Mart. Ben 7 le mostre in corso: Sport, Luigi Bonazza, Vittorio Marella, Fanzine!, Eugene Berman. Riccardo Schweizer, Esther Stocker.  

Prosegue la ricca stagione di mostre in corso al Mart, che accompagna il pubblico nel nuovo anno. Cinque sono allestite nella sede di Rovereto.

Dal discobolo di Mirone alla bicicletta di Fausto Coppi, 350 opere, oggetti e cimeli raccontano come l’arte abbia rappresentato la pratica sportiva, contribuendo ad amplificarne il mito. In occasione dei Giochi Olimpici invernali di Milano Cortina 2026, Sport. Le sfide del corpo: un viaggio lungo due millenni attraverso la storia dell’arte, alla ricerca delle opere che celebrano lo sport. Al centro: il corpo; le sue performance, le fatiche e le vittorie, ma anche i fallimenti, le fragilità, l’umanità.

Un’ampia monografica sull’artista trentino Luigi Bonazza: formatosi nel clima della Secessione viennese, fu uno dei protagonisti del fermento culturale di inizio secolo, in quel Trentino che fu cerniera tra mondi culturali diversi ma profondamente legati tra loro. 300 opere, tra dipinti, disegni, incisioni, oggetti e documenti d’archivio.

Con un progetto espositivo pensato appositamente per gli spazi del Mart, l’artista emergente Vittorio Marella (Venezia, 1997) indaga il rapporto tra l’essere umano e l’ambiente.
Pagine fotocopiate, testi incollati e grafiche imperfette: è il linguaggio di una generazione che rifiuta il patinato per raccontare con urgenza il proprio mondo. La mostra Fanzine! L’incanto ruvido dell’editoria DIY presenta una selezione di magazine della controcultura italiana degli anni Ottanta e Novanta recentemente acquisti dall’’Archivio del ‘900, il centro di ricerca dal Mart.

Oltre 100 dipinti, accompagnati da un pari numero di carte, un cospicuo insieme di reperti archeologici e antichità dalle collezioni dell’autore, documenti, taccuini e fotografie d’archivio:la più grande retrospettiva mai dedicata a Eugene Berman ripercorre le principali fasi di una carriera internazionale avviata a Parigi, proseguita negli Stati Uniti e conclusa a Roma. La mostra approfondisce la figura di un grande protagonista della cultura del XX secolo e allo stesso tempo profondamente influenzato dalla tradizione: Eugene Berman, classico moderno.

Spostandosi nel capoluogo di Trento, sono visibili due mostre, una al Palazzo delle Albere, l’altra alla Galleria Civica.
Nel centenario della nascita, un omaggio a Riccardo Schweizer, pittore, scultore, architetto e designer trentino che, influenzato dal cubismo e dal surrealismo, realizzò opere caratterizzate da colori vibranti e forme dinamiche.
Tra optical art e minimalismo storico, Esther Stocker crea opere ambientali che, a dispetto del rigore formale e cromatico, consentono un profondo livello di interazione fra pubblico e arte, generando veri e propri spazi di immersione emotiva.

A ROVERETO

[Sport. Le sfide del corpo Veduta della mostra Ph Mart, Jacopo Salvi, 2025]

SPORT. LE SFIDE DEL CORPO
Mart, Rovereto 1 novembre 2025 ― 22 marzo 2026
Nell’ambito di Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026 e di Combinazioni_caratteri sportivi, Provincia autonoma di Trento

Attraverso centinaia di opere d’arte e materiali d’archivio la mostra Sport. Le sfide del corpo indaga come le arti visive abbiano rappresentato il corpo nella pratica sportiva. Seppur con significativi richiami all’antichità e alla nascita dei miti, il progetto insiste con particolare attenzione sulla produzione moderna e contemporanea.

Una nutrita selezione di capolavori appartenenti alle Collezioni del Martdialoga con prestigiosi prestiti provenienti dalle maggiori collezioni pubbliche e private, come il Castello Sforzesco di Milano – Gabinetto dei disegni, il Museo del Novecento di Milano, il Museo Novecento di Firenze, il Museo Gypsotheca Antonio Canova di Possagno, il Polo Museale della Sapienza Università di Roma, il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale – Collezione di arte contemporanea della Farnesina.

Il percorso espositivo, suddiviso in otto sezioni tematiche, è arricchito anche da documenti, oggetti, trofei, fotografie, illustrazioni, pubblicità.
In un viaggio che parte da lontano, la celebrazione del corpo muta attraverso i secoli. Dalle figure classiche rappresentate nelle sculture, nei vasi, nei piatti e negli oggetti dell’antichità, si arriva a quelle moderne e contemporanee sulle tele, nelle grafiche, nei video e nelle fotografie del XIX e del XX secolo. Le opere raccontano di come, da sempre, l’atleta sia una figura di rilevanza sociale, eroe in connessione con gli dèi nella Grecia antica, e nuovo idolo in competizione con i divi del cinema e della musica per tutto il Novecento e nella contemporaneità.

I corpi in movimento e in azione fotografati da Eadweard Muybridge e quelli statuari e vigorosi di Robert Mapplethorpe si alternano a quelli dinamici e più astratti di Umberto Boccioni, ma anche a quelli meno eroici, come il lottatore acefalo di Marino Marini cherifugge dall’esaltazione retorica della forza e del vigore.

In una prospettiva contemporanea, la mostra suggerisce che il corpo non sia solo strumento per fissare nuovi primati o per eseguire performance straordinarie. La competizione implica tensioni, fisiche ed emotive, e contrapposizioni, tra perfezione e cedimento, record e limite.

