Di Maria Luisa Abate. Il biglietto da visita con cui l’Italia si è mostrata al mondo. Sport, creatività, musica, coreografie e un messaggio di Pace.
La cerimonia inaugurale delle Olimpiadi è molto più di uno spettacolo: è un biglietto da visita del nostro Paese. È l’Italia che si presenta al mondo, con la sua Storia e le sue eccellenze, non solo sportive. Oltre 9 milioni e 272mila telespettatori nella Penisola e un miliardo all’estero. E giudizi positivi fioccati da testate giornalistiche quali la BBC, la CNN, il New York Times, il Guardian.
Lodiamo incondizionatamente i Giochi Olimpici e le sue sfarzose cerimonie inaugurale e di chiusura. Ben vengano le forze messe in campo e ben vengano i tanto polemizzati soldi, non spesi ma investiti. Messi a frutto in una operazione di immagine che fa sì che il nostro Paese continui a essere identificato come culla delle arti e dell’ingegno a livello globale. Bene impiegate dunque le risorse finanziarie e umane che hanno permesso di confezionare uno show nell’insieme all’altezza delle aspettative.
Show che era affidato a un nutrito team creativo, nel sito ufficiale olimpico indicato con sottili distinzioni di ruoli, a sottolineare lo sforzo collettivo. Il team era capeggiato dal Balich Wonder Studio di Marco Balich, guru delle cerimonie olimpiche. Tra i nomi, due che spesso appaiono in coppia nella consolidata esperienza lavorativa: Simone Ferrari, Creative Director e Deputy Creative Lead (regista e showmaker dalla lunga esperienza olimpica, direttore creativo del Wonder studio e curatore di show internazionali) e Lulu Helbaek, Creative Director (artista crossmediale, ex direttore creativo del Wonder Studio, curatore di importanti produzioni televisive e di spettacolo oltre che di tour di star della musica leggera). Poi Lida Castelli, Protocol Creative Director (anche lei legata a doppio filo con Wonder Studio) e Damiano Michieletto, Creative Director (regista d’opera nato a Venezia, come veneziano era Vivaldi il cui “Inverno” da “Le quattro stagioni” era la musica scelta per gli spot televisivi). E ancora Paolo Fantin Production Designer; Andrea Farri Music Director; Massimo Cantini Parrini Costume Designer.
Delle produzioni faraoniche è facile, a posteriori, stilare una pagella. È semplice criticare standosene assisi in tribuna o, nel nostro caso, sul comodo divano davanti alla TV. Tuttavia questo è il nostro piccolo e insignificante ruolo. Più che dare voti, vorremmo sottolineare alcuni aspetti, taluni da “medaglia d’oro” altri da non arrivati a “qualificarsi”, sempre inchinandoci al valore sportivo e istituzionale.
Iniziamo da uno degli elementi a nostro giudizio più suggestivi, ossia i tre tubetti di diverso colore sospesi nell’aria che hanno lasciato fuoriuscire, con magnifica lentezza ignara delle leggi di gravità, dei flussi di vernice/drappi colorati su persone aventi gli abiti, i visi, la pelle gialla o verde, rossa o rosa, viola o blu. Un quadro che ci ha mostrato visivamente che l’“Armonia”, tema ispiratore della cerimonia, è fatta da individui e idee cromaticamente differenti che si mescolano assieme. Intuiamo ci fosse dietro uno sforzo notevole sotto il profilo tecnico. Nei teatri gli elementi scenografici che scendono dall’alto sono appesi alla graticcia del soffitto. Lo stadio San Siro al posto del soffitto ha il cielo. Immaginiamo quindi una sistema di cavi, pressoché invisibili, per appendere sia questi elementi sia, successivamente, i cinque cerchi olimpici, certamente di notevole peso dato che si sono accesi con artifici pirotecnici. Vogliamo lodare tale ingegnosità tecnica in quanto anch’essa testimonianza della creatività italiana e della nostra maestria artigianale. All’interno di due dei cinque Cerchi olimpici sospesi nello stadio, erano collocati un uomo e una donna, in posizioni che con un poco di immaginazione si potevano pensare vitruviane, e che poi si sono acrobaticamente calati al suolo.
