Di Enrico Cerasi.
Dopo la manifestazione ai magi e ai pastori e quella al Giordano in occasione del battesimo, ecco la terza epifania di Gesù, questa volta la più chiara: Gesù viene trasfigurato e posto al centro della storia di Israele, tra Mosè ed Elia. L’epifania è completata da una voce dal cielo, che ripetendo le parole pronunciate in occasione del Battesimo, proclama Gesù Figlio di Dio. Diversamente dall’episodio del Giordano, qui si tratta di una proclamazione pubblica, udita da testimoni.
Non è per caso che solo ora la proclamazione di Gesù quale Figlio di Dio sia ascoltata anche da esseri umani, mentre nel Giordano, a quanto sembra, era stata udita solo dal Diavolo. I discepoli possono ascoltare la voce del cielo perché poco prima Pietro, a nome di tutti, aveva riconosciuto in Gesù il Cristo. In risposta, Gesù lo aveva eletto a fondamento della Chiesa:
Tu sei beato, Simone, figlio di Giona, perché non la carne e il sangue ti hanno rivelato questo, ma il Padre mio che è nei cieli. E anch’io ti dico: tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa, e le porte del soggiorno dei morti non la potranno vincere (Mt. 16, 16-18).
In altre parole, la terza epifania di Gesù è rivolta alla Chiesa, qui rappresentata da Pietro, Giacomo e Giovanni. Una Chiesa, possiamo presumere, immune dalle tentazioni di Satana di cui abbiamo trattato nella riflessione precedente (vedi qui). Cristo stesso le ha affrontate e vinte. In particolare, la Chiesa non sarà più sottoposta alla tentazione del dominio e del potere politico. In Matteo 16, 24-25, ad es., è esplicito che la sofferenza e la croce (l’esatto contrario della vittoria e della supremazia politica) sono le uniche modalità della sequela di Cristo.
Eppure un’ultima tentazione c’è, forse più sottile.
E Pietro prese a dire a Gesù: “Signore, è bene che stiamo qui; se vuoi, farò qui tre tende; una per te, una per Mosè, una per Elia”
Ecco la Chiesa, radunata attorno al Figlio di Dio e alle due figure più emblematiche della storia d’Israele. Posta sopra un alto monte, dunque isolata dal resto del popolo. Una Chiesa eletta da Cristo per soli eletti (“Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello”), il cui unico desiderio è di contemplare per sempre il Signore della gloria – che l’Apocalisse descrive nella trasfigurazione definitiva, seguita alla resurrezione:
simile a un figlio d’uomo, vestito con una veste lunga fino ai piedi e cinto di una cintura d’oro all’altezza del petto. Il suo capo e i suoi capelli erano bianchi come lana candida, come neve; i suoi occhi erano come fiamma di fuoco; i suoi piedi erano simili a bronzo incandescente, arroventato in una fornace, e la sua voce era come il fragore di grandi acque (Ap. 1, 13b-15).
Diversamente da questa scena, assai solenne e un po’ inquietante, nell’episodio della trasfigurazione è scritto solo che “la sua faccia risplendette come il sole e suoi vestiti divennero candidi come la luce” (Mt. 17, 2). Che cos’altro vi poteva essere di più bello, per Pietro e i suoi fratelli, se non trattenersi lì a contemplare la visione del Figlio di Dio attorniato dai suoi profeti? Che cosa vi poteva essere di più alto e nobile se non la visione del Figlio di Dio trasfigurato in una luce paradisiaca?
Già i filosofi greci pensavano che la conoscenza della verità (dunque di Dio) fosse il bene maggiore per l’uomo. Che cos’altro possiamo desiderare di più alto se non l’eterna contemplazione della verità divina? Così leggiamo anche in Dante, ad es. nel XVIII canto del Paradiso. È Beatrice a parlare:
E dei saper che tutti hanno diletto / quanto la sua veduta si profonda / nel vero in che si queta ogne intelletto (Paradiso, XXVIII, 106-109)
La visio beatifica della luce trinitaria acquieta l’intelletto e rende beati. Pietro, Giovanni e Giacomo l’hanno raggiunta già in questa vita, è comprensibile che lì vogliano restare. Se non che, improvvisamente, la scena cambia. Alla visione del Cristo già risorto nella gloria si aggiunge una voce dal cielo.
