Di Vincent Cipriani. Parigi, Opéra Bastille: profondamente umana la lettura registica di Calixto Bieito. Keri-Lynn Wilson dirige con ritmo veloce e effervescente. Cast di eccellenza.

All’uscita dall’Opera dopo la rappresentazione di Carmen, una studentessa in laurea magistrale di mediazione culturale mi chiede di concederle un colloquio. Tra le domande poste: «Pensa che il pubblico si aspetti la stessa cosa dallo spettacolo oggi e al momento della sua creazione nel 1875?». Il succo di queste domande era chiaro: cosa ha ancora da dirci Carmen, oggi? Cosa hanno ancora da dirci, nel mondo d’oggi, queste opere più che centenarie, riproposte di stagione in stagione sui palcoscenici di tutti i grandi teatri del mondo?

Non si va certo a vedere questa produzione di Carmen, creata quasi trent’anni fa e in scena all’Opéra Bastille dal 2017, per scoprire qualcosa di nuovo. Ma va detto che non si trascorre comunque un momento spiacevole, poiché la produzione permette a interpreti la cui eccellenza non è più da dimostrare di dispiegare il loro talento, e la messa in scena ha il vantaggio di fare completamente a meno dei cliché che spesso circondano l’opera.

Infatti, niente scenografie monumentali, niente colori sgargianti, niente esotismo ispanico: a parte la bandiera spagnola che sventola al centro del palcoscenico nel primo atto, l’azione si svolge in uno spazio indefinito ed essenzialmente spoglio. Una cabina telefonica e un pennone con bandiera nel primo atto, un’auto per rappresentare la taverna di Lillas Pastia, sei o sette auto e sacchi a pelo per il covo dei contrabbandieri, e un palcoscenico completamente vuoto per l’ultimo atto. Molto spesso è il coro stesso a fungere da scenografia, come nel primo atto, dove lo spazio è strutturato dagli spostamenti dei soldati, così come nell’ultimo atto, dove la folla entusiasta si accalca sul proscenio, dando l’impressione di trovarsi alle porte dell’arena. La scenografia di Alfons Flores coinvolge quindi lo spettatore, lasciandogli tutto lo spazio per dare vita con la sua immaginazione ai luoghi in questione.

I costumi di Mercè Paloma collocano la trama in un periodo indefinito della seconda metà del XX secolo, con abiti dall’aspetto vintage e “casual”: la folla del quarto atto indossa magliette e tute, Don José è in jeans, e Carmen non ha il vestito rosso sgargiante che spesso le viene attribuito; se nel terzo atto indossa uno scialle rossastro, per la maggior parte del tempo riveste abiti scuri e sobri.

La messa in scena di Calixto Bieito cerca quindi di spogliare la trama, offrendone una lettura prosaica e profondamente umana. Così, il personaggio di Carmen si mostra certamente molto affascinante, ma non rimanda affatto alla figura stereotipata della giovane seduttrice-manipolatrice: è una Carmen umana, ordinaria, sobria, di cui ci si innamora facilmente, ma che non è circondata dall’alone mistico, sensuale ed erotico che si immagina quando si pensa comunemente al personaggio. Allo stesso modo, le luci di Alberto Rodriguez Vega privilegiano atmosfere cupe e disincantate.

La Maestra Keri-Lynn Wilson dirige l’Orchestra dell’Opéra National de Paris proponendo una lettura della partitura in linea con le scelte della regia: il ritmo è veloce, le melodie effervescenti, ma l’insieme non indulge in una grandiosità falsamente allegra.

La Carmen di Stéphanie d’Oustrac è seducente sia dal punto di vista vocale che della recita: sfoggia un timbro maturo e cupo, una linea melodica sicura e consapevole, il tutto con un impegno scenico impeccabilmente appassionato. Il suo amante suo malgrado, Don José, è interpretato da Russell Thomas, la cui voce appare leggermente tesa nel primo atto, ma acquista poi nettamente più colore ed espressività; il tenore è davvero toccante nella sua recitazione, ricordando costantemente che il suo personaggio è solo una vittima intrappolata da Carmen. L’Escamillo di Erwin Schrott appare sotto le sembianze di un torero pieno di testosterone che gonfia il petto, e la cui voce calda si esprime in belle intonazioni e attacchi potenti.

Amina Edris, che abbiamo potuto ammirare nel ruolo principale di Manon di Massenet sullo stesso palcoscenico dell’Opéra Bastille nel maggio 2025, nonché all’Opéra-Comique ne Les Contes d’Hoffmann di ottobre 2025 (Recensione Italiano Français vedi qui), interpreta qui una Micaëla profondamente commovente, grazie al suo vibrato serrato, alla sua linea melodica fluida e alla leggerezza del canto. La sua aria del terzo atto, «Je dis que rien ne m’épouvante», le è valsa in particolare un applauso molto entusiasta da parte del pubblico.