Bellissimi erano i bracieri olimpici, unico caso nella storia dei Giochi, due, accesi simultaneamente. Quello di Milano era anch’esso sospeso a mezz’aria sotto l’Arco della Pace, ai margini del Parco Sempione. Una struttura dinamica in grado di espandersi e ricompattarsi, ispirata agli studi di Leonardo da Vinci e ai suoi celebri Nodi che, si legge nel sito ufficiale «simboleggiano l’armonia tra natura e ingegno umano». L’accensione del sacro fuoco di Olimpia è stata salutata da un tripudio di fuochi d’artificio, che, lo ricordiamo, erano usati in Occidente già dal XIII secolo durante le cerimonie più importanti.
Veniamo finalmente allo spettacolo, che descriviamo in ordine sparso, non consequenziale. Una emozione fortissima ha assalito anche chi alle folle oceaniche è avvezzo, come la grande Laura Pausini, che dopo una lieve incertezza ha trovato l’intonazione nell’Inno d’Italia, dimostrando che la musica di Michele Novaro trae giovamento da una bella voce e, ancor prima, da un bell’arrangiamento.
Molteplici gli omaggi alla tradizione operistica italiana e al canto lirico di recente entrato nella lista UNESCO dei beni immateriali dell’Umanità, cui ha dato il via la bacchetta da direttore impugnata dalla paparazzata attrice Matilde De Angelis. Sul palco, Verdi Puccini e Rossini versione bubbleheads. Ci auguriamo che sia stato compreso, e non frainteso come dissacrazione, l’intento giocoso, che sarebbe certamente piaciuto a Rossini (dubitiamo agli altri due compositori).
Un’importante voce della lirica era quella del mezzosoprano Cecilia Bartoli che ha intonato l’Inno olimpico con l’apporto doc della star del pianismo internazionale Lang Lang e del Coro di Voci Bianche dell’Accademia della Scala. Una esecuzione di alto livello qualitativo che resterà negli annali.
In rappresentanza del Teatro scaligero anche l’Accademia di Danza della Scala, con solisti Claudio Coviello e Antonella Albano, impegnati a dare vita, in un quadro molto elegante, alle bianche statue di Canova e alle candide figure alate del mito di Amore e Psiche. Una evocazione delle nostre antiche radici da cui si sono sviluppate le arti e quell’armonia derivante dalla Bellezza.
Tra i cantanti che oggigiorno va di moda definire crossover, immancabile la presenza di Andrea Bocelli. Un artista che ha saputo conquistare fama planetaria e al quale è stato affidato “Nessun dorma” (Vincerò) da Turandot di Puccini. Aria che, a nostro personale giudizio, sarebbe meglio calzata a una delle tante prestigiose voci specializzate in via esclusiva nel repertorio lirico.
Qualche perplessità anche riguardo il tributo a Domenico Modugno fatto da Mariah Carey. Una versione personale di “Nel blu dipinto di blu” (Volare) assai interessante ma alla quale è mancata quella sensibilità tutta italiana che è irreplicabile. Insensata la polemica che ha accompagnato il suo “gobbo” riportante non le parole ma la “pronuncia letta” delle stesse. Una pratica normale, comprensibile e condivisibile: chi ha puntato il dito si informi e taccia!
Usciti dall’armadio vintage dei ricordi pure altri omaggi musicali, da quello alla compianta Raffaella Carrà, artista dalla consolidata notorietà estera, a quello rivolto a Adriano Celentano. Anche per lui, speriamo non sia stato frainteso il suo Prisencolinensinainciusol, un brano del lontano 1972 che fece epoca per la lingua inventata scimmiottando foneticamente l’inglese, allora scritta come simbolo di libertà dalle convenzioni musicali dell’epoca e che qui probabilmente è stata reinterpretata quale sollecitazione a superare le incomunicabilità tra persone e popoli.
