Di Maria Luisa Abate. Tutela e valorizzazione passano attraverso la conoscenza, lo studio, la trasmissione dei saperi.
Un punto sullo “stato dell’arte” è stato fatto per DeArtes magazine dal prof. Gabriele Barucca, per otto anni, dal 2017 al 2025 Soprintendente Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le provincie di Cremona Mantova e Lodi. Componente del Comitato di Indirizzo del Polo Territoriale di Mantova del Politecnico di Milano; dal 1999 al 2017 è stato Funzionario Storico dell’Arte della Soprintendenza delle Marche. Direttore di molti lavori di restauro, ha al suo attivo una vasta produzione editoriale e un lungo elenco di mostre di cui è stato curatore. Attività alle quali continua dedicarsi, parallelamente all’insegnamento universitario e ad altri progetti in corso di realizzazione, di cui ci parla.
Professor Gabriele Barucca, secondo lei in cosa consiste la tutela del nostro patrimonio artistico, un bene italiano ma anche un patrimonio globale, del mondo, dell’umanità?
Per me, nel senso più alto, credo si possa dire che la ‘conoscenza’ sia il sistema migliore per proteggere, per garantire un futuro ai beni culturali del Paese: la loro conoscenza attraverso lo studio, ovviamente a livello specialistico perché è fondamentale; ma poi, a livello meno specialistico, bisogna arrivare fino ai ragazzini, alle giovani generazioni. Questa trasmissione dei saperi che dalla conoscenza “alta” produce una conoscenza generalizzata e soprattutto rivolta alle giovani generazioni, secondo me rappresenta il sistema più efficace per proteggere, salvaguardare, tutelare.
Tutela e valorizzazione sono concetti che si integrano a vicenda?
Io nutro molta diffidenza in ciò che nel dibattito italiano è partito dagli anni ‘70 del Novecento, l’assurda divisione tra “tutela” e “valorizzazione”. Per motivi, diciamo, d’ordine politico, la distribuzione dei poteri tra lo Stato e le Regioni, che nasceva in quegli anni, ha portato a questa artificiosa distinzione tra tutela e valorizzazione. In realtà non esiste valorizzazione se non c’è tutela, e non esiste tutela se poi non si fa conoscere il bene che viene tutelato. Per cui, una sintesi di questi concetti artificiosamente suddivisi è quella di conoscenza, perché se la conoscenza è approfondita e sentita e viene condivisa con tutta la collettività, con tutte le persone – che siano gli italiani, che siano i nuovi italiani che vengono da altre culture, che siano i turisti, ecc. – noi possiamo essere un po’ più ottimisti sul futuro dei beni culturali
Lei è ottimista sul futuro del nostro patrimonio?
No, io sono super pessimista. Lo dobbiamo dire, io sono pessimista per una ragione molto semplice. Il mio pessimismo ha dei fondamenti. Intanto dipende dal fatto che c’è stata una soluzione di continuità nel percorso di conoscenza, di trasmissione dei saperi. E questi linguaggi nuovi, che sono benedetti perché chiaramente sono il futuro, hanno però creato la difficoltà di adeguare la tecnologia e i linguaggi alle forme del sapere. Per cui c’è uno smarrimento: noi siamo costretti in qualche modo a confrontarci con questi nuovi strumenti e non sappiamo usarli. Intendo i social eccetera, che stanno sostituendo le forme normali di conoscenza. Quindi questo crea una situazione molto complessa, che si risolverà nel tempo. Io non sono un pessimista in assoluto. Sono pessimista in questa fase perché facciamo fatica a trasmettere questi valori. La scuola per esempio non lo fa, non lo fa nemmanco quasi più l’Università nelle sedi canoniche della formazione di chi dovrà occuparsi di tutela. Addirittura, siamo a questi livelli. Quindi, provo un certo pessimismo.
Secondo lei, manca questo tipo di cultura, la conoscenza dell’arte, solo nella Scuola o anche le famiglie dovrebbero fare la loro parte?
