Recensione di Aurélie Chaffin. Parigi, Théâtre Petit Montparnasse.Tra storia e finzione, il teatro confonde le tracce e racconta la propria narrazione. Sold out dello spettacolo con la regia di Alexis Michalik.
Le Porteur d’Histoire, creato nel 2011 e insignito di due premi Molière nel 2014 (miglior autore, miglior regia), è in scena da quindici anni. Lo spettacolo continua ancora oggi a registrare il tutto esaurito ed è diventato un punto di riferimento imprescindibile del teatro privato parigino. Con oltre 4000 rappresentazioni in Francia e all’estero, porta gli spettatori in una caccia al tesoro attraverso le epoche, evocando una moltitudine di personaggi della storia di Francia, per svelare leggende dimenticate… o inventate?
La vicenda ci porta sulle tracce di Martin, che deve seppellire suo padre. Ciò che inizia come un peso familiare segna l’inizio di uno sconvolgimento inaspettato: riappare un taccuino dimenticato e con esso un enigma che attraversa i secoli. Quindici anni dopo, nel cuore del deserto algerino, una madre e sua figlia scompaiono senza lasciare traccia, risucchiate da una storia che le supera: si intrecciano così libri stranamente contrassegnati da un calice, un tesoro mitico, società segrete nascoste nell’ombra della Storia.

Sul palco, cinque attori impressionano per il loro talento e la versatilità della loro recitazione: ognuno di loro interpreta in media da tre a otto personaggi. Ciò è tanto più impressionante in quanto il cast varia regolarmente, costringendo gli attori a cambiare partner e a moltiplicare le loro capacità di adattamento: durante la nostra serata, Kevin Sinesi, Justin Blanckaert, Benjamin Alazraki, Chadia Amajod e Aurélia Poirier sono riusciti a riprodurre sul palco momenti di tenerezza, tensione ed emozione, dimostrando in ogni istante una perfetta alchimia tra di loro.
La messa in scena di Alexis Michalik è incredibilmente efficace: estremamente semplice, la scenografia consiste in una lavagna nera sullo sfondo del palcoscenico, cinque sgabelli che vengono continuamente spostati dagli attori ad ogni cambiamento di luogo, e due appendiabiti che sostengono l’intera collezione di costumi versatili ideati da Marion Rebmann. Man mano che la pièce procede, la lavagna viene ricoperta di parole scritte con gesso dai personaggi, titoli di libri, nomi di personaggi, che sembrano creare un’immagine incoerente prima che le trame si dipanino e rivelino un filo conduttore che collega il tutto. Questa semplicità permette al regista di giocare con il principio dell’illusione teatrale: chiede al pubblico di credere che quando lo sgabello cambia posizione, passiamo da un aereo al porto di Marsiglia, che quando un attore indossa una giacca diversa, passa da Alexandre Dumas a Martin. I giochi di luce, curati da Anaïs Souquet, consentono di passare dal deserto algerino ad un salotto francese del XIX secolo in modo fluido e chiaro.
Svelando apertamente ciò che solitamente rimane nascosto dietro le quinte (cambio di scenografia, costumi, personaggi), Alexis Michalik garantisce una narrazione dinamica che rivela una caccia al tesoro attraverso gli anni, i cui indizi si rivelano solo quando si inizia a crederci. Infatti, i personaggi iniziano a comprendere il mistero che li circonda solo quando accettano di credere alle “storie” raccontate, che poco a poco si intrecciano con quella che prima consideravano la verità storica.