Per quanto riguarda Zuniga, Vartan Gabrielian gli conferisce una voce da basso tenebrosa, argentea, scolpita nella roccia. Florent Karrer, nel ruolo del Dancaïre, presenta una linea vocale raffinata e una dizione chiara; e il suo compagno Remendado, interpretato da Loïc Félix, si distingue per una voce rotonda e una proiezione naturale. Un altro duo, Frasquita e Mercédès, è interpretato rispettivamente da Margarita Polonskaya e Seray Pinar, le cui voci si intrecciano con leggerezza ed espressività. Il cast conta infine sul convincente Moralès di Florent Mbia e su Michel Duperial nel ruolo parlato di Lillas Pastia.

Va detto anche qualcosa su un personaggio essenziale: il Coro dell’Opéra National de Paris, preparato da Ching-Lien Wu, particolarmente sollecitato in quest’opera. Il coro femminile è assolutamente impeccabile; anche il coro maschile dei soldati del primo atto dimostra una bella forza e un’ottima presenza scenica, anche se si possono rimpiangere alcuni difetti di ritmo, dove i cantanti sono talvolta in ritardo di una battuta rispetto alla buca. Per quanto riguarda i giovani cantanti della Maîtrise de Radio France, non si può che ammirare la loro impeccabilità: bellissimo coinvolgimento scenico, precisione millimetrica, suono cristallino, impressionante padronanza delle sfumature, a testimonianza dell’eccellente preparazione di Marie-Noëlle Maerten.

Quindi, alla fine, Carmen ha ancora qualcosa da dirci? Anche se non si può fare a meno di desiderare che il repertorio dell’Opéra National de Paris (e, a dire il vero, di molti altri grandi teatri lirici) lasci più spazio a opere veramente nuove, bisogna riconoscere che le opere secolari che hanno dato prova di sé continuano ad affascinarci.

Recensione di Vincent Cipriani
Visto il 10 febbraio 2026 all’Opéra National de Paris – Bastille.
Foto © Benoite Fanton /OnP

AVVERTENZA

È fatto divieto a giornali e blog di pubblicare integralmente o parzialmente questo articolo o utilizzarne i contenuti senza autorizzazione espressa scritta della testata giornalistica DeArtes (direttore@deartes.cloud ).
La divulgazione è sempre consentita, liberamente e gratuitamente sui rispettivi canali, a Teatri, Festival, Musei, Enti, Fondazioni, Associazioni ecc. che organizzano od ospitano gli eventi, oltre agli artisti e agli autori direttamente interessati.
Grazie se condividerete questo articolo sui social, indicando per cortesia il nome della testata giornalistica DeArtes e il nome dell’autore.



FRANÇAIS

En sortant de l’Opéra après la représentation de Carmen, une étudiante en master de médiation culturelle m’aborde et me sollicite pour un entretien. Parmi les questions posées : « Pensez-vous que le public attende la même chose du spectacle aujourd’hui et lors de sa création en 1875 ? ». La substantifique moelle de ces questions était claire : qu’est-ce que Carmen a encore à nous dire, aujourd’hui ? Qu’ont encore à nous dire, dans le monde d’aujourd’hui, ces opéras plus que centenaires repris de saison en saison sur les scènes de tous les grands théâtres du monde ?

On ne va effectivement pas voir cette production de Carmen, créée il y a presque trente ans, et présente sur la scène de l’Opéra Bastille depuis 2017, pour découvrir quelque chose de nouveau. Mais il faut dire qu’on ne passe pas un moment désagréable pour autant, la production permettant à des interprètes dont l’excellence n’est plus à prouver de déployer leur talent, et la mise en scène ayant l’avantage de se passer tout à fait des clichés qui enserrent parfois l’œuvre.

En effet, pas de décor monumental, pas de couleurs virevoltantes, pas d’exotisme hispanisant : mis à part le drapeau espagnol qui flotte au milieu de la scène au premier acte, l’action se déroule dans un espace indéfini et essentiellement dépouillé. Une cabine téléphonique et une hampe à drapeau au premier acte, une voiture pour figurer la taverne de Lillas Pastia, six ou sept voitures et des sacs de couchage pour le repaire des contrebandiers, et un plateau entièrement nu pour le dernier acte. Bien souvent, c’est le chœur lui-même qui fait office de décor, comme au premier acte, où l’espace est structuré par les déplacements des soldats – de même qu’au dernier acte, où la foule enthousiaste se presse vers l’avant-scène, faisant naître l’impression de se trouver aux portes des arènes. La scénographie d’Alfons Flores fait donc appel à la participation du spectateur, lui laissant toute la place pour faire naître par son imagination les lieux dont il est question.

Les costumes de Mercè Paloma situent l’intrigue dans une période indéterminée de la deuxième moitié du XXe siècle, avec des habits d’apparence vintage et « casual » : la foule du quatrième acte arbore des T-shirts et survêtements, Don José est en jeans, et Carmen n’a pas de robe rouge éclatante comme on le voit souvent ; si elle porte au troisième acte un châle rougeâtre, elle revêt la plupart du temps des robes sombres et sobres.