Se lo sport è fenomeno di massa per eccellenza, l’arte ha certamente contribuito all’iconografia del mito.
Dal “discobolo” di Mirone alle leggende contemporanee, la mostra evidenzia come il racconto del corpo nella performance sportiva abbia definito la nascita di eroi ed eroine, siano essi atleti o lottatori classici o icone del presente.
L’antichità riverbera per esempio nelle celebri fotografie che Mimmo Jodice ha scattato nei primi anni Novanta al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, o nei lottatori protagonisti della scultura Intervallo di Giulio Paolini (1985).

Decisamente contemporanee sono le atlete del Team Olimpico Statunitense ritratte dal fotografo Fabrizio Ferri. Sua l’opera scelta come immagine guida della mostra. Nello scenario surreale del deserto Mojave, in California, una saltatrice supera un ostacolo che non c’è. La fotografia appartiene alla serie Era (1995), dea alla quale erano dedicati i Giochi Erei, le prime competizioni femminili che si svolsero a Olimpia a partire dal VI secolo a.C.

Nello spazio sportivo emergono tanto l’individuo, quanto il corpo collettivo o politico.
In mostra sono presenti i giochi di squadra, nelle opere di Massimo Campigli, Renato Guttuso, Annette Lemieux, Maurizio Cattelan o nelle fotografie che documentano la passione di Pier Paolo Pasolini per il calcio; le gare di atletica, nelle numerose fotografie d’epoca provenienti dagli Archivi Alinari o nella Stella di giavellotti di Gilberto Zorio; la lotta, il pugilato, il tiro con l’arco, il volo e lo sci. E ancora, le pratiche nelle quali il gesto si fa arte: i tuffi, il nuoto, la danza. I tuffatori nelle tombe antiche, quello futurista di Thayaht e quello monumentale di Mario Ceroli dialogano con i tuffatorimoderniripresi da Nino Migliori e conquelli contemporanei che oggi popolano le piscine del Foro Italico di Roma nelle operedi Isabella Balena e di Marzia Migliora, ma anche con il “nuotatore” di Studio Azzurro e con pattinatrici, ballerine e danzatrici, da Giannina Censi a Roberto Bolle.

Se è nel linguaggio coreutico che il movimento atletico è estetica, l’intera mostra è una ricerca sulla composizione visiva nella figurazione del moto sportivo.
Nella corsa contro i limiti, non mancano le automobili di Tullio Crali e Mimmo Rotella, le biciclette di Fortunato Depero, Mario Sironi, Ugo Nespolo, Titina Maselli, fino al concettuale Tentativo di volo di Gino De Dominicis. Ma anche le arene, le piste di atletica, i campi di gioco e gli stadi come nel video di Grazia Toderi.

Dedicata agli sport invernali l’ultima sezione di mostra approfondisce il rapporto con il turismo e la promozione dei territori alpini. Ma se le cartoline di Marcello Dudovich hanno un sapore vintage, la grande fotografia di Walter Niedermayr suggerisce una riflessione sui temi del presente, dall’iperturismo alla relazione con la montagna.

I CIMELI IN MOSTRA
La ricerca dei curatori include anche preziosi documenti provenienti dall’Archivio del ’900 del Mart e dalle raccolte della Fondazione Alinari per la Fotografia,oltre acostumi, reperti, materiali. Alcuni oggetti appartenuti o utilizzati dai miti dello sport assumono quasi lo status di cimeli. È il caso, per esempio, delle biciclette di Gino Bartali (vincitore del Giro d’Italia nel 1936, 1937, 1946 e del Tour de France nel 1938, 1948), Fausto Coppi (vincitore del Giro d’Italia nel 1940, 1947, 1949, 1952, 1953 e del Tour de France nel 1949, 1952), Gastone Nencini (vincitore del Giro d’Italia nel 1957 e del Tour de France nel 1960) e la bicicletta con cui Francesco Moser il 23 gennaio 1984 a Città del Messico batte il record dell’ora superando il muro dei 50 chilometri.
Esposti anche un pallone da calcio degli anni Trenta, così diverso dai palloni utilizzati oggi; capi di abbigliamento tecnico realizzati da Missoni; il costume che Carla Fracci indossò per danzare La Sylphide nel 1983 e il costume di Arlecchino che Ferruccio Soleri ha vestito per più di 60 anni, entrando nel Guinness dei Primati come l’attore che più di tutti ha recitato lo stesso ruolo per una vita intera.

A TEATRO
Da gennaio a marzo un calendario multidisciplinare approfondirà i temi della mostra, dal teatro, alla danza, passando per il cinema.
Già in agenda i primi due appuntamenti: a gennaio 2026 il Mart porta per la prima volta a Rovereto due spettacoli di grande successo del teatro contemporaneo italiano, entrambi in una nuova versione.

Sabato 24 gennaio alle 20.30 all’Auditorium Fausto Melotti va in scena il celebre First Love, di Marco D’Agostin. Già vincitore del Premio UBU 2018 e riallestito in occasione delle Olimpiadi e Paralimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026, lo spettacolo è inserito nel Circuito Danza Trentino Alto-Adige Sudtirol curato dal Centro Servizi Culturali S. Chiara Trento.

In una rilettura della più celebre gara della campionessa piemontese Stefania Belmondo, la quindici chilometri a tecnica libera delle Olimpiadi di Salt Lake City 2002, Fist Love è un lavoro che si fa grido di vendetta, disperata esultanza, smembramento della nostalgia. Una sorta di risarcimento messo in busta e indirizzato al primo amore.