Adesso vanno tutti per fortuna a lavorare, le famiglie non ci sono, e allora deve fare di più la Scuola. Non tutti partono dalla stessa fortuna di avere una famiglia che ha la capacità, la possibilità anche economica di trasmettere questi valori. Quindi bisogna fare molta attenzione nel dire “la famiglia”. In questo, i sistemi collettivi di trasmissione dei saperi, la Scuola ma anche il resto, dovrebbero fare molto di più. Cosa che non stanno facendo. Quindi noi adesso registriamo drammaticamente questioni che si sentono nella quotidianità: giovani allo sbando, che si associano per menare le persone, per fare cose assurde. È chiaro che quelle giovani persone devono essere in qualche modo ricondotte a qualcosa che parte dalla trasmissione dei saperi. Sembra una cosa strana ma è la banalità quella che sto dicendo.
Forse i pochi che riescono a togliere gli sbandati dalla strada, registrando qualche successo, sono quanti si occupano di sport. Crede che la stessa formula potrebbe essere applicata anche al sapere?
Sì, sì, è vero. È chiaro che è più complicato. Lo sport ha una capacità molto più attrattiva. Il problema, ad esempio, è dato anche dalla caduta di alcuni organismi che tradizionalmente sono stati di grande supporto.
Ad esempio?
Si pensi alla difficoltà che ha la Chiesa di interpretare il nuovo mondo. È chiaro che questo toglie molta energia al discorso che dicevo. Io ricordo, da ragazzino – e non sono più un ragazzino ma non sono mica passati 200 anni – l’educazione anche storica e culturale che poteva venire dalla parrocchia o anche dall’insegnamento di religione a scuola. Ora questo è diventato, mi consenta, un inutile esercizio di carattere psicologico. Fino a pochi decenni fa era anche una trasmissione di saperi.
Al di là dell’aspetto educativo, la Chiesa ha sempre avuto un enorme ruolo nella storia dell’arte, soprattutto figurativa, anche con le committenze…
Certo. Noi abbiamo una percentuale di circa il 70% dei Beni culturali, ritenuti tali, che sono quelli sbandierati nella promozione turistica e quindi molto concretamente quelli che fanno cassa, che vengono da una committenza ecclesiastica. Una committenza che non era la Chiesa in sé, ma era la Comunità che intendeva investire in progetti che poi finivano nelle chiese. Non era propriamente la Chiesa: era la collettività che si occupava di commissionare.
Però nel passato tanti Papi o Cardinali si facevano ritrarre e magari anche ingrandivano il palazzo. E ora?
Ma certo, è ovvio. Queste cose sono mancate nel dopoguerra. Io credo che noi stiamo vivendo l’inizio di una fase incredibile di cui non vedremo il momento finale, perché è un processo credo abbastanza lento. Da dopo la II Guerra mondiale questo Paese è cambiato vorticosamente, ha perso alcune cose e ne ha acquistate altre. Ma è un futuro che non sappiamo ancora ben definire e tutto quello che noi attualmente intendiamo come patrimonio culturale, di fatto l’abbiamo declassato a risorsa economica per il turismo.
Forse è meglio così? Forse è meglio un incasso turistico piuttosto che non avere risorse né motivazioni e lasciar ammuffire le opere nei magazzini, o lasciar crollare le dimore storiche?
Certamente. Quello che dico è che noi, dando ai beni culturali un valore quasi solamente economico, legato all’utilizzo per fini turistici, per promuovere il turismo di una città, di una regione, di un Paese, stiamo selezionando il patrimonio, lo stiamo antologizzando. Per questo io, come Sovrintendente, sono sempre stato critico verso alcuni aspetti della riforma del Ministero, promossa da Franceschini e di fatto rafforzata dai successivi ministri della Cultura, che hanno dato grande slancio ai musei perdendo però di vista che il patrimonio italiano è soprattutto quello diffuso, che ancora si trova sui territori, che ancora sta nei palazzi, nelle chiese, che è diffuso in maniera capillare nel territorio. Per questo patrimonio diffuso, lo so per esperienza, di soldi ce ne sono sempre molto pochi. Per i musei invece ce ne sono stati anche troppi e spesso spesi male. Questo è un dato che va affermato con chiarezza.
Recentemente è uscito un “libro bianco” sull’attuazione della riforma dei musei, fatta da una società che realizza mostre su incarico del Ministero, che mette in evidenza quello che dico da parecchio tempo: la riforma ha funzionato benissimo con quei musei che già funzionavano bene, vale a dire gli Uffizi, Pompei e l’area archeologica del Colosseo, che hanno delle cifre ingentissime di ricavi. Gli altri musei, che hanno goduto di notevoli investimenti pubblici, non hanno prodotto particolari risultati in termini di aumento di presenze e di attività culturali.
