Di Maria Luisa Abate. Teatro Filarmonico: ha fatto ritorno il video allestimento di Stinchelli. Equilibrio e leggerezza nella direzione di Lanzillotta. Ottimo tutto il cast.

Un seduttore o un arrivista senza scrupoli che ha stretto un patto demoniaco? Uno scandaloso libertino o un dolce amante capace di romantiche serenate d’amore? Un impenitente rubacuori o un egocentrico in cerca di affermazione attraverso le conquiste femminili? Questi, alcuni aspetti che ammantano il Don Giovanni di Mozart. Infatti il genio salisburghese aveva la straordinaria capacità di delineare personaggi non univoci e mai totalmente definiti, come hanno spiegato Stefania Bonfadelli e Francesco Bellotto in uno degli incontri pomeridiani della rassegna “Mozart a Verona”, che per questo spettacolo si è intersecata con la programmazione di Arena di Verona al Teatro Filarmonico, dove il titolo ha inaugurato la Stagione 2026. Avevamo già visto sullo stesso palcoscenico nel 2019 questo allestimento, discusso ma del quale avevamo, e abbiamo, apprezzato molti elementi (recensione 2019 vedi qui).

Si è mosso alla ricerca di un’anima multiforme anche Enrico Stinchelli quando ha immaginato una galleria di dipinti raffiguranti le migliaia di donne conquistate dal Cavaliere (il “catalogo” elencato dal servitore Leporello). Altre tele, sospese a mezz’aria, si sono animate, sono diventate vive mostrando immagini moltiplicate di Don Giovanni, dall’espressione baldanzosa, dagli occhi fiammeggianti e con un ghigno quasi satanico.

Dopo un superfluo e depistante esordio metateatrale durante l’ouverture, con alcuni bambini ad aprire il sipario per poi prendere le direttive sceniche e indugiare a selfie con i protagonisti, il cielo si è rabbuiato, solcato da lampi e saette, e ha avuto inizio la vicenda narrata nel libretto di Da Ponte. Un temporale foriero della fine drammatica del protagonista, evidenziata da un gigantesco disco lunare sul quale si stagliava una sagoma nera: presumibilmente, stante gli occhi luminosi e nonostante il copricapo vagamente napoleonico, premonizione del Commendatore, ossia il “convitato di pietra”, il monumento funebre dell’uomo ucciso da Don Giovanni che torna a parlargli. Nell’opera mozartiana, infatti, il mondo dei vivi si trova a interagire con quello dei morti. E non a caso, ai lati dello spazio scenico erano collocati due stipiti di porta vuoti, che lasciavano intuire un accesso verso un altrove.

L’intervento registico del celebre critico radiofonico cultore del melodramma Enrico Stinchelli si è prevalentemente focalizzato sulla scenografia basata su proiezioni (visual design Ezio Antonelli, luci Paolo Mazzon). Il Settecento è stato evocato dai magnifici costumi disegnati anni or sono, per l’allestimento areniano di Zeffirelli, dal pluripremiato costumista Maurizio Millenotti (David di Donatello, cinque Nastri d’Argento, due ciack d’oro e due candidature all’Oscar per due film diretti sempre da Zeffirelli).

Dopo un succedersi frenetico di immagini e saliscendi di velari, l’ultima scena ha concretizzato un desco apparecchiato per ospitare lo spirito del Commendatore, che era affollato da donne avvenenti, non più prede ma pronte a divorare famelicamente l’immorale libertino. Il finale di Stinchelli tuttavia non ha visto “il dissoluto punito” (titolo originario) bensì beffardamente vittorioso sulla morte. Un gaudente anche nell’oltretomba: un Don Giovanni burattinaio intento a muovere i fili degli altri personaggi, avendo la facoltà di reciderli a proprio piacimento.

Francesco Lanzillotta, sul podio dell’Orchestra della Fondazione Arena di Verona, non ha mai perso di vista l’indicazione mozartiana “dramma giocoso” e ha soppesato attentamente sia i toni tragici sia quelli scherzosi, dando corretto equilibrio tanto al dramma quanto alla commedia, e riservando una particolare tenerezza alle pagine romantiche e amorose. Il direttore ha agito di conseguenza, e con eleganza, sulle dinamiche, sul fraseggio, sulla brillantezza e leggerezza dei colori, con attenzione alla sinergia buca/palco.