La settimana successiva, sabato 31 gennaio alle 20.30al Teatro Zandonai, è la volta del celebre Italia-Brasile 3 a 2. Il ritorno, di Davide Enia,programmato nella Stagione Teatro del Comune di Rovereto.Anche in questo caso si tratta della nuova messa in scena di un celebre lavoro molto amato dal pubblico.
Italia-Brasile 3 a 2 opera su un doppio binario. Il primo è quello della coscienza collettiva, tramite il ricordo di un evento specifico che segna un atto identitario e comunitario. Il secondo è quello della coscienza intima, ovvero l’operazione privata di scomposizione e ricomposizione dei temi e dei sentimenti affrontati, rapportati al proprio vissuto. E poi c’è qualcosa che appartiene a una dimensione più profonda e misteriosa, legata a doppio filo con l’esistenza del teatro stesso: il rapporto tra i vivi e i morti.

COLLABORAZIONI
Con questa mostra il Mart di Rovereto è parte dell’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026, il programma multidisciplinare, plurale e diffuso ideato per promuovere i valori Olimpici e Paralimpici attraverso la cultura, il patrimonio e lo sport. L’Olimpiade Culturale è un progetto della Fondazione Milano Cortina 2026.

La mostra si inserisce nel progetto culturale di sistema Combinazioni_caratteri sportivi ideato e promosso dell’Assessorato alla Cultura della Provincia autonoma di Trento per mettere in rete, intorno a un tema comune, i musei del territorio. Obiettivo: valorizzare la propria identità in una prospettiva a più dimensioni che includa il confronto reciproco, lo scambio di saperi, le sfide.

Il progetto di una mostra su arte e sport origina a Parigi, in occasione dei Giochi Olimpici 2024 e si è concretizzato nell’esposizione Les défis du corps, allestita nelle sale Settecentesche dell’Hotel de Galliffet, sede dell’Istituto Italiano di Cultura di Parigi, diretto da Antonio Calbi, ideatore della mostra, curata insieme a Stefano Questioli e Alice Origlio (16 maggio – 6 settembre 2024).

Un anno dopo, in occasione delle Olimpiadi e Paralimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026, il Mart raccoglie e amplia il progetto espositivo, presentando alcune delle opere già esposte a Parigi e approfondendo il progetto curatoriale che in questa seconda tappa è firmato ancora da Antonio Calbi e da Daniela Ferrari, curatrice del Mart. L’assistenza alla curatela è stata affidata a Valentina Russo, Mart.


[Veduta della mostra Luigi Bonazza. Tra Secessione e Déco Ph Mart Rovereto, Jacopo Salvi, 2025]

LUIGI BONAZZA
TRA SECESSIONE E DÉCO

Mart, Rovereto 6 dicembre 2025 ― 3 maggio 2026

A cura di Alessandra Tiddia, in un allestimento disegnato da Ruffo Wolf,la retrospettiva Luigi Bonazza. Tra Secessione e Déco presenta al pubblico 300 opere, tra dipinti, disegni, incisioni, oggetti e documenti d’archivio.

Dieci sezioni tematiche illustrano il percorso artistico e umano di Bonazza valorizzando al contempo uno dei più preziosi patrimoni trentini, in parte conservato dalla Provincia di Trento, tramite il Mart e la Soprintendenza per i beni culturali,e in parte diffuso tra edifici pubblici, privati, chiese e collezioni.

Hanno contribuito alla mostra, attraverso generosi prestiti, importanti istituzioni del territorio: il MITAG Museo Storico Italiano della Guerra di Rovereto, il MAG Museo Alto Garda, il Castello del Buonconsiglio, il Museo Diocesano Tridentino, la Fondazione Museo storico del Trentino e la Biblioteca comunale di Trento.
Numerose le opere provenienti da Vienna, in particolare dal Belvedere, dalla Klimt-Foundation e dal MAK – Museum für angewandte Kunst (Museo di arte applicata).

Ruotando attorno alla figura centrale di Bonazza, il progetto approfondisce un’intera epoca, gli stili e le personalità che l’hanno definita.
L’infatuazione per l’arte di Klimt e del maestro von Matsch, i modelli secessionisti appresi a Vienna, non abbandonarono mai lo stile di Bonazza.
Per questo in mostra l’incontro con il protagonista è anticipato da una “galleria viennese”, nella quale il clima culturale è tratteggiato dalle opere di alcuni maestri della Secessione,tra i quali Gustav e Georg Klimt, Franz von Matsch, Ludwig Heinrich Jungnickel, Ferdinand Hodler, Franz Jaschke, Rudolf Junk.

In questa sezione spicca la puntuale selezione di riproduzioni di Gustav Klimt raccolta subito dopo la morte dell’artista nell’Album Heller (Das Werk von Gustav Klimt, Wien-Leipzig 1917-1918). Provenienti dalla Klimt-Foundation appartengono a questo ciclo, fra le altre, Danae, Pallade Atena, Bisce d’acqua II e Nuda Veritas.

Nella stessa sala, in trasferta da una prestigiosa collezione privata viennese, sono presenti anche opere di Franz von Matsch come Ritratto di Franz Matsch, figlio dell’artista, Testa di sole e il bozzetto per la Giurisprudenza, che in mostra dialoga straordinariamente con i pannelli della Leggenda di Orfeo di Bonazzae con le due riproduzioni d’epoca della Medicina e della Filosofia di Gustav Klimt, confermando la stretta relazione stilistica e tematica fra Bonazza e i protagonisti della Secessione viennese. Ulteriore esempio di questi riferimenti sono le placchette in rame di Georg Klimt, fratello di Gustav, che vengono riprese da Bonazza nei dettagli della complessa cornice del trittico dell’Orfeo.