Soldi spesi male come? Ci faccia un esempio…
È inutile che la vivacità di un museo si stabilisca con la vorticosa mutazione degli allestimenti. Gli allestimenti sono frutto della presunzione spesso di direttori e di architetti che ambiscono a lasciare un segno. Quindi, se intorno a un quadro famoso, celeberrimo, c’è una cornice quadrata, tonda o ovale, non cambia niente: l’opera è quella. Per l’ovale, blu, verde, giallo, fosforescente, si spendono un sacco di danari. Questo va detto con molta chiarezza. Si potrebbero fare altri esempi, io estremizzo. Però la sostanza è che per fare “quelle robe lì” si spendono centinaia di migliaia di euro. E poi io, da Soprintendente, non avevo risposte positive dal Ministero quando chiedevo fondi per intervenire su monumenti tutelati in grave stato di conservazione, come per esempio Villa Obizza nel Cremasco, che è poi crollata quasi completamente.
Non solo allestimenti, a volte leggiamo di ri-allestimenti brutti e inutili: mesi di lavoro con relativi costi per invertire l’ordine dei quadri esposti. Ha un senso?
Demenziali, brutti. E poi, guardi, l’equivoco che si sta sedimentando nell’opinione pubblica è che i quadri che si vedono nei musei siano nati per stare in quella stanza di quel museo. No! Vengono presi e portati via dal loro contesto originale e in questo passaggio dal contesto originale perdono molto del loro significato e del loro valore. Di fatto nel museo si vede una cosa che ha perso molta della sua sostanza. Ha perso il suo contesto ma non solo: non si hanno più gli strumenti per capire come era il pensiero dell’artista, che cosa voleva dire, come ha risolto un problema.
Credo che uno dei motivi per cui Palazzo d’Arco a Mantova, ora una Fondazione, sia quasi un unicum, è di essere rimasto esattamente com’era quando ancora era abitato dai Conti d’Arco.
Esatto, l’esempio è giusto; come una bella chiesa che abbia mantenuto i suoi altari con i suoi dipinti e le sue suppellettili.
Una cosa non compare tra le sue domande ma terrei a dirla. Noi abbiamo sempre l’idea che a salvare il patrimonio sia il FAI, e questo non è davvero corretto. Il FAI non può sostituirsi agli enti di tutela ma ha la pretesa di farlo. E non si rende conto di essere un’associazione partita con dei principi sani, forse, ma poi è diventata qualcosa di molto meno nobile, molto legata a valutazioni economiche del suo operare. Soprattutto ha una visione assolutamente sbagliata, lo sottolineo, che è quella di vedere il patrimonio culturale come la prerogativa esclusiva di una élite colta, ricca, danarosa, un po’ snob. No! Questa pretesa esclusività è la negazione del concetto di tutela del patrimonio che deve legarsi alla conoscenza dello stesso, alla sua trasmissione al futuro. Se lo rendiamo il trastullo di signori e signore bene, lo perdiamo definitivamente prima o poi.
Vorrei tornare su una constatazione interessante che ha espresso prima, cioè che dobbiamo rapportarci a nuovi sistemi attuali, anche di comunicazione, per la salvaguardia dei beni. Ho l’impressione invece che non siano i sistemi a doversi adattare a noi, ma noi alle esigenze delle nuove tecnologie. Cosa ne pensa?
Sono tutte conseguenze dell’intelligenza artificiale e quindi noi ci stiamo adattando all’intelligenza artificiale e l’intelligenza artificiale sta dettando nuove regole anche all’arte e alla fruizione del patrimonio culturale.
Dopo l’ormai storico orinatoio di Marcel Duchamp e dopo il famoso barattolo di escrementi di Piero Manzoni, pochi anni fa hanno fatto scalpore le sculture invisibili di Salvatore Garau. Opere inesistenti dai contorni contrassegnati da uno scotch per terra, “collocate” in piazze del mondo (vedi: Milano qui ; New York qui ; Gerusalemme qui) e anche alla Biennale di Venezia, che hanno raggiunto considerevoli quotazioni (vedi qui). Secondo lei sono esempi di come l’arte, provocando, inviti a una riflessione sull’arte stessa?