Nei panni del celeberrimo seduttore, indossati con opportuna spavalderia e sfrontato edonismo ma senza mai dimenticare quel fare aristocratico che è proprio d’un Cavaliere, il giovane baritono Christian Federici ha positivamente colpito innanzitutto per la notevole morbidezza della voce, chiara, di bel colore e dal suono avvolgente, che ha gestito con gentilezza denotando omogeneità in tutta la gamma, oltre che un governo ottimale dei propri mezzi.  

Paolo Bordogna, il servitore Leporello, ha anch’egli sprigionato fascino, ovviamente di tutt’altra natura, grazie alla presenza scenica catalizzatrice, disinvolta, sprizzante simpatia senza mai cadere in eccessi caricaturali ma tratteggiando un personaggio “vero” e credibile. Caratteristiche riscontrate anche nella espressività vivace della voce, duttile e gestita eccellentemente, dal timbro splendido capace di auto-declinarsi in varie sfaccettature coloristiche. Anche il fraseggio era assai curato, il canto elegante e l’aderenza alla linea stilistica mozartiana cesellata a dovere, a tornire ulteriormente una recita di cospicua caratura.  

Dopo due serate di forfait causa indisposizione, è tornata a regalare le sue meraviglie vocali Gilda Fiume, Donna Anna di grande temperamento, sconvolta quando apprende che Don Giovanni è l’uccisore di suo padre e al contempo non totalmente insensibile al suo fascino, se messo in paragone alla piatta noiosità del promesso sposo Don Ottavio. Emissione salda ma sempre all’insegna della grazia, di levigata corposità e ben timbrata, il soprano ha fatto sfoggio di pianissimi e di soavi messe in voce mentre gli acuti sono svettati ben sorretti anche dall’intonazione ineccepibile e dalla classe emersa tanto nel fraseggio quanto nell’espressività coloristica.

Di analogo importante livello qualitativo, ma debitamente assai differente nell’uso del consistente bagaglio vocale, Marta Torbidoni, Donna Elvira decisa a non lasciarsi sfuggire colui che l’aveva sedotta e abbandonata, suscitando empatia con una buona parte del pubblico. Del personaggio, il soprano ha lasciato trasparire una certa dose di rancore sfociato in momenti di rabbia e parallelamente il persistere di una illusione d’amore quasi commovente. Presenza incisiva in scena, la sua, quanto nella vocalità corposa e dai volumi generosi, con ampio e appropriato sfoggio di accenti drammatici e tinte scure.

Nel ruolo di Don Ottavio era il tenore Leonardo Sánchez, dal canto levigato e guarnito da accenti ben collocati; la linea stilistica era tarata sulla nobiltà espressiva ed è servita efficacemente a ravvivare un personaggio che Mozart/Da Ponte hanno voluto afflitto da una certa monotonia.
Fresca, espressiva, aggraziata e musicalmente calzante la Zerlina di Emma Fekete. Accanto a lei, lo spigliato sposo Masetto Alessandro Abis, che ha ben rifinito le pagine a lui riservate, con voce corretta e morbida.
Ha completato il cast Ramaz Chikviladze come Commendatore, avente il compito di portare Don Giovanni verso la dannazione eterna. Pertanto la voce era resa appropriatamente ruvida cupa e autoritaria, e nell’ultima scena è stata artificiosamente amplificata da dietro le quinte per dare l’illusione che venisse dall’oltretomba.
Compattezza nel Coro diretto da Roberto Gabbiani, in quest’opera impegnato in interventi numericamente scarsi ma significativi. Sul palco anche mimi e figuranti, questi ultimi presi tra le fila del Coro di Voci Bianche di Fondazione Arena di Verona.

Il prossimo appuntamento d’opera al Teatro Filarmonico di Verona, città che, lo ricordiamo, ospiterà nell’anfiteatro la cerimonia di chiusura dei Giochi Olimpici Milano Cortina, sarà L’Olimpiade di Antonio Vivaldi, che verrà eccezionalmente rappresentata al teatro Ristori il 23, 25, 27 febbraio e 1° marzo. A seguire, alla fine di marzo, Falstaff di Giuseppe Verdi.

Recensione di Maria Luisa Abate
Verona, Teatro Filarmonico 23 gennaio 2026
Foto Ennevi

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