessuno. Dice qualcosa di molto diverso, che va valutato attentamente:

“Figliolo, tu sei sempre con me e ogni cosa mia è tua; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita; era perduto ed è stato ritrovato”.

Il figlio maggiore gli ha sempre obbedito, questo è vero. Ma c’è il rischio che la sua obbedienza fosse, ai suoi occhi, un sacrificio in vista di un premio futuro. Forse ha considerato la sua obbedienza come una rinuncia alla sua libertà. Ma non era questo il senso del loro patto. “Figliolo, tu sei sempre con me e ogni cosa mia è tua”, dice il padre. La sua obbedienza non doveva apparire come un sacrificio, giacché vivendo col padre egli ha usufruito di tutti i suoi beni. Che sacrificio poteva esserci in questo? Quale ricompensa poteva esser richiesta?

Se non che, la protesta del figlio obbediente fa emergere un problema molto serio. Obbedendo al padre, s’aspettava un privilegio esclusivo – d’essere lui l’unico erede legittimo. La sua obbedienza non era un atto d’amore per il padre, ma una prestazione, un sacrificio meritevole di risarcimento. Ma il padre non aveva inteso in questo modo il patto tra di loro. L’obbedienza dei figli era già la ricompensa. Come dice il Salmista: “Ma quanto a me, il mio bene è stare unito a Dio”. Non v’è un altro bene, oltre a questo. Stare uniti a Dio non è un’opera dalla quale aspettarsi una ricompensa. È già la ricompensa, perché non vi è altro bene oltre a Dio e alla sua presenza tra le sue creature.

Purtroppo, la protesta del figlio obbediente fa capire al padre che egli gli ha obbedito con fatica, reprimendo il suo desiderio più profondo. Se ora non accetta che il padre riaccolga il fratello disobbediente, è perché anche lui, il figlio maggiore, avrebbe desiderato fare altrettanto. Anche lui avrebbe volentieri voltato le spalle al padre per andare in terra straniera. Il desiderio dei due figli era lo stesso: di tradire e forse di uccidere il padre. Se il figlio maggiore non lo ha fatto, è stato forse per paura delle conseguenze del suo atto. O forse per conformismo, o per un calcolo, immaginando che in questo modo sarebbe stato l’unico erede dei beni del padre. In ogni caso, non era un atto d’amore.

Ora il padre scopre che entrambi i suoi figli gli sono stati infedeli. Il minore lo ha tradito esplicitamente, voltandogli le spalle. Il maggiore ha fatto forse anche di peggio. Gli ha obbedito solo in apparenza, formalmente, formalisticamente, reprimendo il desiderio di tradirlo quanto e forse anche più del fratello minore.

A questo punto, un padre qualsiasi avrebbe cacciato entrambi i figli, tenendo solo per sé i suoi beni. Ma il Dio e Padre di Gesù non è un padre né un dio qualsiasi. Invece di cacciarli, accoglie entrambi i figli: il maggiore e il minore; l’obbediente solo per calcolo e in modo puramente formale e il disobbediente dichiarato, reo-confesso. E in verità, fa più fatica ad accogliere l’obbediente che il disobbediente, perché quest’ultimo se non altro alla fine ha compreso l’immensa misericordia del padre.

Di Enrico Cerasi
7 dicembre 2025
Immagine di pubblico dominio tratta da Wikipedia:
Mattia Preti, Ritorno del figliol prodigo, 1658 Palazzo Reale di Napoli

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