Queste cose sono molto curiose e affascinanti ma a me non prendono tantissimo questi aspetti, perché sono un “operaio” della conservazione del patrimonio storico e artistico sedimentato nei secoli in questo nostro straordinario Paese. Questi esempi fanno parte di una contemporaneità che mi piace, alle volte mi diverte o semplicemente mi incuriosisce ma di cui non so dare una valutazione competente. Secondo me queste, più che forme d’arte, sono forme di espressione, anche geniali, che certamente rappresentano il nostro mondo, le sue inquietudini. Nei secoli passati l’arte non è mai stata semplicemente una manifestazione di creatività fine a sé stessa. Quello che noi del passato riteniamo opera arte è nata, come dicevo prima, per una esigenza del committente, per un motivo preciso, per trasmettere dei contenuti. Adesso invece mi sembra che tutto questo nasca per una operazione ben orchestrata che ha molto a che fare con il mercato, con la finanza piuttosto che con l’espressione di significati precisi. Ci sono delle persone geniali, quelle a cui fa riferimento, degne di grande ammirazione capaci di, diciamolo tra virgolette, “provocare e vendere bene”. I manufatti del passato, che ora noi consideriamo opere d’arte, nascevano sempre, come dicevo, con un valore d’uso di qualche genere; queste espressioni della creatività contemporanea mi pare invece che abbiano essenzialmente un valore legato e circoscritto all’investimento di ingenti capitali finanziari.
Però, a dire il vero, sono aspetti che non mi incuriosiscono più di tanto. Ho visto ovviamente delle collezioni d’arte contemporanea: bene! (Ride) Sono cose anche belle, non passi l’idea che non mi interessino. Mi piacciono alle volte tanto, però nella maggior parte dei casi c’è qualcosa che emerge attorno a queste espressioni, spesso del niente, che mi hanno persuaso che qui non si può parlare tanto di arte ma di una speculazione che ha a che fare con la finanza, con i sistemi di investimento, di vendere, di mutare cose in altre che appunto spesso sono il niente.

Tornando al punto iniziale: professor Barucca, ha qualche suggerimento derivante dalla sua esperienza per conservare e valorizzare nel giusto modo? Come si potrebbe migliorare il sistema e far arrivare i soldi alle iniziative più importanti? E a chi spetta stabilire quali siano più importanti?
Non è semplice rispondere. Dall’esperienza che ho vissuto effettivamente ho una visione generale di questi aspetti. Perché di soldi, anche durante questa mia esperienza da Soprintendente per le province di Cremona, Lodi e Mantova, ne sono girati tanti, ad esempio col PNRR che però sta per finire. Ma ci sono tanti rivoli, tanti viottoli in cui questi soldi si incanalano e magari, come ha detto lei, alcune cose importanti non vengono salvate e vengono magari spesi intorno alle solite cose. Ad esempio, i soldi pubblici dovrebbero avere la missione di coprire tutto il patrimonio e non solo le opere celeberrime. È chiaro che i soldi dei privati, se poi vogliono mettere il nome come sponsor, non si può sperare che vadano a restaurare dei beni culturali poco noti o quasi sconosciuti. Nessuno mette il proprio nome, legandolo al restauro di una chiesetta, su una collina di un territorio sperduto, anche se artisticamente importante, perché non avrà la possibilità di averne in cambio un ritorno positivo di immagine. Perciò sarebbe importante tentare di attivare una cabina di regia con una visione a largo raggio.
Al Ministero non c’è una cabina di regia?
No. La cabina di regia ci dovrebbe essere ma in realtà non funziona tanto da poter poi convogliare tutti quei soldi. Il discorso è sempre quello: cabina di regia vuole dire gestione dei soldi. Tutti vogliono gestire i soldi e a quel punto noi non ci fidiamo del prossimo. Questo è un Paese che non ha un senso dello Stato. Il problema è quello, per cui è difficile che un qualche organismo diventi collettore di tutte le risorse che ci sono per poi distribuirle BENE (rimarca la parola). E poi è soggettivo, il distribuirle bene.
Alla fine si sbaglia sempre…
Non proprio. Se si facesse un’azione di razionalizzazione delle risorse economiche, in qualche modo intendendola in maniera un po’ più legata a una programmazione seria… Noi invece purtroppo siamo costretti a vedere che ci sono interventi a volte tampone, a volte sulla scia di emergenze, e non c’è mai una vera programmazione degli interventi.