Toccante, l’omaggio a un grandissimo scrittore e poeta che non c’è più e che si è dedicato prevalentemente ai più piccoli, Gianni Rodari, il cui “Promemoria” contro la guerra, con tutto il suo carico da 90 costituito da un linguaggio rivolto ai bambini perciò di una schiettezza disarmante, è stato recitato nelle tre lingue ufficiali dei Giochi, francese inglese e italiano, dal cantante Ghali particolarmente ispirato (nonostante le polemiche che hanno accompagnato anche la sua esibizione), attorniato da ballerini under 20 che al termine hanno formato la sagoma di una grande colomba della Pace. Gli ha fatto da pendant il monologo tratto dalle parole di Nelson Mandela (pronunciate nel 2004 alla Global Convention on Peace and Non-Violence di New Delhi) dell’attrice Charlize Theron, ambasciatrice di Pace dell’ONU.
La poesia è stata affidata a Giacomo Leopardi e al suo “Infinito”, che l’attore Pierfrancesco Favino ha declamato con voce bene impostata, anzi ha frammentato, stante le pause che hanno scandito ogni singola parola.
Da citare l’intervento del giovane talento del violino Giovanni Andrea Zanon, non alla sua prima esperienza olimpica e che in passato abbiamo recensito su queste pagine in occasione dello spettacolo che lo vede protagonista (dedicato a Vivaldi) e che è diventato un must nella programmazione estiva all’Arena di Verona, anfiteatro che ospiterà la cerimonia di chiusura di questa Olimpiade oltre alle cerimonie delle Paralimpiadi.
Molto simpatico e spiritoso l’intervento silenzioso di Brenda Lodigiani, la quale si è avvalsa della sola mimica delle mani, del viso e del corpo, per spiegare al mondo il gesticolare italico con l’intrinseca carica di autoironia, attingendo al Supplemento del dizionario italiano del grande Bruno Munari.
Di altissimo valore la presenza dell’astronauta Samantha Cristoforetti, Astrosamantha, che evocando la scienziata Margherita Hack ha mostrato a una bimba, Gaia Giraldi, il sistema solare e l’armonia che regola l’universo. I pianeti, fattisi luminosi e acquisite “le gambe” in una scena coreografata, hanno roteato verso il fulcro olimpico eliocentrico.
Non è mancato l’insert glamour dedicato a un’altra eccellenza italiana osannata nell’orbe terracqueo. Ben prima che fosse stato confermato dagli speaker, era balzato all’occhio il perfetto taglio sartoriale dei tailleur giacca-pantalone nei colori della nostra bandiera, bianco rosso e verde, che le modelle hanno indossato in una passerella che ha condotto all’alzabandiera. Erano le ultime creazioni firmate da Giorgio Armani prima dell’improvvisa scomparsa. Peccato che oltre al ricordo di “re Giorgio” non si sia potuto onorare anche “l’imperatore Valentino”, la cui scomparsa pochi giorni prima non ha lasciato margine agli organizzatori. Anche se, a questi livelli un piccolo miracolo forse sarebbe stato possibile.
Stupefacente Sabrina Impacciatore impegnata, è il caso di usare questo termine, a ripercorrere le tappe degli ultimi cento anni di Olimpiadi. Non è una ballerina, non è una cantante ma è una attrice con una preparazione a tutto tondo che ha saputo sostenere egregiamente, con professionalità simpatia e infaticabilità, una performance di canto, ballo e recitazione mimica, oltretutto sfoggiando una fisicità invidiabile e perfetta (la tutina che indossava era di un tessuto al cardiopalma che non lasciava scampo!). Brava, anzi bravissima; ideazione coreografica bella, anzi bellissima; ma il pezzo era lungo, anzi lunghissimo.
