Recensione di Maria Luisa Abate. MantovaTeatro: la colpevole è la vittima. Il preliminare processuale a una donna diventa processo alla società. Convince la pièce con la regia di Fabrizio Coniglio.
Prima ancora di entrare in sala si poteva intuire che il titolo “Pazza” si riferiva a una presunta tale, o per lo meno a una situazione psicologicamente complessa. Tuttavia il titolo non era uno “spoiler” perché la trama era ricca di capovolgimenti di prospettiva e mai è venuta meno la tensione drammatica, sia in scena che tra il pubblico. La pièce si è dipanata con suspence quasi da giallo, alternando risvolti noir a sprazzi d’umorismo caustico.
Una escort è accusata d’aver assassinato un suo cliente. L’omicidio non è mai negato e non è il fulcro della vicenda. La donna è ritenuta malata di mente dalla sua famiglia e lo psichiatra vuole internarla e sottoporla a trattamenti coatti. Dovrà dimostrare al giudice di essere nel pieno delle sue facoltà mentali per poter affrontare il processo che la vede imputata. Ci troviamo di fronte a una vittima, pur se rea di omicidio. Vittima di giudizi spiccioli e di falsi moralismi; vittima di benpensanti non scevri da colpe. Nel corso della pièce troveranno risposta tanti interrogativi. Perché pur provenendo da un’ottima famiglia Claudia Draper ha deciso di vivere la sua esistenza da prostituta di lusso? Perché soddisfaceva ogni desiderio dei suoi clienti ma si è ribellata a un’unica specifica richiesta reagendo con un assassinio? Perché odia la madre ancor più del padre adottivo? Tutto troverà risposta proprio nel genitore che si scoprirà aver avuto atteggiamenti sessuali inappropriati nei confronti della figlioccia, all’insaputa della moglie.
In realtà a essere sotto processo non è la “pazza” ma la società moralista pronta a giudicare e condannare sulla base semplicistica delle apparenze.
Tom Topor è un drammaturgo nato nel 1983 a Vienna, trasferito l’anno successivo a Londra, poi naturalizzato statunitense, e vive a New York. La lunga esperienza di reporter presso un giornale tra i più famosi al mondo, che lo inviava nelle aule dei tribunali, nelle stazioni di polizia oppure negli ospedali psichiatrici, ne ha indirizzato la carriera di romanziere e sceneggiatore verso drammi di natura psicologica e crimini a sfondo sessuale. I suoi lavori gli hanno dato fama, sia quando sono stati rappresentati a Broadway, sia in versione cinematografica. “Pazza”è stata portata sul grande schermo nel 1987 da Barbara Styreisand e Richard Dreyfuss a capitanare un cast stellare.

La fortunata versione teatrale, con la drammaturgia di Piermario Vescovo e l’adattamento al contesto italiano, prodotta da La Contrada Teatro Stabile di Trieste, sta circuitando da circa un anno e ha fatto tappa al Teatro Sociale di Mantova, nella Stagione di prosa promossa dalla Fondazione Artioli, registrando il consueto pienone.
“Pazza” unisce i toni del dramma a quelli della commedia, i colpi di scena a una concatenazione logica nello sviluppo della trama. La situazione, sia sotto l’aspetto giudiziario sia sotto quello freudiano, pare precipitare verso l’abisso e i toni si fanno sempre più accesi, poi improvvisamente l’ottica si ribalta, come se fosse la storia a riscrivere se stessa, instillando dubbi e insegnandoci che spesso le situazioni e le persone non sono quelle che sembrano. Tanto che infine il pubblico si trova a parteggiare, perfino a empatizzare, per la rea di omicidio.
Come sottolineato nelle note accompagnatorie, lo spettacolo parla di condizione femminile, di violenza, di discriminazione. Ma noi ancor più ci abbiamo visto il pregiudizio, il catalogare una persona sulla base delle apparenze e l’unico che crede alla donna riuscirà a smontarle, restituendole quella dignità che aveva perso.
Un allestimento efficace firmato da Fabrizio Coniglio, regista e attore. Presente in scena nelle vesti dello psichiatra, ha svolto questa funzione anche nella regia, ovviamente con modi diversi e intenti opposti. Se il personaggio dello psichiatra è il maggior nemico di Claudia Draper e, accecato dall’autoreferenzialità, la ritiene senza ombra di dubbio una matta da internare, invece il regista ha dissezionato psicologicamente la sua controversa eroina, ne ha mostrato i lati oscuri e quelli luminosi, ne ha sottolineato la fragilità e la tempra, mettendo sul piatto della bilancia le colpe e le ingiustizie che ha subito.
L’impianto scenografico (di Gaspare De Pascali, luci Bruno Guastini, sound designer Enza De Rose) mostrava alte pareti grigiastre sulle quali il cartello con la scritta “La Legge è uguale per tutti” continuava a schiodarsi e finire sbilenco. Su un lato, una macchina distributrice di caffè funzionava solo con la classica botta sul lato. Targa e distributore necessitavano dell’intervento umano per ritrovare il proprio funzionamento corretto, proprio come è accaduto alla protagonista, che piano piano ha fatto crollare i muri immaginari che aveva eretto a protezione attorno a sé, fino a fidarsi del suo avvocato, fino a trovare un inizio di riconciliazione con la madre.

