Di Maria Luisa Abate. MantovaTeatro: un salto dalla morte alla morte e poi dalla morte alla vita.

Notevole il cast e notevolissimo il testo. La drammaturgia di Gabriele Di Luca spiazza positivamente, colpisce con forza grazie a molteplici elementi apparentemente antitetici che non solo convivono splendidamente ma si rivelano addirittura necessari gli uni agli altri. Iniziando da quella vena sottile di follia che diventa all’occorrenza drammatica o surreale, tremenda o comica, che turba o rallegra, e che vena i dialoghi proiettandoli in una realtà stringente. Ricordandoci che la normalità, per la natura umana, non è mai univoca e soffre e vive di dubbi, incertezze, fragilità, contrasti. Così, dalla platea, ci si rattrista e si sorride, si riflette e si sogna, si resta sconcertati e ci si abbandona a risate liberatorie. Questo lavoro, dal linguaggio graffiante, altro non è che una minuziosa scansione di psicologie e di caratteri complessi, magistralmente privo di retorica o di banalità. Il tutto con ritmo incalzante, scenico e nei dialoghi, tra accelerazioni e decelerazioni senza mai soffrire di stasi, come dettato dalla regia dello stesso Gabriele Di Luca a quattro mani con Massimiliano Setti.

Lo spettacolo è targato Carrozzeria Orfeo, una realtà di base a Mantova. Ma sarebbe un errore pensare che la sola geografia ne abbia determinato l’inserimento nel cartellone MantovaTeatro della Fondazione Artioli, che usa come unico metro di scelta la qualità degli spettacoli. Carrozzeria Orfeo, fin dagli esordi 18 anni fa, ha saputo guardare oltre i confini territoriali e si è conquistata un meritato posto di spicco nel panorama italiano, tanto che “Misurare il salto delle rane”, in tour nei maggiori teatri della penisola, ha vinto il Premio della Critica 2025 ed è frutto di una importante coproduzione con Fondazione Teatro Due di Parma, Accademia Perduto/Romagna Teatri, Teatro Stabile d’Abruzzo, Teatri di Bari e Fondazione Campania dei Festival – Campania Teatro Festival (dove lo spettacolo ha debuttato), in collaborazione con Asti Teatro 47.   

La scena (di Enzo Mologni) è fissa ma si ravvisa, nel magnifico testo, un andamento cinematografico tra carrellate, campi lunghi e primi piani, che non sono mai pienamente rivelatori perché lo scopo è mantenere alta la tensione emotiva. Sulla destra una panchina, sul precipizio di quel lago paludoso nelle cui acque una fanciulla, vent’anni prima, si è suicidata. Sulla sinistra lo spaccato di una casa rurale, povera, ingrigita perché ferma nel tempo come le due donne che la abitano, rimaste ancorate a un passato pesante e pressante che le opprime. Le suppellettili e gli abiti (di Elisabetta Zinelli) riconducono agli anni 80 / 90 del Novecento, epoca confermata dalle hits rock che si alternano alle musiche originali (di Massimiliano Setti) contribuendo a scandire le atmosfere.

Sul palco, presenti fisicamente a evocare altre figure intangibili ma sostanziali, tre donne che compendiano in loro, in modi profondamente differenti, normalità e pazzia, raziocinio e imprevedibilità. Sono preda di umori conflittuali, espressi o sottaciuti, che si impadroniscono di loro risultando difficili da gestire.

Tre donne di generazioni diverse e dalle personalità ben distinte impersonate dalle attrici con una recitazione mai impostata, votata alla naturalezza e alla spontaneità, con incisività. Lori, cui dà volto Elsa Bossi, prigioniera di un blocco emotivo dal giorno del suicidio della figlia che l’ha pietrificata nel tempo del dolore. Poi colei che era amica della giovane annegata e che per la madre è diventata una figlia adottiva, Betti, dall’aspetto sgraziato e mascolino perché proprio non le riesce di fare la donna (magnifica la scena in cui, nel vano tentativo di piacere, si agghinda di tutto punto) datole studiatamente dalla splendida Chiara Stoppa. Infine l’elemento apparentemente destabilizzante ma in realtà stabilizzante, la giovane Iris di Marina Occhionero, forestiera che ha ritrovato la bottiglia con il messaggio della suicida dal quale verranno alcune risposte finora rimaste insolute. Anche lei ha dei problemi di socializzazione, vive delle distanze interiori, a giudicare dal magnetofono in cui registra i suoi pensieri.

