Di Maria Luisa Abate. MantovaTeatro: Franco Branciaroli giganteggia nella splendida visione registica di Paolo Valerio, alla guida d’un cast straordinario.

Un burattinaio, anzi un marionettista che muove i fili della sua casa/teatro, della sua famiglia e di chi vi ruota attorno. Almeno così crede. Entra in scena assiso su uno scranno sul cui schienale sono poggiati dei pupazzi che egli nascostamente manovra. Svestiti oppure tradizionali figure della commedia dell’arte, presto i fantocci assumeranno le fattezze dei personaggi, dei quali avranno gli stessi visi, gli stessi abiti e le stesse acconciature. Saranno le persone in carne ed ossa a prendere “i comandi” dei loro alter ego di legno e pezza, una volta che si saranno progressivamente sganciate dall’autorità del padrone di casa, l’unico senza una figurina corrispondente.

Il regista Paolo Valerio ha portato sulla scena quel teatro di marionette che lo stesso Carlo Goldoni ha lasciato scritto fosse una sua passione infantile, tributandogli così un affettuoso omaggio. Nel farlo, ha dimostrato originalità unita a un grande rispetto per il testo di “Sior Todero brontolon”, qui con la drammaturgia di Piermario Vescovo. Paolo Valerio ha centrato pienamente l’intento, di non così facile attuazione, di mantenere l’ambientazione settecentesca senza restarne soverchiato e riuscendo a proiettare i caratteri della commedia goldoniana nel presente, facendone emblemi di una umanità varia e attuale.

Una regia che ha presentato solo pregi, e tanti: dalla facilità di decodifica da parte dello spettatore della funzione delle marionette, quelle magnifiche e preziose de I Piccoli di Podrecca, al fatto di aver portato avanti questo spunto con coerenza e dinamismo. Poi l’eloquio perfettamente dosato tra l’inflessione linguistica veneziana e la comprensibilità anche per chi non è nato in Laguna. Non ultimi, tra i meriti registici, un meccanismo perfettamente oliato e il ritmo incessantemente brioso, senza il benché minimo rallentamento. Lo svolgimento frizzante ha fatto volare le due ore della recita, deliziosa per la grazia e il buon gusto. Uno spettacolo di enorme successo non perché lo affermiamo noi scriventi ma perché lo attestano inconfutabilmente i fatti. La tournée infatti procede con unanime gradimento di pubblico e di critica fin dal debutto avvenuto nel 2024 all’Estate Teatrale Veronese (dove ci vergogniamo di essere stati colpevolmente assenti) ed è approdato anche al Teatro Sociale di Mantova, nella Stagione organizzata dalla Fondazione “Artioli”.

La dimora del burbero e anziano veneziano è stata reimmaginata dal regista come il retro di un palcoscenico (scene Marta Crisolini Malatesta, luci Gigi Saccomandi) con tanto di funi e cordami oltre che di quei sacchi che anticamente servivano a muovere i sipari e le quinte fungendo da contrappeso. Anche in questo caso è stato facile fare due più due e paragonare i contrappesi scenici a quel sottile gioco di forze, di tira e molla, che le donne hanno messo in campo con gli uomini per riuscire a far trionfare la ragione e il sentimento, superando astutamente le motivazioni monetarie dell’avaro Todero. Infatti quel genio senza tempo di Goldoni, già alla metà del 700, affidò alle donne, intelligenti e scaltre, il compito di porre rimedio alle ottusità maschili, in questa commedia come in buona parte della sua produzione.    

A ricordarci che ci trovavamo nel 700 i bellissimi costumi d’epoca (di Stefano Nicolao); a favorire ulteriormente il ritmo brillante un calibrato gioco di movenze (movimenti di scena Monica Codena) e le musiche d’efficacia didascalica (di Antonio Di Pofi). Naturalmente la regia si è occupata con accuratezza anche della parte strettamente attoriale, in questo caso come non mai integrata al contesto scenografico e alla presenza delle marionette, curandone sapientemente ogni aspetto, dalle inflessioni delle voci, alla gestualità, alla mimica facciale: tutti elementi mantenuti con maestria entro i confini di una ironia efficace e non macchiettistica, di un divertimento mai caciarone, d’un umorismo né grottesco né farsesco.

