Di Maria Luisa Abate. Mantova, Teatro Sociale: evergreen la regia giocosa di Damiano Michieletto, buona la direzione, decoroso il cast.

Tutti in carrozza, si parte! L’altoparlante annuncia il treno Mantova – Siviglia, città dove Rossini ha ambientato la sua opera buffa tratta da Beaumarchais. Ma in realtà la destinazione è anche ben altra. Un viaggio a tappe, lungo e non privo di ostacoli, che la Fondazione “Artioli” sta eroicamente percorrendo per riportare a Mantova la lirica, che sia degna di tale nome. Dopo molti anni di tentativi da parte di soggetti diversi, rivelatisi per lo più fallimentari, con proposte poco più che amatoriali o versioni ridotte la cui valenza ci pare superfluo commentare, finalmente un risultato lusinghiero, accolto calorosamente dal pubblico. Sul “binario” del Teatro Sociale di Mantova è arrivato, per un’unica data, l’allestimento targato Maggio Musicale Fiorentino e firmato da Damiano Michieletto, regista discusso e controverso (spesso anche dalla scrivente) ma, o forse proprio per questo, ai vertici del panorama internazionale, ricercato dai teatri più prestigiosi al mondo. Michieletto è prossimo al debutto con il suo primo cimento cinematografico, dedicato a Vivaldi, ed è stato nominato Direttore Creativo delle cerimonie di apertura e chiusura delle Olimpiadi invernali Milano Cortina 2026 (il 6 febbraio con la scenografia affidata a un suo storico collaboratore, Paolo Fantin).

Come consuetudine, la ripresa mantovana dell’allestimento era affidata al suo assistente Tommaso Franchin (coadiuvato da Gloria Campaner) tuttavia Michieletto è giunto di persona in città per ricevere il Premio “Arlecchino d’Oro”, la cui motivazione ruotava attorno alla sua capacità di attualizzare i temi delle opere soffermandosi sui drammi psicologici reimmaginati in termini contemporanei, nonché sulla propensione a evocare più che a mostrare. Caratteristica quest’ultima emersa lampante in questo bellissimo Barbiere di Siviglia. L’allestimento, ormai datato, come ha spiegato lo stesso Michieletto è l’evoluzione di una delle sue prime regie. Da non confondersi col Barbiere del 2010 che lo stesso regista creò per Ginevra e poi Parigi e in cui si ravvisava maggiormente la cifra stilistica della sua maturità artistica, questo allestimento era stato inizialmente ideato per la Scuola di Formazione del Maggio nel 2003, avendo a disposizione poche risorse materiali ed economiche; pertanto, al di là della sempreverde valenza scenica, può essere inteso come una lezione di teatro nel senso più ampio del termine. Di quel teatro che affonda radici antiche nella Commedia dell’Arte, anch’essa nata in povertà di mezzi e ricchezza di idee. In 22 anni lo spettacolo, anche per la sua facilità di spostamento dato che è quasi privo di scenografie (anch’esse ideate da Michieletto) è stato più volte ripreso e nel 2025 portato in una tournée di successo nel centro e nord Italia.

Forse proprio perché si tratta di un lavoro giovanile, la regia presenta una studiata e voluta ingenuità (lo diciamo in senso positivo) e trova il suo punto di forza nell’apparente semplicità. In realtà siamo dinanzi a una perfetta costruzione teatrale, scevra da quegli estremi cui il regista ci ha in seguito abituati. Qui, lodevolmente, Michieletto ha aderito alla gioiosità rossiniana senza sovrastrutture zavorranti cervellotiche o di denuncia, con gusto ludico e leggero. Ha riscritto canoni e stilemi delle cinquecentesche Maschere della Commedia dell’Arte e li ha riconvertiti facendoli calzare a pennello tanto al “buffo” del primo ottocento rossiniano quanto al gusto ironico odierno. I suoi protagonisti ipercolorati paiono quasi dei cosplay, con il merito di avere azzerato la distanza tra personaggi e interpretazione dei personaggi.

L’annuncio che invitava a prendere posto sul treno ha dato il via a una divertente pantomima sulle note dell’ouverture: i viaggiatori sballottati “a tempo” sulle carrozze ferroviarie, al termine del tragitto, sulla falsariga del celeberrimo “crescendo” rossiniano, sono stati catapultati al centro della assolata e variopinta Siviglia (luci Alessandro Carletti). Ai mimi Michieletto ha affidato la maggior parte delle scene e delle controscene, arrivando a sostituirli ai personaggi, come nel caso del Coro, presente fuori scena in abiti “civili” a cantare dai palchi di barcaccia mentre i loro muti alter ego movimentavano il palco.