Mentre egli parlava ancora, una nuvola luminosa li coprì con la sua ombra, ed ecco una voce dalla nuvola che diceva: “Questo è il mio Figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto; ascoltatelo”
Non più del Figlio ma di Dio stesso ora si tratta. I discepoli non lo vedono, perché non è possibile per l’uomo vedere l’Onnipotente, ma ne ascoltano la voce. È sufficiente perché siano quasi travolti dalla Sua maestà:
I discepoli, udito ciò, caddero con la faccia a terra e furono presi da gran timore (Mt. 17, 6).
Di fronte all’Onnipotente, non si può che cader a terra e tremare. Diversamente dalle anime beate di Dante, i discepoli di Gesù conoscono l’assoluta sproporzione tra l’uomo e il Santo d’Israele. La Sua presenza non è solo fonte di appagamento intellettuale, ma di profondo sconvolgimento esistenziale.
In tutta questa scena è come se Gesù fosse assente. Non replica alla proposta di Pietro di costruire delle tende (una chiesa anche fisica, non solo spirituale) né interviene nell’entrata in scena di Dio stesso, benché sia l’unico a non tremare e a reggersi in piedi. Solo quando il Padre ha cessato di parlare, entra in scena il Figlio. E il Padre tace definitivamente, perché ormai parlerà solo tramite il Figlio, l’unico che bisogna ascoltare (“Questo è il mio Figlio diletto […]; ascoltatelo!”). Per questa stessa ragione spariscono anche Mosè ed Elia. Ora che il Figlio è venuto nel mondo, la storia della profezia di Israele si è compiuta. Ormai dobbiamo ascoltare solo il Figlio, le cui prime parole sono: “Alzatevi e non temete!”. Per precisare, subito dopo:
“Non parlate a nessuno di questa visione, finché il Figlio dell’uomo sia resuscitato dai morti”.
Perché questa consegna del silenzio? La si potrebbe leggere come una sorta di esoterismo, di un sapere per soli iniziati, quasi che vi siano dei segreti che solo pochissimi possono conoscere. Ma saremmo fuori-strada. Non è chiaramente questo il senso di quelle parole. Diversamente dall’evangelo secondo Marco, Matteo non insiste sul “segreto messianico”. La consegna del silenzio ha un significato più circostanziato, in coerenza col racconto fin qui proposto. Accennavamo più sopra a una tentazione della Chiesa rappresentata da Pietro, Giovanni e Giacomo. Si tratta, credo, del desiderio di conservare la bellezza e la perfezione della visio beatifica – la contemplazione del Signore della gloria trasfigurato nella luce della resurrezione. Desiderio comprensibile, umanissimo, che Gesù non stigmatizza, come altre volte dovrà fare. Ma non va assecondato. Il posto della Chiesa non è nella solitudine della contemplazione mistica ma giù a valle, in mezzo al popolo. Lì dovrà annunciare la prossima venuta del regno ed esortare alla conversione, proseguendo il ministero terreno di Gesù. La visio beatifica è bella e appagante, ma conviene più ai filosofi o ai mistici piuttosto che ai discepoli di Gesù. Il loro mandato sarà chiarito dal Risorto, nelle ultime parole che rivolse a loro:
“Ogni potere mi è stato dato in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutte quante le cose che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine dell’età presente” (Mt. 28, 18-20).
Non un’elitaria visio beatifica ma la testimonianza pubblica di ciò che, in una folgorante anticipazione, avevano visto e udito sul monte. Gesù Nazareno è il Figlio di Dio e solo a lui, ormai, bisogna prestare ascolto e obbedire. Non vi sono altre parole del Padre che quelle del Figlio.
Riflessione di Enrico Cerasi
28 gennaio 2026
Immagine: Giovanni Bellini (1430 circa – 1516), Trasfigurazione di Cristo 1478-1479
Collezione Farnese, Museo Nazionale di Capodimonte
Immagine di pubblico dominio tratta da Wikipedia
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