Quest’attenzione al decorativo, che affonda le radici nelle esperienze europee e austriache sviluppatesi tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX secolo, caratterizzò lo stile di Bonazza lungo tutta la sua carriera, sia nella fase viennese sia nella fase trentina.

Come suggerisce il titolo della mostra, in Bonazza il Déco – che contrassegnò gli anni Venti, Trenta e Quaranta del Novecento – prende a prestito alcune delle forme secessioniste, le cristallizza e le trasforma. Secessione e Déco finiscono per mescolarsi dando vita a forme originali e a un linguaggio personale e unico.

L’enfasi decorativa di Bonazza è ravvisabile tanto nei primi lavori, quanto nelle ultime opere e può essere riassunta visivamente nel ciclo decorativo di Villa Bonazza, residenza trentina progettata dall’artista stesso che ne curò dettagli architettonici e stilistici.

Nella sua ricerca, Bonazza rimase inoltre sempre fedele al concetto unitario di arte, molto caro a secessionisti e avanguardisti dei primi anni del Secolo. Essere artisti significava abbattere le gerarchie, non fossilizzarsi sulle vecchie distinzioni fra arti maggiori e minori, sperimentare tecniche e codici.

LA MOSTRA
Attraversata la prima sala dedicata alla Secessione, il pubblico si trova al cospetto del masterpiece di Bonazza: quell’Orfeo che normalmente è valorizzato nel percorso permanente del Mart.

Realizzato nel 1905 fu presentato a Milano in occasione dell’Esposizione internazionale nel 1906, alla Secessione di Vienna l’anno successivo e in seguito a Berlino e a Monaco. Una volta a Trento, il trittico divenne il “pezzo forte” di Villa Bonazza.

Con lascito testamentario l’artista decretò che, alla sua morte, l’Orfeo venisse donato alla Sosat;disponeva di una sala sufficientemente grande per ospitarlo e renderlo fruibile a quante più persone possibile (Via Malpaga 17). È proprio grazie alla Sezione Operaia della Società Alpinistica Tridentina che l’opera giunse al Mart, tramite un deposito del 1985, anno della grande mostra su Bonazza negli spazi del rinascimentale Palazzo delle Albere.
Quarant’anni dopo a Rovereto l’Orfeo rappresenta idealmente l’inizio e la fine di un percorso circolare che attraversa la vita del suo autore, prima a Vienna (1897-1911) e poi a Trento (dal 1912-1965).

Oltre alla Leggenda di Orfeo, la mostra raccoglie 206 opere di Bonazza contribuendo non solo alla promozione presso il grande pubblico di uno dei più talentuosi artisti trentini, ma anche alle ricerche di studiosi, appassionati e conoscitori del suo lavoro.

Si comincia con le opere giovanili realizzate da Bonazza a Vienna, si procede, tra tecniche e formati diversi, tra riferimenti all’epica e alle saghe degli eroi, fino al rapporto con Gabriele d’Annunzio, ai ritratti di Cesare Battisti e degli altri irredentisti, ai paesaggi dipinti in tarda età, tra le montagne e i laghi del suo Trentino.

In particolare, il rapporto tra Bonazza e D’Annunzio rappresenta uno dei principali contributi apportati dalla mostra alla ricerca sull’artista. Presso gli eredi di Bonazza è stata recentemente rinvenuta Asceta del Carnaro, una fotografia con dedica del Vate a Bonazza,del 1918, che conferma la stretta relazione tra i due, anticipandone di fatto l’inizio. Questa fertile amicizia e la visita al Vittoriale degli Italiani, nel 1925, influenzeranno tutta l’opera di Bonazza che sempre richiamerà temi e figure dell’epica dannunziana.

Insieme ai già noti dipinti di Bonazza, come per esempio Vienna di notte, Notte d’estate e Ritratto di Italia Bertotti, vengono esposti disegni e studi; esempi di decorazione sacra, come la Pala realizzata per la chiesa del Sacro Cuore di Gesù dei padri Dehoniani; testimonianze di prestigiosi incarichi pubblici, come i cartoni preparatori per l’affresco del Palazzo delle Poste di Trento; il pregiato ciclo di incisioni Jovis amores di cui vengono esposte, oltre alle stampe, anche le matrici originali; il ritratto dedicato al “martire” Cesare Battisti del 1916 che fu riprodotto in numerosissimi esemplari; la produzione pubblicitaria; i lavori realizzati per le Officine Caproni di Milano dove Bonazza lavora durante la Prima guerra mondiale.

Da Villa Bonazza, mantenuta intatta da chi vi abitò dopo l’artista, provengono dodici opere: i dipinti Notturno, La nascita del giorno, Acqua zampillante, Sirene, Deposizione, Aurora, alcuni studi, qualche paesaggio, le acqueforti che raffigurano Dante Alighieri e Gabriele d’Annunzio. In occasione della mostra e grazie alla disponibilità dei proprietari, la Fondazione Bruno Kessler e il Mart hanno realizzato uno street view in 3D per permettere a visitatori e visitatrici di esplorare virtualmente la Villa, tramite uno schermo touch screen.

Tra i ritratti realizzati da Bonazza in Trentino, spiccano quello dedicato ad Alcide De Gasperi, i membri della famiglia Cavagna, suoi mecenati a Vienna, il ritratto di Italia Bertotti e i due Fratelli in giardino, mai esposti prima, oltre a un suggestivo Autoritratto del 1905.