 D’una estrosità divertente e scanzonata i costumi (della grande Carla Teti) arricchiti da parrucconi a tinte sgargianti, che hanno assimilato Figaro a una furba volpe; anche se Michieletto, durante l’incontro con giornalisti e critici, ha invece parlato di un gattone che riesce sempre a rigirarsi e cadere in piedi dopo ogni vicissitudine. Don Basilio, colui che spiega quanto sia insinuante e strisciante la calunnia, era in total green fornito di una lunga coda di basilisco, mentre Don Bartolo, tutore maldestro e facilmente abbindolabile, aveva i baffoni a manubrio e un ricciolo in fronte alla Macario. Punzecchiante sia pure spiritosa, “la Forza”, ossia i militari del reggimento vestiti da poliziotti con volti da paperi e che impugnavano pistole ad acqua. Personaggi quindi caricaturali ma giustificati dall’alto grado di ironia che venava il tutto. Michieletto ha privilegiato l’assenza sull’oggettività, collocando in scena pochissimi oggetti / factotum (proprio come Figaro è “il factotum della città”) iniziando da un serie di sedie rosse che, spostate febbrilmente, hanno evocato i vari ambienti. Bellissima l’intuizione riguardante la bottega del barbiere, con tutti i particolari indicati nel libretto di Sterbini disegnati a vista da due writers con lo spray su un lenzuolo bianco. Una regia quindi che ha trovato il suo punto di forza nell’immediatezza, in una semplicità mai semplicistica.

Venendo finalmente alla musica di Gioachino Rossini, innanzitutto va menzionato l’eccellente maestro al fortepiano Francesco Manessi, che, proprio come avveniva all’epoca (e nei secoli precedenti) ha inserito nei suoi accompagnamenti ai recitativi digressioni e citazioni, sempre spiritose, con gusto e misura.
L’Orchestra Filarmonica Italiana, in organico adeguato (una ovvietà, ma non a Mantova!) era diretta da Jacopo Brusa, prodigatosi con gesto preciso per un risultato d’assieme ben bilanciato, attento principalmente alla natura buffa dell’opera, forse sottovalutando qualche preziosità rossiniana, qualche accento o colore in più, che comunque c’erano e hanno sortito un esito brioso, tarato al punto giusto nella scelta dei tempi.

Discreto il cast nella produzione Imarts (che brutte le note del depliant di sala riportanti ripetizioni) e che ha puntato, in parte, su artisti in fisiologico sviluppo di carriera. Nel ruolo del titolo era il baritono Vincenzo Nizzardo, dalla voce espressiva, potente e ben indirizzata nella proiezione, anche se meriterebbe qualche limatura extra per affrontare i ceselli insiti nella partitura rossiniana; nelle vesti di Figaro ha gestito con disinvoltura gli spazi scenici e, pur senza raggiungere livelli carismatici, ha eseguito la celebre cavatina con slancio e simpatia, facendo presa sul pubblico.

Secondo il nostro modesto parere la migliore della compagnia era Mara Gaudenzi, mezzosoprano (come voluto dal compositore, anche se oggi il ruolo viene spesso affidato a un soprano) e valente interprete rossiniana, che ha sfoderato una voce notevole, pastosa e sostenuta con omogeneità in tutti i registri, dal timbro accattivante guarnito da un’interessante tavolozza coloristica, risultata particolarmente dolce, senza mielosità, nell’aria “Una voce poco fa”; grazie al fraseggio e a una attorialità fresca e moderna ha fatto di Rosina non la solita civettuola furbetta, ma una giovane donna consapevole nel gestire il proprio futuro.

Il Conte d’Almaviva / Lindoro era Pietro Adaini, dal volume discreto e non sfacciato come richiesto dalla partitura, dai legati fluidi e dal timbro aggraziato cintosi di illanguidimenti amorosi in “Se il mio nome saper voi bramate”, ben risolto anche sotto l’aspetto attoriale.
Enrico Marabelli ha puntato, come dovuto, sui toni buffi e su un fraseggio spigliato per il personaggio impacciato di Don Bartolo, sostenuto con voce piena e corposa pur con qualche lieve incertezza.
La voce profonda da basso di Graziano Dallavalle ha dato consistenza al lucertolesco Don Basilio: i mezzi ci sono e potrebbero essere gestiti meglio.   
Completavano il cast Berta Francesca Mercuriali, discontinua nella resa vocale e convincente in quella scenica, e il preciso e puntuale Fiorello di Giulio Riccò.
Collocato nei palchi di barcaccia, il non molto numeroso Coro Colsper preparato da Andrea Bianchi.

Anche il pubblico, a Mantova, è da “ricostruire” e va registrato il successo ascrivibile alla Fondazione “Artioli” che è riuscita a riempire il teatro non al completo ma quasi, attirando anche molti giovani. Purtroppo l’appuntamento è al prossimo anno.

Recensione di Maria Luisa Abate
Teatro Sociale Mantova 23 dicembre 2025
Foto Francesco Consolini

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