Meditazione sul Natale di Enrico Cerasi.

In quella stessa regione c’erano dei pastori che stavano nei campi e di notte facevano la guardia al loro gregge. E un angelo del Signore si presentò a loro, e furono presi da gran timore. L’angelo disse loro: “Non temete perché vi porto la buona notizia di una gran gioia che tutto il popolo avrà: ‘Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è il Cristo, il Signore’. E questo vi servirà da segno: troverete un bambino avvolto in fasce e coricato su una mangiatoia’” (Lc. 2, 8-12)

“Una gran gioia che tutto il popolo avrà!” Ecco l’annuncio più conciso del Natale: una grande gioia per il popolo. Tuttavia, se scorriamo il racconto evangelico, non vi sono tracce di gioia, né grande né piccola. Il vangelo secondo Matteo ci racconta dell’ennesima strage, questa volta di bambini, ordinata da Erode, mentre Luca riferisce di un censimento ordinato da Cesare Augusto, volto ad aggravare ulteriormente la condizione materiale dei giudei, soprattutto dei più poveri. Giovanni il battezzatore fece sorgere la speranza che, tramite il battesimo, Dio avrebbe perdonato le colpe d’Israele e sarebbe giunto in suo soccorso, ma anche il Battezzatore fu arrestato e ucciso da Erode. Dov’è dunque la grande gioia? Almeno in un caso, in effetti, sembra realizzarsi. Quando Gesù sale a Gerusalemme il popolo lo accoglie con grida di gioia:

Benedetto il Re che viene nel nome del Signore; pace in cielo e gloria nei luoghi altissimi (Lc. 19, 38).

Ecco la gioia del popolo: il suo Re è finalmente giunto a salvarlo! Ma sappiamo tutti come andrà a finire. Il Re dei giudei fu crocifisso e tutti i suoi seguaci fuggirono da Gerusalemme, con un misto di paura, di delusione, forse anche d’ostilità verso colui che aveva suscitato tanta speranza, per l’ennesima volta delusa. Due di questi discepoli lo confesseranno esplicitamente:

Noi speravamo che fosse lui che avrebbe liberato Israele (Lc. 24, 21).

Ripetiamolo: dov’è la “grande gioia” per il popolo annunciata dall’angelo ai pastori di Betlemme? La risposta ci viene dalla lettera a Tito dell’apostolo Paolo:

Ma quando la bontà di Dio, nostro Salvatore e il suo amore per gli uomini sono stati manifestati, egli ci ha salvati non per opere giuste da noi compiute, ma per la sua misericordia, mediante il bagno della rigenerazione e del rinnovamento dello Spirito Santo, che egli ha sparso abbondantemente su di noi per mezzo di Cristo Gesù, nostro Salvatore, affinché, giustificati dalla sua grazia, diventassimo, in speranza, eredi della vita eterna (Tt. 3, 4-7)

Naturalmente, qui non si allude al Natale, del tutto assente nella predicazione di Paolo. Si parla piuttosto della croce. Ma la morte di Cristo può avere un valore salvifico solo perché Gesù non era un uomo qualsiasi ma il Figlio stesso di Dio, ovvero la Sua presenza tra gli uomini.

A dire il vero, Israele aveva già sperimentato la presenza di Dio. Dopo il passaggio nel Mar Rosso, quando videro i soldati del faraone ingoiati dalle acque, Mosè e il popolo intonarono un canto al Signore:

“Io canterò al Signore, perché è sommamente glorioso; ha precipitato in mare cavallo e cavaliere. Il Signore è la mia forza e l’oggetto del mio cantico; egli è stato la mia salvezza. Questi è il mio Dio, io lo glorificherò, è il Dio di mio padre, io lo esalterò” (Es. 15, 1-2).

Nell’esodo Israele sperimenta la presenza e la forza di Dio e si abbandona a canti di gioia. Lo stesso Mosè, poco oltre, sarà alla presenza diretta dell’Onnipotente sul monte Sinai, quando gli consegnò la sua Torah. In seguito Israele tornerà ad avvertire la presenza di Dio nel tempio costruito da Salomone a Gerusalemme. Quando l’arca dell’alleanza viene portata nel Tempio leggiamo:

Mentre i sacerdoti uscivano dal luogo santo, la nuvola riempì la casa del Signore; e i sacerdoti non potevano rimanervi per farvi il loro servizio, a causa della nuvola; perché la gloria del Signore riempiva la casa del Signore (1 Re 8, 10-11)

La gloria del Signore non è altro che la Sua presenza nel Tempio di Gerusalemme. Se non che questa presenza è offuscata dal peccato degli uomini. Nel caso dell’esodo, il peccato è attribuito al Faraone e a tutti gli egiziani, che ingiustamente opprimevano il popolo che Giuseppe aveva portato in Egitto. Dio non può esser presente se il peccato non viene punito e cancellato.

In seguito sarà Israele a subire il castigo per i propri peccati. La gloria di Dio si allontanerà dal Tempio nella misura in cui Israele non visse nella santità e nella giustizia. I profeti non cesseranno di annunciare a Israele che la loro rovina nazionale (la deportazione in babilonia, la distruzione del Tempio e tutto ciò che ne seguirà) altro non era che la conseguenza del suo peccato. Dice Isaia:

Infatti tu, Signore, hai abbandonato il tuo popolo, la casa di Giacobbe, perché sono pieni di pratiche divinatorie, praticano le arti occulte come i Filistei, fanno alleanza con i figli degli stranieri.  […] Il suo paese è pieno d’idoli: si prostra dava ti all’opera delle sue mani, davanti a ciò che le sue dita hanno fatto. Perciò l’uomo sarà umiliato; ognuno sarà abbassato (Is.  2, 6-9).

