Recensione di Diego Tripodi. Apertura di stagione al Comunale Nouveau: ambientazione arcaicizzante nella regia di Mariano Bauduin. Idee salde, lettura limpida del direttore Roberto Abbado. Convincente il cast.

Quale modo migliore per festeggiare i duecentosettant’anni del caro Wolferl se non in sua compagnia? È infatti andato in scena Idomeneo dal 24 gennaio al 1 febbraio presso il Comunale Nouveau di Bologna, titolo inaugurale della stagione 2026 significativamente soprannominata “Verso Itaca”, in quanto dovrebbe ricondurre il teatro finalmente a casa nella sede storica di Piazza Verdi. Certamente la scelta di Idomeneo, il sovrano cretese di ritorno dalla guerra di Troia, traccia una similitudine troppo forte per non pensare che sia stata ricercata; inoltre, anche per l’opera mozartiana si tratta di un ritorno e, fra l’altro, solo come prima volta dopo il debutto sulle scene felsinee di quindici anni fa.

La difficoltà che il genere serio settecentesco sottopone alle scelte registiche è questione spinosa che, per esempio, troviamo intavolata anche da uno studioso come Rosen nel suo Lo stile classico, in cui egli riconosce come i limiti di una drammaturgia per forme rigide e inevitabilmente invecchiate (ma che già faceva tribolare i migliori compositori che vi erano alle prese) si scontrino con l’ostinato e poco conciliante costume moderno di regie che prediligono il ricorso ad una psicologia naturalistica.

In questa produzione bolognese, Mariano Bauduin dà prova di essersi interrogato sui limiti e le ostilità che il soggetto evidentemente presenta e questo è un merito che va apprezzato. Le pretese e preannunciate allusioni alla novecentesca arte metafisica forse vanno intese proprio come una scappatoia ai limiti denunciati da Rosen, peccato però che esse fossero davvero poco evidenti.

Più chiara risaltava certamente l’ambientazione arcaicizzante, che quindi rinunciava a velleità stranianti, con una ricostruzione simil minoica che, grazie ai costumi di Marianna Carbone e alle scene di Dario Gessati, ci hanno proposto un’ambientazione suggestiva e che per il mito omerico giustamente hanno preferito affondare nelle civiltà dalla perduta memoria dell’età del bronzo, ancorché reinventate, piuttosto che nel più raggelato stereotipo neoclassico. Perciò, pepli, chitoni, corazze, elmi frigi, ceroni, pesanti maquillage, orecchini di chiara fattura mediterranea, copricapi totemici: questo l’insieme di dettagli che restituiva ai sembianti il fascino mitico e a cui pure si aggiungevano un’esuberanza di oggetti simbolici.

Ad esempio, la celebre maschera di Agamennone, ingigantita, inseguiva Elettra in ogni sua apertura lirica, campeggiando come tara del ghénos degli atridi cui ella non può sottrarsi. Anche l’intrusione del dio, qualcosa a metà strada fa un ex machina barocchesco e quel caratteristico dissolvimento fra reale e sovrannaturale da nascita della tragedia era un’idea bella, inventiva: le lotte fra il nume e i protagonisti, per interposta persona di alcuni pertichini, nonché l’evocazione della tempesta tramite il mescolamento agitatorio del tridente divino in una vasca/ara sono, ancorché affatto necessari, (ma, a prendere questa china pericolosa, poco o nulla della messinscena in certo repertorio lo è) un’aggiunta di “spettacolo” diretto nella direzione giusta.

Ciò che non funzionava era, casomai, la dispersione, non sappiamo se per carenza di “metodo” o di un ultimo passo verso la radicalità; un punto debole che, guarda caso, emergeva quando era presa la china del simbolismo, concretizzato in oggetti più o meno grandi, e che erano i più probabili riferimenti dechirichiani, pur sempre criptici e fin troppo diversi: un macigno (il fato avverso? In ogni caso, anche se riciclato in più funzioni lungo l’opera, un po’ un impiccio, tanto che infatti già a pochi minuti dall’apertura del sipario deve trovare diversa collocazione), l’altare vasca di vetro coi caratteri dell’Iliade impressivi, la struttura quadrilatero con i vetri in frantumi fissa in scena che fa a cazzotti con l’ambiente arcaicizzante, l’improvviso richiamo norreno dei nodosi alberi spogli del terzo atto e del cigno in gabbia (è vero che Leda è nonna di Elettra, però…), etc.

In questo pot-pourri non sorprende che gli espedienti più rudimentali sortissero un effetto migliore e di intramontabile eleganza (le ombre cinesi, i teli per il mare); e anche il generale uso di figuranti (allievi della Scuola di teatro “Galante Garrone”), mimi e danzatori, finiva per essere poco a fuoco, a volte pretenzioso o spinto dalla forza d’inerzia di un meccanismo: se i tableau risultanti mostravano lo stesso tipo di attenzione e “studio” che abbiamo riconosciuto in apertura, con evidenti e piacevoli richiami all’arte micenea degli affreschi di Cnosso e alla fisicità ginnica della taurocatàpsia o di figure come il Disco di Festo e i Pugili di Santorini, è pur vero che la loro presenza corrispondeva ad un generale senso di ansia per il riempimento della scena, quasi a compensazione della fissità intrinseca alle forme del dramma e dei personaggi.

Infine, il fondale con i marosi sempre presente per tutta l’opera, al di là di strizzare l’occhio ad una assai diffusa (ma a nostro avviso usurata) consuetudine di adottare i mezzi video, era assolutamente dissonante, un calo di fantasia che nulla aggiungeva all’idea di fondo dell’allestimento.