La visita si conclude tra le opere di quegli artisti trentini che, come Bonazza, scelsero un linguaggio che coniugava contenuti italici a uno stile di ascendenza nordica: Giorgio Wenter Martini, Luigi RatiniFrancesco TrentiniDario Wolf e Stefano Zuech.
In questa ultima sezione sono eccezionalmente esposte opere provenienti da collezioni private di Luigi Ratini, come il Perseo, e di Dario Wolf, come Elevazione e Il musico.


[Veduta della mostra Vittorio Marella. Sotto il sole Ph Mart Rovereto, Jacopo Salvi, 2025]

VITTORIO MARELLA. SOTTO IL SOLE
Mart Rovereto, 6 dicembre 2025 ― 22 marzo 2026

Riconfermando la propria attenzione verso gli artisti in partenza e l’impegno nella valorizzazione delle nuove voci della contemporaneità, il Mart di Rovereto dedica una mostra al giovane pittore veneziano Vittorio Marella (Venezia, 1997).

Con un progetto pensato appositamente per gli spazi del museo di Rovereto – da un’idea di Vittorio Sgarbi, a cura di Denis Isaia, Giovanna Zabotti, in collaborazione con Associazione Cultura 360 – l’artista indaga il rapporto tra l’essere umano e l’ambiente, un tema già esplorato attraverso la realizzazione di alcuni cicli pittorici di grande formato, come Verso il mondo nuovo, esposto a Roma, a Palazzo Merulana, nel 2024. Insistendo sulla stessa traiettoria, Marella propone al Mart un nucleo di opere dalla serie Under the weight of a heavy sun (Sotto il peso di un sole opprimente), avviata nel 2024 alla Biennale Arte.

Il percorso si apre con quattro tele di formato ridotto che ritraggonoalcuni particolari molto ravvicinati. Quasi dei close-up cinematografici, le opere mettono a fuoco dei volti, coperti in parte dalle mani che si frappongono alla luce solare. Questi dettagli fanno da inquieta e suggestiva anteprima della grande pittura presentata nella sala successiva, esplosione del tema narrativo al centro del progetto.

La mostra prosegue con otto grandi teleri − vaste tele destinate alla decorazione di pareti o volte come alternativa agli affreschi, usate soprattutto nella tradizione veneziana − che compongono un soffitto dipinto di oltre dieci metri. Il lavoro monumentale ritrae alcuni ragazzi e alcune ragazze sdraiati sotto un sole cocente.

Seppur ordinaria, la scena raffigurata nasconde alcune incertezze. Mancano i segni del contesto – uno specchio d’acqua, una montagna, un orizzonte rigoglioso o minaccioso – che permetterebbero di completare il racconto e delineare un panorama di senso. Nemmeno l’abbigliamento indossato dai soggetti ritratti può essere d’aiuto a stabilire la stagione rappresentata.
Tutto è sospeso in un tempo irruente e presente in cui emergono, come unici indizi, lo sfondo desertico e la giovane età dei protagonisti.


[Fanzine! L’incanto ruvido dell’editoria DIY Veduta della mostra Ph Mart, Jacopo Salvi, 2025]

FANZINE!
L’INCANTO RUVIDO DELL’EDITORIA DIY
Mart Rovereto, Foyer dell’Archivio del ’900
1 novembre 2025 ― 15 febbraio 2026

Pagine fotocopiate, testi incollati e grafiche imperfette: è il linguaggio di una generazione che rifiuta il patinato per raccontare con urgenza il proprio mondo. La mostra Fanzine! Presenta una selezione di magazine della controcultura italiana degli anni Ottanta e Novanta recentemente acquisiti dall’Archivio del ’900, il centro di ricerca del Mart.

Da sempre espressione di un’editoria graffiante, veloce e in molti casi fatta in casa con pochi mezzi – forbici, colla e fotocopiatrice – le fanzine (termine spesso abbreviato in zine) presentano diverse e sorprendenti affinità con le riviste sperimentali autoprodotte da numerosi artisti nel corso del secondo Novecento, delle quali il Mart, grazie all’Archivio di Nuova Scrittura, conserva la maggiore raccolta italiana.

Figlie delle culture giovanili, soprattutto musicali e underground, le fanzine adottano uno stile lo-fi,mescolando parola, immagine, grafica e fotografia in un’estetica diretta, spesso in bianco e nero, che privilegia l’immediatezza all’eleganza.

Le pagine fotocopiate, i testi tagliati e incollati, le grafiche imperfette diventano linguaggio visivo di una generazione che preferisce l’urgenza all’ordine, l’autenticità al patinato. Le fanzine non cercano approvazione: gridano, sussurrano, raccontano. E lo fanno con i mezzi che hanno.

La mostra Fanzine! L’incanto ruvido dell’editoria DIY presenta per la prima voltauna selezione di fanzine italiane degli anni Ottanta e Novanta entrate a far parte del patrimonio dell’Archivio del ’900 negli ultimi due anni, grazie a piccole e grandi donazioni. La preziosa collezione è costituita da materiali provenienti dall’archivio di Piermario Ciani, innanzitutto, ma anche dalle raccolte donate da Cesare Assenzio, Paolo Chang, Daniele Ciullini, Paolo Della Grazia, Jenamarie Filaccio, Guido Andrea Pautasso e Miguel Piccolrovazzi. Un corpus che nel suo insieme apre nuovi fronti di ricerca sul patrimonio librario del Mart e dialoga con i numerosi materiali sperimentali già presenti nella Biblioteca, come libri e riviste d’artista, livres de peintre, volumi delle avanguardie storiche.