Dio non può esser presente tra i peccatori. Si capisce dunque la speranza che il popolo ripose nel battesimo di Giovanni. Se Israele avesse fatto davvero penitenza, se si fosse lavato dei suoi peccati, forse Dio lo avrebbe nuovamente liberato dai suoi nemici.
Se non che Paolo ci annuncia qualcosa di molto diverso:

egli ci ha salvati non per opere giuste da noi compiute, ma per la sua misericordia, mediante il bagno della rigenerazione e del rinnovamento dello Spirito Santo

Questo è un annuncio del tutto inedito, apocalittico in senso proprio. Non è il popolo a dover lavare le proprie colpe. La misericordia di Dio si annuncia questa volta in modo del tutto diverso. Sarà Dio stesso a subire le conseguenze del peccato umano. Il bagno della rigenerazione non è il battesimo di Giovanni ma la croce del Figlio di Dio. La presenta dell’Onnipotente non ha più come condizione che gli uomini si purifichino e paghino il prezzo delle loro colpe, perché è Dio stesso che se n’è assunto il peso. Scrive Paolo: noi siamo stati salvati

mediante il bagno della rigenerazione e del rinnovamento dello Spirito Santo, che egli ha sparso abbondantemente su di noi per mezzo di Cristo Gesù, nostro Salvatore, affinché, giustificati dalla sua grazia, diventassimo, in speranza, eredi della vita eterna.

Il Padre è presente tra noi tramite il suo Spirito Santo, che è Dio stesso. E può esserlo perché siamo stati tutti e tutte rigenerati da Cristo Gesù e dal suo sacrificio sulla croce. Questo è il motivo della grande gioia che il popolo ha ricevuto a Natale. Nel bambino nato a Betlemme vi è il segno della presenza di Dio e della sua decisione di perdonare il peccato umano assumendo su di sé le sue conseguenze deleterie, omicide.

Naturalmente, dobbiamo osservare la differenza tra il racconto di Luca e il brano della lettera di Paolo. Nel primo caso si tratta di una descrizione di un avvenimento: la nascita di Gesù a Betlemme dalla vergine Maria. Non vi è nulla di straordinario nella nascita di un bambino, sia pure in circostanze così particolari. Quella di Paolo invece è una confessione di fede nella salvezza donata da Dio in Cristo. Diversamente dalla nascita di un bambino, la fede non fa riferimento a qualcosa che si possa constatare in modo empirico. Come scrive la lettera agli Ebrei:

fede è certezza di cose che si sperano, dimostrazione di realtà che non si vedono (Ebr. 11, 1)

Ciò non vuol dire che la fede sia qualcosa di irreale. Fede significa la fiducia che ci viene da Dio stesso che il bambino nato a Betlemme sia il segno visibile di qualcosa – la grazia di Dio – che non possiamo vedere con gli occhi. La fede ha per oggetto qualcosa di reale, anzi di realissimo, ma che non si può constare con gli occhi ma solo col cuore.

 Questo significa che la gran gioia del popolo che l’angelo annuncia ai pastori non era qualcosa che il popolo potesse vedere e constatare, come ad esempio la liberazione di Israele dall’occupazione romana. Non sarebbe fede, se fosse constatabile con gli occhi e in generale con gli organi corporei. Chiunque avrebbe potuto vedere il bambino nella mangiatoia, ma non scorgervi altro se non una situazione dal punto di vista umano molto penosa. Per i pastori invece quel bambino è un segno, ossia qualcosa il cui significato rimanda ad altro, in questo caso alla grazia di Dio.

Questa è ancora oggi, dopo più di 2000 anni, la nostra situazione. Il messaggio del Natale ci annuncia una grande gioia, non solo per il popolo di Israele ma per l’umanità intera e forse per tutta la creazione. Ma questa gioia rimanda a qualcosa che non è visibile o costatabile dai nostri sensi corporei. Non ci sarà la pace a Gaza o in Ucraina o nello Yemen, in Congo e altrove. Non ci sarà pace nemmeno nei paesi più fortunati come il nostro ma comunque segnati da un continuo conflitto interno. Ma questo non deve farci diventare scettici o freddi. La grande gioia non consiste nella pacificazione dei conflitti sociali: non accadde nella Palestina del I secolo, che anzi di lì a pochi anni conoscerà la terribile guerra giudaica e la distruzione da parte dei romani del secondo Tempio, così come non è accaduto nei duemila natali successivi. La gioia annunciata dall’angelo è invece quanto viene annunciato in più occasioni da Paolo, ad esempio nel passaggio della lettera a Tito che abbiamo letto:

Ma quando la bontà di Dio, nostro Salvatore e il suo amore per gli uomini sono stati manifestati, egli ci ha salvati non per opere giuste da noi compiute, ma per la sua misericordia, mediante il bagno della rigenerazione e del rinnovamento dello Spirito Santo, che egli ha sparso abbondantemente su di noi per mezzo di Cristo Gesù, nostro Salvatore, affinché, giustificati dalla sua grazia, diventassimo, in speranza, eredi della vita eterna.

La grande gioia del Natale, dunque, è che nella fede in Cristo Gesù quale presenza misericordiosa di Dio nel mondo siamo diventati, in speranza, eredi della vita eterna.

Riflessione di Enrico Cerasi
22 dicembre 2025
Immagine: Annuncio ai pastori
Maestro Dell’annuncio Ai Pastori (notizie Prima Metà Sec. XVII)

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