In Italia abbiamo così tanti beni nel patrimonio artistico per cui la conseguenza è che abbiamo tante emergenze…
Certo. Io vengo dalle Marche che è stata una regione martoriata in questi ultimi decenni dai terremoti, dove si è perso tantissimo patrimonio e si dovrebbe fare di tutto per salvarlo. Cosa che non viene fatta. Però, è un dato, noi abbiamo anche tante “sfortune”, diciamolo tra virgolette.
Fino alla primavera scorsa lei era Soprintendente a Cremona, Mantova e Lodi. Ci sono progetti che lei ha lanciato e che stanno procedendo e daranno frutti in futuro?
Tante cose sono partite e hanno avuto una interruzione. Per esempio, io ero speranzoso di aprire la chiesa di San Maurizio a Mantova e non mi è riuscito per una serie di motivi che riguardano un po’ anche la lentezza della macchina pubblica, mi dispiace ovviamente dirlo. Difficoltà di gestire gli appalti che a volte sono affidati a persone che rivelano qualche incertezza nella loro azione. C’è però a scusante una eccessiva burocratizzazione delle procedure.
A Cremona sono stato recentemente per un incontro riguardante la possibilità, che ho lasciato in eredità, di recuperare l’ex monastero di San Benedetto, abbandonato, in centro città. Un bellissimo e grande complesso monastico medievale con aggiunte fino al Seicento, che, in accordo anche con l’Archivio di Stato di Cremona dovrebbe diventarne la futura sede. La proprietà è in parte demaniale e in parte della Fondazione Stauffer che, su mia sollecitazione si è resa disponibile a donare allo Stato questa struttura. Però, siccome l’edificio è in grave stato di conservazione, lo Stato, il Demanio, sta facendo delle storie per accettare la donazione. Questo ovviamente rallenta o peggio bloccherà tutta l’operazione di recupero dell’importante immobile monumentale. Questa è una situazione che mi ha addolorato ma spero che chi verrà dopo di me la riesca a portare avanti.
Demanio e Stato sono ufficialmente la stessa cosa ma di fatto sono due uffici diversi da interpellare e coordinare: è così?
Non esattamente. C’è stata una mancanza di connessione tra il Demanio da una parte e il Ministero della Cultura dall’altro, che si dovevano associare per arrivare al fine positivo. Questo però non è avvenuto. Una cosa simile sta succedendo, non so se succederà fino in fondo, con la Caserma “Curtatone e Montanara” di Mantova che è un altro dei casi di beni che stanno crollando e vorrei che venissero restaurati e poi riutilizzati. Al momento non si verificheranno crolli, ma nel giro di qualche anno sicuramente sì: c’è un grande degrado, tutti possono vedere i ponteggi che la proteggono. Anche questa è una delle cose che io volevo fortemente, che sono riuscito a portare avanti fino a un certo punto e adesso non posso più farlo.
Altra cosa, sempre a Mantova, è la volontà che avevo espresso e che era stata seguita dal Questore che c’era prima, la dottoressa Roatta, di intervenire per recuperare il Palazzo degli Ippoliti, dove c’era la ex sede di un giornale locale, per trasformarla in nuova sede della Questura.
È un peccato far cadere tanta esperienza, come la sua, maturata sul campo. Manca una figura che faccia da collante, che conosca la burocrazia, trovi i soldi, strutturi i bandi… Magari ci vorrebbe un manager culturale delle città?
In effetti, alle volte ho pensato di spendere l’esperienza che ho maturato negli anni nella mia città, che è Senigallia, magari cercando un ruolo nell’amministrazione cittadina. Però mi creda è difficile perché i meccanismi li abbiamo resi talmente farraginosi … e poi siamo un Paese dove se tu tenti di fare qualcosa a volte gli altri dicono: “ma cosa vuole fare questo?”
Ha parlato di quanto ha fatto a Cremona e a Mantova. Invece di Lodi cosa ci dice?