La selezione si concentra principalmente sugli anni Ottanta, decennio d’oro delle zine, con titoli come Arte Postale!, Harpo’s Bulletin, 115/220, Onda 400, Attack punkzine, T.V.O.R. – Teste Vuote Ossa Rotte, Stanza 101 e Musique mecanique, quest’ultima con bizzarri allegati come rose di plastica e grasso per motori. Ogni zine riflette un’identità musicale e controculturale, dal punk di Punkaminazione al dark di Amen, dal sound jamaicano di Ital Raggae al noise di Idola Tribus.

Negli anni Novanta il desktop publishing introduce nuovi temi e nuove estetiche.
Tra i titoli esposti: Lamer Xtrerm in Neuronet (cyberpunk, rilegata con un bullone), Cyberpunk videozine (VHS), Luther Blissett. Rivista mondiale di guerra psichica, Unexpected communication e Torazine, fino a testate più legate al mondo del divertimento, come la free press Riviera beat.

La produzione degli ultimi anni è infine testimoniata dalle zine Disegni matti e Vinile rotto, a evidenziare l’energia creativa contemporanea del Do It Yourself editoriale.
La mostra include a parete anche Brain cell, zine giapponese di mail art di Ryosuke Cohen, di cui il Mart conserva i primi 550 numeri, tutti presenti nella Digital library del museo su Internet Archive.


[Eugene Berman. Modern Classic. Veduta della mostra Ph Mart, Roberta Segata, 2025]

EUGENE BERMAN. MODERN CLASSIC
Mart Rovereto, 27 settembre 2025 – 1 marzo 2026

Il Mart presenta la più grande retrospettiva mai dedicata a Eugene Berman, ripercorrendo le principali fasi di una carriera internazionale avviata a Parigi, proseguita negli Stati Uniti e conclusa a Roma. La mostra approfondisce la figura di un grande protagonista della cultura del XX secolo e allo stesso tempo profondamente influenzato dalla tradizione: Eugene Berman, classico moderno.

Il Mart presenta la più importante mostra mai realizzata sulla vita e l’opera di Eugene Berman, contribuendo alla riscoperta internazionale di un grande cosmopolita, tra i protagonisti dell’arte neo-romantica del secolo scorso.

Intellettuale di successo, Berman fu pittore, illustratore, scenografo, fotografo di viaggio dilettante, collezionista.
Nato in Russia nel 1899 visse in Europa e negli Stati Uniti; negli anni Cinquanta si traferì a Roma, dove rimase fino alla morte nel 1972.

Il progetto – da un’idea di Vittorio Sgarbi ed Elisabetta Scungio, a cura di Sara De Angelis, Denis Isaia, Peter Benson Miller, Ilaria Schiaffini in collaborazione con la Direzione regionale Musei nazionali Lazio, Ministero della Cultura – si inserisce nel solco delle recenti mostre e ricerche internazionali che portano all’attenzione del grande pubblico alcune esperienze fondamentali ma meno note del XX secolo.

In questo filone di indagine si inserisce la retrospettivasu Eugene Berman che prende avvio dalla riscoperta del prezioso lascito che l’artista stesso ha destinato allo Stato Italiano alla sua morte. Partendo dallo studio di questo patrimonio, conservato dalla Direzione regionale Musei nazionali Lazio presso il Museo archeologico nazionale dell’Agro Falisco a Civita Castellana (VT) e attualmente in fase di valorizzazione, i ricercatori sono giunti a conoscenza di alcune collezioni private che conservano importanti nuclei di pitture realizzate dall’artista e hanno potuto studiare una parte della documentazione custodita dall’American Accademy di Roma.

Il progetto di Rovereto è stato preceduto dalla monografica Passeggiate immaginarie. La collezione rivelata e l’opera riscoperta di Eugene Berman (1899-1972) al Museo archeologico nazionale dell’Agro Falisco e Forte Sangallo di Civita Castellana (10 gennaio – 6 settembre).

È la più importante mostra monografica sulla vita e l’opera di Berman mai realizzata.
Grazie anche al fondamentale coinvolgimento di alcuni tra i collezionisti internazionali più attenti, la mostra presenta una sintesi completa del suo percorso di artista e attraversa le tre fasi principali della sua carriera, trascorsa a Parigi (anni Venti e primi anni Trenta), negli Stati Uniti (dal 1935 al 1957) e a Roma (dal 1958 al 1972).

Oltre 100 dipinti, accompagnati da un pari numero di carte, un cospicuo insieme di reperti archeologici e antichità dalle collezioni dell’autore, documenti, taccuini e fotografie d’archivio permettono di scoprire quell’incredibile miscela di realtà e poesia, di verosimiglianza e visione immaginaria, di passato e modernità che costituisce il tratto caratteristico dell’opera di Eugene Berman.

LA MOSTRA
Il percorso espositivo segue un andamento cronologico, intervallato da due affondi di contesto e di approfondimento.

Il primo è dedicato al gruppo dei neo-romantici, una variante sentimentale e nostalgica del Surrealismo francese (l’origine del gruppo si deve al critico Waldemar George, di cui il Mart conserva il ritratto a firma di Andrea Savinio). All’interno del gruppo, Berman condivide temi e stile con il fratello Leonid e con artisti come Christian Bérard e Pavel Tchelitchew).

Il secondo affondo segue invece le vicende di Berman a Roma. A cavallo tra gli anni Quarata e Cinquanta Berman è in contatto con una serie di artisti legati dall’interesse per l’arte visionaria e citazionista. Tra questi Corrado Cagli, che introduce la prima mostra di Berman alla galleria L’Obelisco nel 1949, ma anche Alberto Savinio, Fabrizio Clerici e Leonor Fini, (negli ultimi anni tra i protagonisti di fortunate mostre del Mart) Carlye Bro e Piero Fornasetti.