Un bellissimo “meccanismo” cucito come un costume di scena addosso al protagonista, Franco Branciaroli, con cui il regista Paolo Valerio aveva già anni prima maturato un grande feeling ne “Il mercante di Venezia” (recensione vedi qui). Branciaroli ha giganteggiato con nonchalance come solo lui sa fare, essendo tra i pochi a eccellere paritariamente sia in ruoli drammatici che ironici, riuscendo a dare a questi ultimi una magistrale leggerezza non scevra di spessore drammaturgico. In questa occasione ha deliziato con uno sfoggio da manuale di toni e accenti della voce, che nella cadenza veneta si sono tradotti in un fraseggio curato a puntino. Analogo caleidoscopico dinamismo lo abbiamo notato anche nell’espressività del viso e degli occhi, capaci di fulminare con imperiosità i suoi interlocutori sul palco così come di magnetizzare gli spettatori in platea. Ne è uscito un Todero con tutte le caratteristiche goldoniane, dall’avarizia di borsellino a quella di cuore: per intenderci, lui è di quelli che tengono lo zucchero e le fanciulle sotto chiave. Un padre-nonno-padrone, burbero, ottuso, dispotico fino al dittatoriale, egocentrico, permaloso, soggetto a scatti d’ira. Un autentico “rustego” goldoniano sul quale Branciaroli ha innestato la sua sublime arte attoriale. Ha fatto il suo ingresso in scena sul citato scranno come un ragno sornione pronto a tessere la tela, fatta ovviamente dei fili delle marionette, per invischiare i suoi sottoposti che invece si muovevano alle sue spalle facendolo infine fesso. Insomma, un personaggio odioso sulla carta che Branciaroli ha reso irresistibilmente simpatico, in ciò dimostrandosi emissario goldoniano doc, come anche per aver fatto del Brontolon un, sia pure divertente, ricettacolo di bassezze umane come ne vediamo ancor oggi.

Se la presenza di Branciaroli è stata catalizzatrice a ogni suo comparire sul palco, non da meno è stata la Compagnia, formidabile e capace anch’essa indistintamente di connotare i personaggi nella loro duplice valenza goldoniana e attuale. Iniziando dalla bravissima Maria Grazia Plos, di fatto co-protagonista, Marcolina nuora di Todero e donna energica e coraggiosa nella sua determinazione a procurare alla figlia un buon partito che le assicuri una vita agiata e felice, volendola sottrarre alla certa infelicità che le deriverebbe dal matrimonio col prescelto dal nonno. Ha condiviso con lei l’intento di combinare nozze adeguate, la cugina dell’aspirante sposo, la Siora Fortunata, una piacente vedova esponente della “Venezia bene” che Ester Galazzi ha appropriatamente tratteggiato con eleganza snob, pragmatica, non vacua. Roberta Colacino era la figlia in attesa di convolare Zanetta, ingenua, sognatrice, incapace per gioventù e inesperienza di farsi valere. Il pretendente era Emanuele Fortunati, che ha reso una bella evoluzione di Meneghetto da giovane ammodo e titubante a innamorato deciso a far trionfare le sue ragioni, pur nel ligio rispetto per l’autorità del capo famiglia. 

Irresistibile il figlio di Todero e marito di Marcolina, Pellegrin, che Piergiorgio Fasolo ha reso particolarmente esilarante nel suo essere privo di spina dorsale, nel suo non volersi invischiare nelle trame femminili nascondendosi ripetutamente in un baule il cui coperchio ha lasciato ogni volta cadere con un tonfo sordo. Aperta parentesi: il baule teatrale è quello da cui per antonomasia fuoriescono costumi e personaggi e il regista ne ha dato qui spiritosa concretezza. Subdolamente interessato e poco onesto l’amministratore Desiderio, affidato al bravo Riccardo Maranzana. A suo figlio Nicoletto, al quale il tirchio ha promesso la nipote per il solo fatto che non dovrebbe sborsare la dote, Andrea Germani ha dato abilmente una vocetta quasi femminea per farne un giovane insignificante. Nicoletto sposerà invece l’amata Cecilia, la serva alla quale Valentina Violo ha dato un carattere deciso e non addomesticabile. Infine l’anziano Gregorio che Alessandro Albertin, pur in poche battute, è riuscito a tratteggiare come un remissivo all’apparenza, in realtà menefreghista degli ordini del padrone.

Alla fine, manco a dirlo, le donne vincono, prevalendo per scaltrezza e intelligenza su quelli che più che uomini si rivelano solo dei maschi. Anche il padrone di casa deve adeguarsi: l’amore trionfa e i brontolii tacciono.

Di Maria Luisa Abate
MantovaTeatro, Teatro Sociale 3 dicembre 2025
Foto ufficiali © Simone Di Luca

AVVERTENZA
È fatto divieto a giornali e blog di pubblicare integralmente o parzialmente questo articolo o utilizzarne i contenuti senza autorizzazione espressa scritta della testata giornalistica DeArtes (direttore@deartes.cloud ).
La divulgazione è sempre consentita, liberamente e gratuitamente sui rispettivi canali, a Teatri, Festival, Musei, Enti, Fondazioni, Associazioni ecc. che organizzano od ospitano gli eventi, oltre agli artisti e agli autori direttamente interessati.
Grazie se condividerete questo articolo sui social, indicando per cortesia il nome della testata giornalistica DeArtes e il nome dell’autore.

Page Links: 25607, 98, 23095, 37167, 11288, 7335, 12066, 48621, 40556, 30251, 745, 45180, 37058, 39356, 26234, 38473, 47899, 6940, 49098, 35661, 27790, 27611, 41682, 39847, 37564, 935, 25524, 17383, 18840, 47522, 34721, 38867, 45976, 32023, 5879, 6818, 42380, 42033, 1947, 3944, 8430, 43811, 4741, 17939, 19940, 2516, 7765, 19895, 8714, 39371