Lodi è una bella città, poco conosciuta che però ha bisogno di crederci di più nelle proprie potenzialità. È molto simpatico e bravo il giovane sindaco, una persona molto gentile. La prima volta che andai a Lodi a fare un sopralluogo, quindi otto anni fa, c’era una sindaca architetto e le dissi che Lodi è una bella città, proprio interessante, girandola ci sono belle cose. Bisognerebbe trasformarla nell’immaginario degli esterni dall’ultima fermata ferroviaria prima di Milano in una città consapevole delle proprie potenzialità e che crede un po’ di più in sé stessa. Questo perché Lodi ha effettivamente delle potenzialità. Sono partite tante idee ma non sono arrivate mai a realizzazione. Adesso hanno un progetto molto ambizioso e sicuramente molto importante, il restauro dell’ex linificio, che è quello che si vede dalla ferrovia. Lo vogliono trasformare in un grande centro culturale, però ahimè temo che non sarà facilmente gestibile perché troppo oneroso. Bisogna fare i conti con l’oste: una città piccola non può gestire un mega centro culturale che forse neppure Milano riuscirebbe a reggere.
Poi bisognerebbe anche organizzare attività, e che siano di un certo valore e non dei riempitivi…
Occupandomi da sempre di queste cose, avendo lavorato nel Ministero della Cultura per 40 anni, da quando ero giovane, la cosa che ho sempre registrato con grande dispiacere è che gli aspetti culturali sono quasi sempre legati non dico alla terza età ma quasi. E questo è davvero grave. Nei Musei, alle mostre, nei teatri vanno soprattutto le persone avanti negli anni, i giovani molto meno. Noi abbiamo avuto in questi ultimi 30 anni, forse anche qualcosina in più, uno scadimento nella volontà politica dell’educazione delle nuove generazioni. È tanto comodo governare un popolo di ignoranti!
Forse è anche più facile?
Certo, comodo in quel senso: è più facile. Io credo che nulla sia casuale. È la volontà politica di chi ha governato: un po’ di tutte le correnti politiche, ovviamente con differenze di responsabilità.
Quando io dico che la conoscenza è la base, lo dico in tutte in tutti i sensi. Vedasi la riforma voluta dalla Gelmini. Io l’ho incontrata, proprio a Mantova, e mi era venuta voglia di chiederle: «ma perché, Onorevole, ha fatto quella scelta di togliere gli insegnamenti umanistici, soprattutto la storia dell’arte, non tanto e solo dai licei dove bene o male vanno persone che hanno famiglie di un certo tipo, ma soprattutto agli istituti tecnici e professionali?». In un Paese come l’Italia, nella formazione di un giovane, fin da bambino, un aspetto fondamentale dovrebbe riguardare la conoscenza della storia e della educazione artistica!
Un esempio concreto?
Le racconto del mio primo lavoro, quando facevo l’Università nei primi anni ‘80. C’è stata ad Ancona una mostra bellissima, dedicata al pittore cinquecentesco Lorenzo Lotto; in quella occasione mi chiamarono a fare la guida alle classi di studenti in visita. Ero molto contento. In quella occasione ho conosciuto anche Vittorio Sgarbi, che conosco ormai da oltre quarant’anni. Io facevo la guida ai ragazzi delle elementari, delle medie, dei licei e delle altre scuole superiori. Sa quali erano quelli che mi mettevano più in difficoltà, perché più di me notavano particolari dei vari dipinti facendo poi le domande? Erano i bambini delle elementari. Perché a quell’età hanno una capacità assoluta di vedere, sono liberi e notano ogni più piccolo particolare.
Al liceo già si hanno avuti insegnanti, forse validi e forse no, che hanno dato la loro spiegazione. Così si perde quell’approccio diretto che l’opera d’arte deve avere…
È verissimo. Bisogna saper valorizzare quelle capacità che i giovanissimi hanno e che poi un po’ si perdono con gli anni.
Il pensionamento come Sovrintendente, non a caso avvenuto il giorno del tradizionale pesce d’aprile, non è stato una fine ma un nuovo inizio. Tanto che ancora continua a risiedere a Mantova. Cosa ha nel cassetto?
