Di Maria Luisa Abate. Mantova, Tempo d’Orchestra: concerto memorabile, comunione di parola e pensiero, di Ilya Gringolts e Lawrence Power, violino e viola.

Una sottile pioggerellina gelida, la città svuotata, chiuse le saracinesche dei negozi a fine giornata. Una di quelle nottate in cui, come massima aspirazione, non vedevamo l’ora di accoccolarci nei caldi velluti di un teatro. Pareva, sulla carta, un concerto come tanti, in linea con gli alti standard qualitativi cui ha abituato Oficina OCM nella stagione Tempo d’Orchestra. Ma i musicisti non sono macchine e alcune fortunate volte si trovano in stato di grazia. Però imbattersi in una serata in cui tutti – solisti, direttore, orchestra – sono in tale condizione paradisiaca, è circostanza assai rara, anche se sospettiamo possa essersi verificata in tutte le tappe compiute da questa formazione d’eccellenza in diverse città, oltre a Mantova di cui noi scriviamo. Un concerto che ci si è impresso nel ricordo e prima ancora nello spirito; che si è insinuato piano piano sottopelle per poi esplodere e donare, all’ascolto, uno stato di beatitudine pura. Ciò, non a solo giudizio nostro ma di chiunque: pubblico locale e giunto da fuori per l’occasione, critici ed esperti, appassionati e palati fini, Tutti concordi sulla straordinarietà della serata. Uscendo, la frase ricorrente, di genuina schiettezza, era l’entusiastico “Hai sentito che roba?”.

Si, abbiamo sentito! Un suono puro, cristallino, smaltato, d’una vividezza abbacinante, un gioco di arabeschi tra il violino di Ilya Gringolts e la viola di Lawrence Power. Una osmosi di intenti condivisa con la direzione ispirata di Friedrich Haider, alla quale l’Orchestra da Camera di Mantova si è abbandonata con fiducia ma senza sottomissione, mantenendo un ruolo espressivo attivo, che il direttore ha sviluppato al meglio.

L’incanto si è avuto con la Sinfonia concertante K 364, che i musicologi giudicano “perfetta” tra quelle composte da Wolfgang Amadeus Mozart. Gringolts e Power l’hanno posta sotto una luce brillante eppure mai sfacciata, calzante come un guanto sul particolare edificio mozartiano e trovando un equilibrio piuccheperfetto tra la profondità d’intenti propria di una sinfonia e la leggerezza espositiva richiesta dallo stile concertante, in questo brano non dimentico d’una maturità espressiva che è la vera chiave di lettura. Per fare ciò, i due hanno giostrato come poche volte abbiamo udito sui rispettivi archi, traendone cangianze timbriche e coloristiche, tra bagliori d’oro zecchino e smorzature traslucide, tra rivelazioni gioiose e momenti più raccolti ma mai cupi, sempre posti sotto il “cielo stellato” d’una ariosa vitalità espositiva.

E se Mozart qui riserva grande attenzione allo sviluppo tematico affidandolo al dialogo tra i due strumenti solisti, Gringolts e Power hanno spinto in avanti il concetto stesso di dialogo, sfrondandolo di qualsiasi formalismo ed elevandolo a logos, come inteso nella filosofia greca unione di parola e pensiero.  

La voce scura della viola e quella chiara del violino, superando ogni possibile conflittualità, si sono rincorse, si sono passate l’un l’altra il testimone della narrazione, si sono a volte sovrapposte fino a diventare stupefacentemente indistinguibili per poi ri-diversificarsi, dando vita a un rapporto fluido zampillato da una medesima sorgente ispirativa. Due strumenti, quindi, e un’unica voce dalla duplice anima, che hanno trovato sensibile interlocutore nell’Orchestra da Camera di Mantova, principalmente tra oboi e corni.

Il bis è volato come un lampo, con la consapevolezza che l’incanto di lì a poco sarebbe svanito: ancora Mozart, con l’Adagio dal Duo per violino e viola n. 1 in sol maggiore K 423.

Uscite di scena le superstar, la serata è stata lungi dal prendere una piega calante. Ha pensato a tenere viva l’atmosfera ricettiva che si era creata al Teatro Bibiena, Friedrich Haider alla guida dell’OCM, nell’esecuzione della Sinfonia n.4 “Italiana” di Felix Mendelssohn-Bartholdy, «il lavoro più gaio che io abbia finora composto» scriveva l’autore. Gaiezza, inframezzata dalla parentesi di serena malinconia dell’andante, tradotta in un suono garbatamente vivace dal direttore, proteso alla festosa scorrevolezza del costrutto architettonico e alla cantabilità dello stesso. A lui ha risposto l’Orchestra, prodiga in accenti attentamente calibrati e maestra nelle loquaci arcate del fraseggiare, prima di lasciarsi contagiare dalla frenetica allegria del “saltarello” finale, riscrittura colta di una danza popolare, in un tripudio sonoro che ha mandato il pubblico in visibilio.

La serata è stata dedicata ad Angelo Foletto, musicologo divulgatore e critico, scomparso alcuni giorni prima.   

Recensione di Maria Luisa Abate
Mantova, Teatro Bibiena – Tempo d’Orchestra, 2 febbraio 2026
Foto MiLùMediA for DeArtes

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