Roberto Abbado, in questo contesto turbolento e marino, è stato un nocchiero fidato: lettura salda, idee limpide che trapelavano chiaramente, sintonia sempre costante con il denso fluire della musica, mai su sentieri di antagonistiche forzature, teso ad una concertazione equilibrata per una partitura che è una meraviglia di invenzione e ispirazione, a dispetto del remar contro di convenzioni stilistiche e di libretto, contro le quali questo Mozart venticinquenne lotta fieramente imprimendo un afflato eroico che difficilmente ritroveremo nella sua musica successiva.

L’Orchestra, dal canto suo, parlando di maremoti, naufragi e venti contrari, non sempre ha proceduto a vele spiegate, anzi ha mostrato con una certa frequenza (il sottostimato repertorio classico è sempre una trappola che non lascia scampo agli interpreti d’ogni sorta) le sue maggiori debolezze, che pure spesse volte riesce a occultare con maggior successo. Diversamente, il Coro, sempre per merito della preparazione del Maestro Gea Garatti Ansini, ha continuato a ridare prova della propria eccellenza, saggiamente acuminata per un lavoro come Idomeneo, in cui lo sfoggio è tanto e grande in momenti senza ombra di dubbio fra i più belli dell’opera: nel pathos pastorale di Placido è il mar come nelle terrificanti tensioni avveniristiche di Oh voto tremendo e degli altri cori stürmisch, i cantanti del Coro del Tcbo hanno reso benissimo il senso drammatico delle pagine.

La voce possente, il timbro luminoso, la dizione scolpita di Antonio Poli hanno certamente ammantato Idomeneo di giusta regalità e di eroismo e ci è apparso un interprete lanciato con un certo impeto nelle colorature ardue delle due arie principali, seppur non propriamente all’insegna del cesello: in generale, più convincente nel far emergere il taglio principesco che le pieghe malinconiche del personaggio. Mariangela Sicilia ha costruito per Ilia un sembiante quasi da eroina ottocentesca, inspessendo il lirismo mozartiano con una gravità più retorica, il canto sempre esatto, perfetta intonazione, ma forse troppo algido il fraseggio al quale avrebbe giovato maggior languore.

Tutt’altro mondo l’Elettra di Salome Jicia, che ha scelto di esasperare i caratteri psicologici e vocali del suo personaggio, antagonista piuttosto gratuito ma che Mozart ha cercato di giustificare mettendo tutto l’impegno della sua arte: la cantante georgiana ha anche a nostro avviso cercato saggiamente di valorizzarsi puntando sugli aspetti forti di un timbro naturalmente acre e di un volume notevole: un’esasperazione interpretativa, dunque, carica di rude espressione, al limite della congruità stilistica (ma non priva di un bel senso musicale) che, a parte veramente gli eccessi di D’Oreste, D’Aiace difficilmente difendibili, ha mostrato più che in tutti un’apprezzabile dose di coraggio.

Francesca Di Sauro chiudeva il quartetto principale nel ruolo en travesti di Idamante, il baldanzoso (ansioso) principe cretese crucciato dal crudele diniego dell’amata e dall’inspiegabile silenzio paterno. Il mezzosoprano ha cantato sempre con precisione e adesione alla scrittura, tuttavia la voce ci è parsa sottile, a volte persino per scelte interpretative trattenute, carente specialmente nel registro medio grave: in linea di massima, anche se (lo ribadiamo) nei termini di inattaccabile correttezza, la sua ci è parsa un’interpretazione poco allineata alla reattività del personaggio.
Leonardo Cortellazzi, tenore dal timbro leggero e interprete scrupoloso, era il confidente Arbace, che ha servito con buona resa, così come, limitatamente alla scena del sacrificio, Xin Zhang nel ruolo del Sacerdote e, fuori scena, Luca Park che ha prestato la sua voce di basso al laconico intervento oracolare del terzo atto.

La produzione poi, in barba a prevedibili critiche, si è contraddistinta per la scelta di eseguire a fine spettacolo il balletto scritto appositamente per la prima dell’opera dallo stesso Mozart: è fuori discussione che ciò abbia gravato sulla durata di un’azione già sufficientemente lunga e sottolineato ulteriormente tutta la convenzionalità storica di questo capolavoro; tuttavia, la pantomima offerta (un riassunto del ciclo mitologico cretese da Pasifae ad Arianna a Nasso, passando per Teseo e il Minotauro) creava un felice pendant con, per l’appunto, il senso storico, la musica, il dramma e l’impostazione scenica e registica dell’opera.

Al netto di ogni osservazione, questo Idomeneo è stata una buona carta giocata dal Teatro Comunale ad inaugurazione della nuova stagione (speriamo davvero l’ultima in sede provvisoria): un titolo poco praticato ma fatto dalla prima all’ultima nota di bellissima musica, un banco di prova su cui regia ed interpreti hanno potuto ingegnarsi, nonché abbastanza nuovo al pubblico bolognese che, infatti, si è rivelato meno propenso e quasi più imbarazzato ad intromettersi nel flusso della musica con i consueti gratificanti battimano, ma al contempo ha potuto lasciarsi sorprendere dal godimento di una più fresca proposta.

Recensione di Diego Tripodi
Bologna, Comunale Nouveau 27 gennaio 2026
Immagini: foto crediti Andrea Ranzi

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