Recensione di Maria Luisa Abate. Mantova, Tempo d’Orchestra. Mario Brunello ‘leopardiano’ spinge oltre l’orizzonte la voce del violoncello, accostando 700 e 900, Bach e Weinberg.
Mancava la montagna, a Mantova. Mancavano le guglie di roccia dolomitica stagliate contro il cielo e mancavano i prati erbosi dai quali spesso si è elevato il suono di Mario Brunello. Diversa la cornice ma il quadro era quello di sempre: nella piatta rigogliosa Pianura Padana il celebre violoncellista si è inerpicato agilmente su vette artistiche, circondato dal contesto acusticamente appagante del Teatro Bibiena. Brunello porta da anni la classica in alta quota, cercando un contatto con la Natura e instaurando un dialogo schietto tra musica e silenzi. Ciò, pur credendo in Cage quando affermava che il silenzio non esiste. Per Brunello, il vuoto, che si trovi in montagna o tra i velluti d’un teatro, è lo stimolo per sondare cosa ci sia oltre il limite, fin dove sia possibile spingere il suono. Motivato dall’esigenza di entrare in connessione con la parte più profonda e naturale di sé, quella dalla quale scaturisce la sua musica.

Impugnato il microfono, Mario Brunello si è dilungato nell’introdurre uno dei due autori in programma, al quale negli ultimi anni ha contribuito a dare meritata notorietà: Mieczysław Weinberg (1919-1996), d’origine ebrea polacca poi trasferitosi nell’Unione Sovietica, che subì le persecuzioni antisemite durante il secondo conflitto mondiale e negli anni successivi. «Considero un dovere morale scrivere sulla guerra, sugli orrori che hanno colpito l’umanità nel nostro secolo» diceva Weinberg, il cui stile compositivo si rifaceva dichiaratamente al modello Šostakóvič. In questo concerto, Brunello lo ha accostato a Johann Sebastian Bach (1685 – 1750) in un confronto ardito ma non stridente come sarebbe potuto sembrare sulla carta, evidenziandone le affinità intellettive ma anche ponendo tra i due quella che, in altre occasioni, egli stesso ha definito «la giusta distanza». Un concerto per intenditori, per orecchie esperte, a scrivere un’altra pagina da non dimenticare nella Stagione Tempo d’Orchestra.
Avevamo ascoltato Brunello a Mantova nell’anno 2021, in un formidabile duo con Giovanni Sollima (recensione vedi qui). Già allora di Brunello avevamo lodato l’approccio ragionato, volto alla ricerca di ogni tipo di sonorità possibile per le corde del suo Maggini dei primi del Seicento, nonché la propensione alla riflessione interiore, che nella presente circostanza si è tradotta in un suono forbito, foriero di panorami metaforici. Un colloquio serrato e colto tra il suo strumento e il silenzio, tra il musicista e l’infinito, inteso in senso leopardiano.
Il concerto ha avuto inizio con la Suite per violoncello di Bach, la n.1 delle sei che scrisse, seguita in apertura della seconda parte del programma dalla Suite n. 2. Brunello ha affrontato Bach con padronanza e con una attenta ricerca sul suono resa possibile dalla straordinaria padronanza tecnica, personalizzando, ma senza rinnegarla, la tradizione esecutiva. Facendo esattamente ciò che nelle note di sala Riccardo Dal Mas attribuisce al Maestro di Eisenach, cioè innovare senza tradire il passato, carpire i punti chiave per poi distaccarsene. L’esecutore Brunello, quindi, come il compositore Bach: invenzione e tecnica. E virtuosismo, sgorgato con naturalezza a sviscerare sia i cromatismi bachiani sia le possibilità timbriche dello strumento, spingendo oltre (la siepe leopardiana) la ricerca concettuale sul dettato musicale settecentesco, affrontato con profondità intellettuale e leggerezza di spirito in un dialogo personale e intimo, più disteso nella n.1 in tonalità maggiore, e più austero ma non privo di riverberi di luce nella n. 2 in tonalità minore.

Il Novecento di Weinberg ha chiuso sia la prima che la seconda parte del programma, con le Sonate per violoncello solo n. 1 e n. 3. All’inizio di serata Brunello aveva spiegato che come Pirandello ha portato il teatro dentro al teatro, così Weinberg ha portato la musica nella musica. Anzi di più: «Weinberg ha portato il teatro nella musica». Ha aggiunto che questi brani sono caratterizzati da straordinarie soluzioni polifoniche e contrappuntistiche che «danno soddisfazione a chi suona». Un abbraccio continuo con la tradizione musicale popolare moldava polacca e russa, in Brunello venato da un substrato riflessivo che si è caricato di tensione emotiva nell’affrontare gli arditi cromatismi. «Una musica che mi ha parlato da subito».
Per Weinberg cambio d’archetto, rispetto a Bach, alla ricerca di un suono più asciutto, essenziale, che se nella parte centrale della Sonata n. 1, l’Allegretto, ha trovato una moderata positività, si è tinto di colori ferrigni nella n. 3, sfociata in pianto mai liberatorio, in urlo di dolore interiore irrisolvibile, come insanabili sono le ferite subite dall’Umanità in guerra. Una sofferenza globale di cui Brunello si è fatto democratico portavoce, in una strabiliante moltiplicazione di voci, come se il suo violoncello fosse in grado di evocare i molteplici tributi di un’intera orchestra. Una coralità, del solista, che ha nuovamente posto in stretta correlazione Bach e Weinberg evidenziandone la medesima creatività visionaria, pur mantenendo tra le due personalità un sacrale distacco.
Due bis richiesti a furor di teatro hanno nuovamente creato un parallelo gli stili dei compositori e nuovamente sottolineato l’approccio lucidissimo dell’esecutore: un Preludio di Weinberg da Šostakóvič e una Allemanda di Bach.
Recensione di Maria Luisa Abate
Mantova, Teatro Bibiena – Tempo d’Orchestra 12 febbraio 2026
Foto MiLùMediA for DeArtes
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