Modern Classic ripercorre l’intero arco creativo dell’artista, tra la modernità maturata negli anni parigini a contatto con le ricerche post-impressioniste dei Nabis, la scena surrealista internazionale europea e americana e la classicità approfondita in Italia. Proprio per il nostro paese Berman coltiva una vera e propria passione elettiva, a partire da una rivisitazione del tema del “viaggio in Italia”che affonda le sue radici nei viaggi di intellettuali e artisti del XVII secolo, nei Grand Tour del XIX secolo, nelle memorie di Stendhal e di Goethe. Come molti neo-romantici, Berman subisce il fascino dell’Italia, ne studia con passione e attenzione i periodi più influenti, dalla classicità al Barocco passando ovviamente per il Rinascimento, e frequenta a più riprese città e luoghi di cultura. Sulle tele, nelle illustrazioni e nei lavori per il teatro, guarda ai resoconti di viaggio, alle architetture italiane, alle esperienze dei “grandi”, dando vita a un diario visivo onirico, in cui l’esperienza del presente si mescola con i richiami alla tradizione artistica e letteraria.

In Italia Berman ha anche modo di ammirare e studiare le opere di Giorgio de Chirico, padre del recupero dell’antichità all’interno di una lingua che mantiene forti connessioni con la modernità.

La mostra restituisce la poliedricità del talento di Berman, presentando una ricca documentazione della sua attività per il teatro, l’opera lirica, il balletto.
Berman, infatti, non fu solo pittore ma anche scenografo, costumista, illustratore; lavorò per il Metropolitan Opera di New York, per il New York Broadway Theatre, per i Ballets Russes di Montecarlo, per il Teatro La Scala di Milano, per l’Accademia Filarmonica di Roma e per il New York City Centre. Tra le messe in scena di maggiore successo per il Metropolitan Opera di New York: Romeo and Juliet di Antony Tudor (1943) e il Don Giovanni di Mozart di Rudolf Bing (1957).
Arricchiscono il percorso espositivo alcune raccolte di disegni, illustrazioni, grafiche editoriali realizzate per riviste come Town&Country, Vogue America, Life, oltre che programmi di sala e cataloghi.

MIRABILIA
La mostra rappresenta anche l’occasione per esporre parte della vasta raccolta di materiali appartenuti a Eugene Berman: oggetti, antichità e reperti archeologici provenienti da collezioni private internazionali e dai fondi dello Stato Italiano.  

Il Fondo custodito dalla Direzione regionale Musei nazionali Lazio presso il Forte Sangallo di Civita Castellana conserva quadri, disegni, album e taccuini insieme alla ricchissima collezione archeologica ed etnografica di reperti etruschi, villanoviani, greci, romani, precolombiani, egizi rinvenuti nell’appartamento romano di Berman, situato all’interno di Palazzo Doria Pamphili. Di questo gruppo eterogeneo fa parte un nucleo di opere e antichità collezionate dallo stesso Berman e generosamente prestate al Mart.

Dall’American Academy in Rome proviene, invece, una selezione dell’imponente archivio fotografico di Berman che comprende principalmente fotografie di viaggio scattate in Messico, Egitto, Libia oltre che in diversi siti italiani: Roma, Costiera Amalfitana, Sicilia, Verona, Venezia, etc. Al Mart gli scatti di Berman dialogano con una preziosa selezione di materiali fotografici e album che costituisce un vero e proprio atlante della memoria. Ne fanno parte immagini realizzate da affermati autori coevi (come Henri Cartier-Bresson, Helen Levitt, Charles Henri Ford, Herbert List, Robert Emmett Bright), istantanee prodotte da ditte storiche specializzate nella riproduzione d’arte (Alinari, Brogi, Böhm e altri), cartoline e ritagli di giornale.

A TRENTO

[Riccardo Schweizer Veduta della mostra a Palazzo delle Albere Ph Mart Rovereto, Luca Meneghel, 2025]

RICCARDO SCHWEIZER. 100 ANNI DI COLORE, FORMA E LIBERTÀ
Palazzo delle Albere, 29 novembre 2025 ― 1 marzo 2026

A cento anni dalla nascita, il Mart omaggia Riccardo Schweizer, pittore, scultore, architetto e designer trentino che, influenzato dal cubismo e dal surrealismo ma sempre fedele a una poetica personale, realizzò opere caratterizzate da colori vibranti e forme dinamiche. La mostra esplora il suo universo creativo attraverso un percorso tematico che evidenzia i diversi ambiti della sua produzione, mettendo in luce il suo contributo al panorama artistico del XX secolo e il suo legame con il territorio.
L’ampia retrospettiva a Palazzo delle Albere celebra uno dei protagonisti più versatili e originali dell’arte trentina del secondo Novecento: Riccardo Schweizer.

Nato nel 1925 tra le montagne del Primiero, spirito libero e curioso, Schweizer ha intrecciato esperienze internazionali e radici alpine, accostandosi a grandi maestri del suo tempo, da Pablo Picasso a Le Corbusier. Dopo gli esordi figurativi degli anni Quaranta, segnati da una forte attenzione alla realtà quotidiana e al paesaggio trentino, l’artista approfondisce quella ricerca sul segno e sul colore che lo porterà, negli anni Cinquanta e Sessanta, a confrontarsi con le avanguardie europee.