Vanessa Gravina con sapienza attoriale e profondità espressiva, ha alternato scatti d’ira e barlumi di dolcezza vestendo i panni della squillo omicida, nascondendone le piaghe psicologiche sotto una patina di aggressività. Una notevole prova attoriale fatta di gesti incisivi ed espressioni ben calibrate, tra scatti d’ira e repentine quieti; forte di un vasto e significante sfoggio di inflessioni e accenti di voce (nonostante una piccola sporcatura di dizione), in cui i silenzi sono risuonati con la medesima potenza delle parole. Ferita dalla vita e dagli affetti negati, Claudia Draper riuscirà infine a far pace prima di tutto con se stessa. Vanessa Gravina infatti, con intelligenza teatrale, ha saputo tramutare l’aula di giustizia in un tribunale interiore, in cui il giudice era l’imputata, chiamata a inquisire sentimenti fino a quel momento relegati nella parte più buia del proprio subconscio. Indi costretta a un’apertura al mondo dall’arbitro implacabile che era lei stessa.
Il primo, e inizialmente l’unico, a capirla, a scommettere su di lei, a considerarla non solo sana di mente ma anche molto intelligente e in grado di difendersi, il legale Aaron Levinsky, Nicola Rignanese nel ruolo co-protagonistico sostenuto con incisività (peccato non avere ricevuto sue foto a corredare queste nostre righe, se non quella degli applausi conclusivi) e che con il suo muoversi incessante e nervoso sul palco ha contribuito al ritmo scenico. Abilissimo nel mostrarci un avvocatucolo di scarsa fama avvezzo a fare il difensore d’ufficio, che però svolge la professione con serietà e coscienza e si prende a cuore il caso. È lui il vero psicologo della situazione, è lui a smontare mattone su mattone il castello di preconcetti che imprigiona la sua assistita, è lui il solo a mostrare autentico interesse per la “pazza”. Ed è grazie a lui, oltre al giudice coscienzioso, che il cartello “La Legge è uguale per tutti” resterà finalmente dritto nella sua posizione.

Il magistrato è stato impersonato da Davide Lorino con la dovuta autorevolezza; pur trovandosi sommerso dalle scartoffie, disturbato dai rumori dei lavori in corso nell’aula a fianco, con i minuti contati a causa del superlavoro, aveva la volontà di arrivare a giudicare equamente. Infine i due genitori: Maurizio Zacchigna, apparentemente un ottimo pater familias che si scoprirà aver riservato attenzioni morbose alla piccola mascherandole sotto un finto accudimento; e la madre schiacciata da tutto e da tutti, che era all’oscuro della situazione, Paola Sambo splendidamente remissiva, il cui volto era una magnifica maschera impietrita dal dolore.
Un testo, del resto relativamente recente, che con sempreverde attualità apre una finestra sui pregiudizi della società pronta a ergersi a giudice supremo, su un perbenismo fasullo e cieco, sulle ombre che possono celarsi dietro la facciata di una famiglia borghese, sulla violenza fisica e prima ancora psicologica. Un testo che ci parla della forza che le donne sanno tirare fuori anche quando sono sole, non capite, non accettate, violate e disprezzate. Un inno alla tenacia delle donne che rivendicano il diritto di essere libere nel pensiero, nelle decisioni, nelle scelte di vita anche se scabrose. Donne che sanno tramutare la disperazione in forza. Donne che da perdenti diventano vincenti.
Recensione di Maria Luisa Abate
MantovaTeatro, teatro Sociale 11 febbraio 2026
Foto di Francesco Consolini
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