Io ho lavorato un po’ in Toscana e, soprattutto, nelle Marche. Prima di arrivare a fare il Sovrintendente scrivevo moltissimo, pubblicavo molto. Poi c’è stata questa fase complicatissima da gestire e non ho avuto più tanto tempo per studiare. Quali sono i progetti futuri? Sono andato in pensione il 1° di aprile. L’estate finalmente l’ho fatta al mare, tutta al mare, come quando facevo le elementari. Come quando da ragazzino a Senigallia finivo a giugno le scuole e ricominciavo il 1° ottobre, e da giugno a metà settembre ero al mare tutti i giorni. Adesso ho fatto la stessa cosa e non mi pento. A chi mi chiedeva come mi sentivo rispondevo: «benissimo, il problema sarà in autunno quando mi mancherà il lavoro». Invece no, non mi manca, perché ho sostituito l’impegno quotidiano dell’ufficio, gli incontri eccetera eccetera con lo studio. Avevo un poco di timore a ricominciare dopo un po’ di anni, «magari non sono più capace, magari non ho più voglia» mi dicevo. Invece no. Riscopro il piacere dello studio.
Lei è appassionato degli oggetti delle cosiddette arti minori. È tornato al suo primo amore?
Si, sono appassionato di arti minori, ho spaziato in vari secoli. Ma al di là del singolo studio mi piace in generale studiare ciò che l’occasione presenta, o seguire particolari interessi miei. Infatti, da quando ho ri-iniziato a lavorare ho già pubblicato e sto pubblicando molte cose, pur nella difficoltà ad esempio di trovare soldi per questo scopo. Pubblicherò gli atti di un convegno fatto quando ero Soprintendente grazie alla sensibilità di Gian Domenico Auricchio, presidente della Camera di Commercio di Mantova, Cremona e Pavia. Uscirà un numero ad hoc di “Civiltà Mantovana”, di cui farò la cura e un piccolo studio. Mi piace organizzare, non solo in prima persona. Nelle Marche ho tenuto anche conferenze sul pittore Pietro Perugino.
E poi, per il Politecnico di Torino, per Storia dell’urbanistica, ho fatto uno studio sul Viale delle Rimembranze di Mantova. Ho trovato dei documenti, perché avevo partecipato a un convegno sui Viali alberati delle città. È interessante perché è una espansione del nucleo urbano negli anni ‘20 del Novecento, quando si allargò il centro e si iniziarono a costruire delle case. Verrà pubblicato nel 2026 e vorrei poi fare una conferenza a Mantova.
A Cremona ho un impegno molto serio, perché in questi otto anni ho stabilito un’amicizia con il cavalier Giovanni Arvedi, un grande industriale e mecenate, che mi ha invitato a curare un volume sul restauro, da lui finanziato, dell’ex-monastero di Santa Monica, ora sede del Dipartimento di Agraria dell’Università Cattolica.
Lo scorso 29 novembre ho inaugurato un Museo d’Arte del Novecento a Cremona, che io ho voluto tantissimo: è la collezione di monsignor Pietro Bonometti, che nella vita ha raccolto tantissimo. Tutte queste opere sono state schedate: disegni, dipinti, sculture eccetera, sono quasi mille opere, molto interessanti. La casa del monsignore in Via Marmolada 10 ora si chiama Museo e io ho fatto di tutto perché accadesse. Mons. Bonometti è il proprietario, e io ho promosso un vincolo di eccezionale interesse che ha dato il via all’iniziativa.
Poi forse curerò qualche mostra, anche se si sta aprendo una fase economica non facilissima. Prima di diventare Sovrintendente ne ho promosse e curate tante, ma ora si farà fatica perché non ci sono tanti finanziamenti. Sarà che sono troppo pessimista, però viviamo ancora nella fase in cui ci sono i soldi del PNRR e le cose si muovono. Io ho il sospetto che d’ora in avanti certe situazioni verranno al pettine.
Esempio?
C’è una mostra orrenda, oscena, bruttissima. Vado lì, leggo l’articolo: record di incassi, persone che fanno la fila…. Invece non c’era un’anima! Ed era descritta come la mostra del secolo.
Accantoniamo il pessimismo in favore dell’ottimismo: una mostra attualmente aperta, bella, che consiglia ai nostri lettori di visitare?
Quella di Beato Angelico a Firenze è stupenda (a Palazzo Strozzi fino al 25 gennaio 2026 vedi qui e qui).
Ringraziamo il professor Gabriele Barucca per la gentile disponibilità.
Intervista di Maria Luisa Abate
Novembre/ dicembre 2025
Foto MiLùMediA for DeArtes
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