Pittore, scultore, architetto, designer, decoratore e ceramista, incarna in modo esemplare la figura dell’artista moderno capace di misurarsi con linguaggi diversi e di muoversi tra mondi apparentemente lontani, tra radici locali e orizzonti internazionali.

Nelle sale rinascimentali di quella che fu la prima sede del Mart, il percorso espositivo a cura di Margherita de Pilati con Denise Bernabé si articola in un percorso tematico e cronologico, che invita il visitatore a esplorare i diversi ambiti della produzione di Schweizer: dalla pittura alle arti applicate, dalla progettazione architettonica alla collaborazione con il mondo del design e dell’artigianato.

Il centesimo anniversario della nascita dell’artista diventa l’occasione per presentare un ampio nucleo di opere provenienti da collezioni pubbliche e private: dipinti, sculture, ceramiche, disegni, progetti architettonici e arredi che documentano la straordinaria varietà della produzione di Schweizer. Attraverso circa 100 opere la mostra offre uno sguardo d’insieme sull’universo creativo di Riccardo Schweizer, celebrando la sua eredità artistica e umana e rendendo accessibile al pubblico la forza visionaria di un autore che ha saputo interpretare, con originalità e sensibilità, lo spirito del suo tempo.

Il percorso espositivo segue l’evoluzione del linguaggio di Schweizer, dai disegni in bianco e nero ai colorati dipinti con protagoniste le donne, soggetto fondamentale del suo immaginario, alle invenzioni grafiche e decorative concepite per spazi pubblici, alberghi e ambienti domestici. Particolare attenzione è dedicata al lavoro di designer e progettista, ambito nel quale l’artista ha saputo coniugare l’estetica moderna con il senso artigianale della materia, realizzando arredi e oggetti di raffinata eleganza.


[Esther Stocker. Caos calmo Veduta della mostra Ph Mart, Edoardo Meneghini, 2025]

ESTHER STOCKER. CAOS CALMO
Galleria Civica di Trento, 25 ottobre 2025 − 11 gennaio 2026 (prorogata fino al 1 febbraio)

La mostra, composta da oltre 50 opere fra cui molte realizzate per l’occasione, a cura di Gabriele Lorenzoni si espande nello spazio urbano grazie a un grande intervento di arte pubblica.”
La ricerca dell’artista Esther Stocker (classe 1974, sudtirolese basata a Vienna) è incentrata sulla visione e la percezione dello spazio, affrontate con un approccio esistenziale e sociale. Le sue opere pittoriche, le sculture e le installazioni nello spazio pubblico (stazioni ferroviarie e metropolitane, musei e altri spazi pubblici), si caratterizzano per la ricorrenza di uno stile geometrico e per l’uso di una palette limitata al nero, bianco e grigio.

Tra optical art e minimalismo storico, Stocker crea opere ambientali che, a dispetto del rigore formale e cromatico, consentono un profondo livello di interazione fra pubblico e arte, generando veri e propri spazi di immersione emotiva.

In collaborazione con il Mart,il Comune di Trento ha affidato all’artista un intervento site-specific nel sottopasso pedonale che connette il centro città al nuovo hub intermodale della viabilità pubblica. Si tratta del più rilevante progetto di riqualificazione urbana della Città di Trento, che coinvolge l’intera area “ex SIT”.

Il sottopasso pedonale diventa così un’opera d’arte pubblica, contribuendo a rendere lo snodo per la mobilità cittadina un luogo vivo, accogliente e capace di generare nuove connessioni tra spazio, cittadinanza, fruizione e creatività.

LA MOSTRA
Tratto dall’omonimo romanzo di Sandro Veronesi, il titolo della mostra è un riferimento evocativo alla natura del lavoro di Esther Stocker. Le opere dell’artista declinano infatti le infinite possibilità combinatorie di elementi semplici, che tuttavia subiscono improvvise distorsioni, “deviazioni” dall’ordine apparentemente perfetto, alterazioni che introducono instabilità visive e percettive.

Il percorso espositivo si snoda tra oltre 50 opere, per la maggior parte inedite, che ripercorrono l’ultimo quinquennio della produzione dell’artista: tele, sculture, installazioni ambientali e un’opera site-specific progettata per gli spazi della Galleria Civica.

Linee, griglie, piani inclinati e superfici spezzate compongono un lessico visivo essenziale ma potentemente evocativo, capace di alterare la percezione dello spazio fisico e mentale. Le installazioni ambientali, in particolare, trasformano l’ambiente in un luogo sospeso, nel quale il confine tra superficie e volume si dissolve. In questo equilibrio instabile, fatto di regole infrante e forme disturbate, risiede la forza poetica del lavoro di Esther Stocker.

La superficie si fa campo di forze, luogo di interferenze e cortocircuiti visivi che coinvolgono il pubblico: tali caratteristiche trovano il loro apice nell’intervento site-specific che chiude la mostra. Nelle tre salette del piano interrato, adiacenti tra loro, la sperimentazione pittorica e scultorea si fonde con l’architettura. In un crescendo di intensità, dal nero al grigio al bianco, la continuità cromatica dei rilievi, di colore bianco, sottintende una sorta di passaggio dalle tenebre alla luce, giungendo a un monocromo bianco del tutto inedito per l’artista, che ridefinisce pertanto i confini della sua poetica.

C.S.M.F.
Tratto da comunicati stampa 2025

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Palazzo delle Albere
Via Roberto da Sanseverino, 43, Trento

Galleria CIVICA Trento e ADAC
Via Belenzani 44 – 38122 Trento
T+39 0461 260224 | T+39 0465 670820
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