Di Alessandra Pederzoli. Tour tra le tante mostre aperte durante la rassegna e oltre, tra palazzi e luoghi storici, tra flussi d’acqua e interferenze visive.
Bologna si veste d’arte, in ogni sua forma. Lo fa nei giorni di Arte Fiera. Mentre i padiglioni fieristici accolgono il mercato internazionale, la città si trasforma in un organismo vivente grazie ad ART CITY. Giunta alla sua quattordicesima edizione, la kermesse quest’anno ha scelto un tema ambizioso: “Il corpo della lingua” (vedi qui). Sotto la cura di Caterina Molteni, il programma ha invaso i luoghi del sapere, celebrando il legame millenario tra la città e la sua Università.
Ma l’anima di questo weekend sta nel perdersi tra portici e palazzi, tra silenzi sotterranei, flussi d’acqua e interferenze visive.

DISCESA NEL SILENZIO: “IL GRADO ZERO”
Siamo nel cuore della Montagnola, lontani dalla luce. La discesa nei rifugi antiaerei di ExDynamo (La Velostazione) si apre alla visita di “Il Grado Zero”, un progetto site-specific di Fabrizio Tito Cabitza, Claudia De Luca e Gianluca Perrone. Entrare in un rifugio bellico è un atto fisico: qui il “grado zero” è una condizione dell’anima dove il bianco assoluto delle opere emerge dalle pareti umide, creando un cortocircuito tra la vulnerabilità della memoria e la forza della rigenerazione artistica. E’ un cambio di pressione che non riguarda solo l’aria, ma la percezione del tempo. In questi tunnel sotterranei, dove un tempo la popolazione cercava scampo dal fragore delle bombe, oggi regna un silenzio denso, quasi solido.
Il “grado zero”, evocato dal titolo, non è solo un riferimento estetico alla purezza del bianco o all’astrazione, ma una vera e propria condizione dell’anima che si spoglia del superfluo. Le opere (sculture, installazioni, interventi pittorici e fotografie) sembrano emergere dalle pareti umide come sculture calcaree o residui di una memoria che si sta cristallizzando.
Qui l’arte non occupa lo spazio, ma lo abita come un fantasma gentile: il candore dei materiali contrasta con la brutalità del cemento armato, creando un contrasto visivo tra la materia artistica e la forza cieca della storia. Camminare in questo ventre della città, illuminati solo da luci radenti che esaltano le texture delle superfici, trasforma la visita in una discesa metafisica. È un invito a ricominciare dal silenzio, un punto di partenza necessario per poter ascoltare tutte le altre “lingue” che la città sta parlando in superficie.

LA BOLOGNA “INVISIBILE”: BOOK OF WATERS
Usciti dai sotterranei, il percorso segue idealmente il filo della Bologna delle acque per non mancare l’appuntamento con “Book of Waters”, una tappa che riconnette l’arte contemporanea alla straordinaria ingegneria idraulica bolognese. La mostra funge da guida visiva tra i segreti del sottosuolo e i simboli monumentali della superficie.
Il pensiero corre subito ai Bagni di Mario (la Cisterna di Valverde), quel gioiello rinascimentale progettato da Tommaso Laureti per raccogliere le acque destinate a una delle icone indiscusse della città: la Fontana del Nettuno. È affascinante osservare come le fotografie in mostra dialoghino con la maestosità bronzea del “Gigante”, opera scultorea del Giambologna su basamento dello stesso Laureti. “Book of Water” ci ricorda che l’acqua a Bologna è sempre stata una forma di linguaggio: dal potere celebrativo del Nettuno, alla funzionalità nascosta delle cisterne.
Attraverso un apparato iconografico potente, il progetto trasforma il sistema dei canali, spesso interrato e invisibile, in un saggio visivo che ricorda la grande scuola del paesaggio italiano. Vedere l’acqua celebrata attraverso la fotografia d’autore trasforma la gestione tecnica dei flussi in un atto di bellezza civile, rendendo omaggio a quel genio rinascimentale che ha saputo plasmare l’elemento liquido come materia d’arte e di vita.

VISIONI EMERGENTI: “LOSS OF SIGNAL” DI VALERIO D’ANGELO
Interessante proseguire il tour con “Loss of Signal”, la personale di Valerio D’Angelo. Questa tappa rappresenta perfettamente la volontà di ART CITY di agire come una piattaforma aperta alle nuove generazioni di artisti. L’arte contemporanea ha bisogno di spazi come questo per respirare e rinnovarsi. D’Angelo incarna questa spinta: il suo lavoro si muove sul crinale tra ciò che è visibile e ciò che scompare, trasformando la “perdita di segnale” in una metafora potente della nostra condizione digitale.
L’artista non teme il confronto con il limite tecnologico, ma lo usa come materia plastica. Le sue installazioni, caratterizzate da una delicatezza materica che sfida la freddezza del concetto, dimostrano la ricerca di un nuovo alfabeto visivo, capace di descrivere il sovraccarico informativo e il vuoto pneumatico della modernità. Vedere un’istituzione come ART CITY investire su sguardi così freschi e radicali è il segno di una manifestazione che non vuole solo celebrare il passato, ma seminare con coraggio nel presente.
LEGGEREZZA E ORIENTE: GLI “AQUILONI” DI DAVIDE BENATI
Si vola poi con la personale di Davide Benati, “Aquiloni”. Curata dalla Otto Gallery, e presentata da “Lettera i”, la mostra è una boccata d’ossigeno. Benati fa cantare la carta: i suoi acquerelli di grandi dimensioni sembrano vibrare di vita propria. I suoi fiori e le sue foglie sono organismi che fluttuano nel vuoto, metafore di uno sguardo che cerca un equilibrio precario tra il segno grafico e la trasparenza del colore, con un’eco orientale che invita alla contemplazione pura.
Così l’artista reggiano commenta la sua opera «….la carta non è per me un semplice supporto, ma un corpo vivo che accoglie il respiro del colore».
OLTRE ART CITY
Se Arte Fiera ha chiuso i battenti allo scoccare del lunedì, il palinsesto di ART CITY possiede una “coda” temporale che permette ai visitatori di godere delle mostre con maggiore lentezza. Molte delle installazioni ospitate nei palazzi storici, nei musei civici e nelle gallerie private del centro proseguiranno infatti ben oltre la chiusura dei padiglioni fieristici, spesso restando accessibili per l’intero mese di febbraio.
Per orientarsi in questa geografia visiva, il consiglio è di recuperare la mappa cartacea ufficiale disponibile presso i principali punti informativi del centro, come l’Infopoint di Piazza Maggiore, o di consultare il portale web dedicato, che offre aggiornamenti in tempo reale su proroghe e variazioni d’orario. Navigando tra i canali digitali o sfogliando il catalogo cartaceo, è facile individuare quali progetti resteranno a presidiare i luoghi del sapere e della storia bolognese, permettendo all’arte di continuare a parlare alla città. anche quando le luci dei riflettori principali si saranno abbassate.
Bologna non smette di parlare la lingua del contemporaneo. Basta saper leggere la trama di questa arte diffusa e lasciarsi guidare dal flusso.
Recensione di Alessandra Pederzoli
Bologna 7 febbraio 2026
Immagine di copertina: veduta mostra Loss of Signal di Valerio D’Angelo
Tutte le foto sono di Enzo Grossi
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