La prolissità è stata a nostro giudizio il punto dolente dell’intera cerimonia, che avrebbe meritato in generale un ritmo più spumeggiante e incisivo. Prolissità tramutata in logorroicità dai telecronisti: il direttore di Rai Sport Paolo Petrecca (dopo la sostituzione in fretta e furia del maldestro Bulbarelli reo di aver spoilerato una sorpresa), lo scrittore Fabio Genovesi e la campionessa olimpica Stefania Belmondo, che pareva messa lì allo scopo di toglierle la parola di bocca e che ha resistito agli assalti verbali con signorilità e tenacia sportiva. Non vogliamo citare le numerose gaffe perché gli incidenti di percorso possono capitare a chiunque (però a questi livelli non dovrebbero). Non abbiamo apprezzato la mancanza di limite alla verbosità, il non avere commentato ma l’essersi sovrapposti indistintamente a pause e a momenti clou, a coreografie musiche parole e discorsi. “La brevità è gran pregio” canta nella sua Bohéme Puccini (quello vero, non il bubblehead).
Memori di questa regola preziosa, anche noi veniamo alla parte finale delle nostre righe. Abbiamo lasciato per ultimo quello che è stato il passaggio migliore e più significativo della cerimonia: il filmato di un tipico tram meneghino sul quale sono saliti sportivi con gli attrezzi e orchestrali con gli strumenti. E dei bambini, uno dei quali ha perduto il suo pupazzetto mascotte dei Giochi, raccolto e riconsegnato al piccolo da un passeggero speciale, il Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella. Se il filmato era da 10+, l’intervento del Presidente è stato da 30 e lode. Sempre perfetto nel bilanciare la carica istituzionale con l’umanità, la serietà con la simpatia, senza eccessi ma con incisività. Un Presidente di cui l’Italia è orgogliosa, come aveva già dimostrato il “bis” che il Teatro alla Scala gli chiese a gran voce anni fa, quando sembrava che non avesse intenzione di accettare il secondo mandato. E come è stato confermato in questa occasione dal boato festoso che ha accolto il suo ingresso nello stadio.
Infine ci permettiamo una digressione sportiva che di certo ci renderà impopolari. Perché il calcio deve comparire su tutto, come quelle foglioline di prezzemolo che si usavano negli anni 70 per guarnire qualsiasi piatto, dolce o salato? Sia chiaro, grande stima per Giuseppe Bergomi e Franco Baresi incaricati di portare la fiaccola olimpica dentro lo stadio. Ma questi sono i giochi invernali e il calcio non è nemmeno una disciplina olimpica. Perché nel video alla guida del tram c’era il motociclista Valentino Rossi? Bravissimo anche come attore, uno dei più grandi campioni di ogni tempo, di una simpatia travolgente. Ma crediamo che i nostri campioni olimpici di sport invernali avrebbero meritato di monopolizzare la scena. E perché nella sfilata di medagliati a Milano e a Cortina, a Gustav Thoeni non è stato assegnato un posto ancora più di riguardo? Si, va bene, lo abbiamo capito, c’era una simbologia: il passato dello sci che consegnava il testimone al presente. Ma una leggenda vivente come il leader della “Valanga Azzurra” avrebbe meritato un surplus di considerazione. Perché non allargare la rosa attingendo, per citare un esempio fra i molti possibili, ai medagliati del pattinaggio di figura? Questa era la giornata degli sport olimpici invernali e nulla avrebbe dovuto essere “scippato” a queste discipline che faticano a conquistarsi la meritata visibilità durante tutto l’anno.
A sunto conclusivo, vogliamo estendere il giudizio espresso dal Guardian, che ha centrato perfettamente la situazione scrivendo che il successo dello show inaugurale non va misurato sui singoli episodi ma sull’insieme, e ha parlato di uno stile italiano che non è solo senso di appartenenza a un territorio, ma molto di più. Aggiungiamo noi, un successo raggiunto grazie anche alla capacità di creare armonia in un insieme apparentemente eterogeneo e disordinato, espressione più alta della creatività italiana che tutto il mondo ci invidia, anche chi si finge detrattore.
Commento di Maria Luisa Abate
Visto in televisione il 6 febbraio 2026
L’immagine proviene da un post sulla pag Facebook di Milano Cortina 2026
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