Le tre giungono a parlarsi attraverso dei walkie talkie anche quando sono l’una accanto all’altra, in una esternazione estrema di chiusura e difficoltà a comunicare. Ma tutte sono determinate nel rifiutare i cliché della società: il marchio di madre saggia e amorevole, quello di donna gentile e piacente, quello di moglie presente e accudente. Sono tre “perdenti” e, come tali, diventano vincenti nel rivendicare con forza un posto al mondo, purché sia il loro, non imposto dalle regole della collettività.

Lori spazza via da subito il luogo comune di essere equilibrata e materna. È succube di ferite mai rimarginatesi e di grinze caratteriali mai appianate. È taciturna ma quando apre bocca le sue parole hanno la potenza di fucilate, arma che tiene in casa più per autodifesa che per difesa. Betti presenta un’esuberanza ferina, è sguaiata e sempre fuori le righe, ruvida e sboccata nel parlare urlato; la sua vulnerabilità si traduce in modi maneschi e prende il prossimo letteralmente a martellate; odia gli uomini ma anche le donne, che la deridono, e il suo spasmodico bisogno d’amore, che ella non sa come convogliare, diventa una nevrosi, una patologia. È una outsider con lampi di totale pazzia, come gli M&M’s fagocitati solo di determinati colori. Ed è lei che addestra alla gara di salto una rana che tiene chiusa in una scatola asfittica, che è facile intuire sia metaforicamente quella in cui lei stessa si sente intrappolata.

Le debolezze, i sensi di colpa, le ombre che sovrastano le due residenti nella casa ristagnano nell’aria fino a quando deflagrano a seguito del messaggio nella bottiglia. Così Iris, venuta “dall’altra parte”, dall’altra sponda del lago che di fatto è un altro mondo, proprio come faceva Galvani con le sue rane / cavie, le stimola finché reagiscono, finché sprizzano scintille fino ad andare in corto circuito. Lori e Betti mulinellano nei gorghi dei propri traumi e grazie a Iris annaspano a poco a poco verso acque più chete e ossigenate, vedendosi diversamente attraverso gli occhi della forestiera.

Tutte e tre, in modi differenti, sono emarginate o autoemarginate eppure sono splendidamente vive. Non le si giudica e noi spettatori viviamo assieme a loro le nostre inadeguatezze, le nostre vulnerabilità e insicurezze. E assieme a loro facciamo i conti con i nostri trascorsi.

La dark comedy si dipana magistralmente su una linea non retta e che, tramite toni spesso surreali, ci presenta una realtà assolutamente credibile, vera. Fedele alle contraddizioni che costellano la natura umana, la vita non concede di bypassare i dolori, che si annidano dentro di noi. Tuttavia noi possiamo tentare un guizzo da batrace e andare oltre, balzando non più dalla morte alla morte (da quella reale della suicida a quella psicologica delle sopravvissute), ma possiamo zompettare dalla morte autoinflitta verso riconquistata vita. Ci mettiamo in spalla lo zaino che Lori tiene appeso a una parete e, come lei, prendiamo la rincorsa e spicchiamo il salto.





Recensione di Maria Luisa Abate
MantovaTeatro, Teatro Sociale 18 dicembre 2025
Foto di scena ufficiali: Simone Infantino

AVVERTENZA
È fatto divieto a giornali e blog di pubblicare integralmente o parzialmente questo articolo o utilizzarne i contenuti senza autorizzazione espressa scritta della testata giornalistica DeArtes (direttore@deartes.cloud ).
La divulgazione è sempre consentita, liberamente e gratuitamente sui rispettivi canali, a Teatri, Festival, Musei, Enti, Fondazioni, Associazioni ecc. che organizzano od ospitano gli eventi, oltre agli artisti e agli autori direttamente interessati.
Grazie se condividerete questo articolo sui social, indicando per cortesia il nome della testata giornalistica DeArtes e il nome dell’autore.

Page Links: 7636, 27071, 13748, 13703, 12694, 23468, 25369, 49816, 38083, 31401, 33190, 20834, 24099, 34937, 4483, 2888, 49223, 14457, 25307, 15635, 4552, 8265, 28580, 22064, 43562, 17416, 38783, 46472, 44778, 1493, 6223, 9725, 41960, 21991, 20991, 15200, 43994, 41602, 45272, 5151, 16573, 47913, 44947, 38302, 46289, 30102, 13015, 49109, 32687, 45828