La mise en scène de Calixto Bieito cherche donc à dénuder l’intrigue, en en livrant une lecture prosaïque et profondément humaine. Ainsi, le personnage de Carmen se montre certes très avenante, mais ne renvoie nullement la figure de la jeune séductrice-manipulatrice stéréotypée : c’est une Carmen humaine, ordinaire, sobre, dont on s’éprend facilement, mais qui n’est pas entourée du halo mystique, sensuel et érotique qu’on imagine lorsqu’on pense ordinairement au personnage. Les lumières d’Alberto Rodriguez Vega, de la même façon, privilégient les atmosphères sombres et désenchantées.

À la baguette, la cheffe Keri-Lynn Wilson dirige l’Orchestre de l’Opéra National de Paris en proposant une lecture de la partition en cohérence avec les choix de la mise en scène : le rythme est rapide, les mélodies effervescentes, mais l’ensemble ne s’adonne pas à une grandiloquence faussement enjouée.

La Carmen de Stéphanie d’Oustrac est aussi séduisante sur le plan vocal que dans le jeu : elle déploie un timbre mature et sombre, une ligne mélodique assurée et assumée, le tout dans un investissement scénique irréprochablement passionné. Son amant malgré lui, Don José, est interprété par Russell Thomas, dont la voix apparaît légèrement tendue au premier acte, mais gagne nettement par la suite en couleur et en expressivité ; le ténor apparaît réellement touchant dans son jeu, rappelant constamment que son personnage n’est qu’une victime prise au piège par Carmen. L’Escamillo d’Erwin Schrott apparaît sous les traits d’un torrero plein de testostérone bombant le torse, et dont la voix chaleureuse s’épanouit en de belles intonations et des attaques puissantes.

Amina Edris, qu’on avait pu admirer dans le rôle-titre de Manon de Massenet sur la même scène de l’Opéra Bastille en mai 2025, ainsi qu’à l’Opéra-Comique dans Les Contes d’Hoffmann en septembre 2025 (PARIGI Recensione Italiano FrançaisLes Contes d’Hoffmann), incarne ici une Micaëla profondément émouvante, grâce à son vibrato serré, sa ligne mélodique fluide, et la légèreté du chant. Son air du troisième acte, « Je dis que rien ne m’épouvante », lui a notamment valu des applaudissements fort enthousiastes du public.

Quant à Zuniga, Vartan Gabrielian lui donne une voix de basse ténébreuse, argentée, sculptée dans la roche. Florent Karrer, dans le rôle du Dancaïre, présente une ligne vocale raffinée et une diction claire ; et son comparse le Remendado, sous les traits de Loïc Félix, se distingue par une voix ronde et une projection naturelle. Autre duo, Frasquita et Mercédès sont respectivement interprétées par Margarita Polonskaya et Seray Pinar, dont l’entremêlement des voix se fait en toute légèreté et expressivité. La distribution compte enfin sur le convaincant Moralès de Florent Mbia, ainsi que sur Michel Duperial dans le rôle parlé de Lillas Pastia.

Il convient de dire un mot également d’un personnage absolument essentiel : les Chœurs de l’Opéra National de Paris, préparés par Ching-Lien Wu, particulièrement sollicités dans cet opéra. Le chœur féminin est absolument irréprochable ; le chœur des soldats du premier acte fait également preuve d’une belle force et d’une belle présence scénique, même si on peut regretter des défauts de rythme, où les chanteurs sont parfois en décalage d’un temps avec la fosse. Quant aux jeunes chanteurs de la Maîtrise de Radio France, on ne peut qu’admirer leur sans-faute : très belle implication scénique, justesse millimétrique, son cristallin, maîtrise impressionnante des nuances, faisant état d’une excellente préparation par Marie-Noëlle Maerten.

Ainsi, en fin de compte, est-ce que Carmen a encore quelque chose à nous dire ? Même si on ne peut s’empêcher de souhaiter que le répertoire de l’Opéra National de Paris (et, à vrai dire, de beaucoup d’autres grandes maisons d’opéra) laisse davantage de place à des œuvres véritablement nouvelles, il faut bien reconnaître que les opéras centenaires ayant fait leurs preuves continuent à nous charmer

Critique de Vincent Cipriani
Vu le 10 février 2026 à l’Opéra National de Paris – Bastille.
Photo Foto © Benoite Fanton /OnP

AVERTISSEMENT
Il est interdit aux journaux et aux blogs de publier cet article en tout ou en partie ou d’utiliser son contenu sans l’autorisation écrite expresse du journal DeArtes (direttore@deartes.cloud).
La divulgation est toujours autorisée, librement et gratuitement sur les réseaux respectifs, aux Théâtres, Festivals, Musées, Institutions, Fondations, Associations, etc. qui organisent ou accueillent les événements, en plus des artistes directement impliqués.
Nous vous remercions si vous partagez cet article sur les réseaux sociaux, et vous
prions d’indiquer le nom du journal DeArtes et le nom de l’auteur.