Questo slittamento tra verità fattuale e finzione può funzionare realmente solo a condizione che lo spettatore si immerga con complicità in questa costruzione dell’illusione. Fin dall’inizio, i cinque attori si posizionano di fronte alla sala, rompendo la consueta quarta parete e confrontandosi con il pubblico, interrogandolo sulle date importanti della storia di Francia (Marignano, la presa della Bastiglia…). Pongono il principio fondante che stuzzica la curiosità dello spettatore: e se nella Storia ci fosse qualcosa di più delle date e degli eventi che ci insegna la scuola? E se la Storia fosse anche quella tradizione orale del racconto e della narrazione, che nasconde più verità di quanto si sospetti?
I personaggi continuano a porsi la domanda: Martin, quando incontra Alia e Jeanne, sua figlia, non smette mai di ripeterla. Credere o non credere? E soprattutto, a cosa credere? All’uomo che si presenta con l’unico talento di raccontare storie (da intendersi qui come bugie)? L’eredità familiare? La letteratura? Alexis Michalik, rendendo omaggio alle leggende orali come quella dei Saxes de Bourville o dei Lysistrata, mette in discussione tutte le definizioni di questa parola polisemica: storia. Si confrontano quindi la Storia con la S maiuscola, la storia letteraria e la storia leggendaria. E per confrontare queste domande, cosa c’è di meglio del teatro? Infatti, per noi questo spettacolo riprende la definizione stessa dei poteri del teatro: far credere a diverse realtà, diversi luoghi concomitanti, diversi personaggi che coincidono, mantenendo una narrazione appassionante, affascinante e coerente.
La messa in scena ludica ci mostra quindi il vero potere del teatro: interrogare il confine tra vero e falso, confondere le tracce per mettere in discussione i preconcetti. Tuttavia, la sua forza è anche una potenziale debolezza: richiede allo spettatore una maggiore attenzione in ogni momento, chiedendogli di essere intellettualmente attivo per collegare i fili della narrazione che continuano a intrecciarsi. Inoltre, i riferimenti alla storia e a personaggi famosi (Hugo, Dumas, Delacroix ecc.) possono essere incompresi e richiedono un pubblico con una cultura storica, artistica e letteraria relativamente importante. Lo spettacolo è quindi una scommessa, che punta sulla collaborazione del pubblico, e si rivela essere tutto o niente: nelle sale, la maggior parte delle persone è convinta, ma i sussurri regolari che commentano tra loro l’apparizione di un nuovo personaggio o il riferimento evocato di un evento indicano un bisogno di orientarsi.
Tutto sommato, nonostante questi rischi assunti da Michalik, se lo spettacolo funziona così bene è perché alimenta un sogno comune: rivelare la leggenda che attraversa le epoche, dando un senso a molti eventi, mettendo in discussione i retroscena di una verità ufficiale e offrendo alla nostra storia una coerenza che non ha necessariamente in modo naturale. Bisogna ammetterlo, il parere del pubblico è unanime: daremmo molto perché questa “storia” fosse più di una semplice narrazione teatrale…
Recensione di Aurélie Chaffin
Visto il 17 febbraio 2026 al Théâtre Petit Montparnasse (Paris)
Foto: https://www.theatremontparnasse.com/spectacle/le-porteur-dhistoire-reprise/
Trailer: https://www.youtube.com/watch?v=speaKTezb58
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FRANÇAIS

Le Porteur d’Histoire d’Alexis Michalik : Entre histoire et fiction, le théâtre brouille les pistes et raconte son propre narratif.
Le Porteur D’Histoire, créé en 2011 et couronné de deux Molières en 2014 (meilleur auteur, meilleure mise en scène) tourne depuis quinze ans. La pièce continue aujourd’hui d’afficher complet et est devenue une référence incontournable du théâtre privé parisien. Avec plus de 4000 représentations en France ainsi qu’à l’international, elle entraîne les spectateurs dans un jeu de piste à travers les époques, à la suite d’une multitude de personnages de l’histoire de France, pour révéler des légendes oubliées… ou inventées ?
L’histoire nous entraîne à la suite de Martin, qui doit enterrer son père. Ce qui commence comme un fardeau familial marque le début d’un bouleversement inattendu : un carnet oublié surgit, et avec lui, une énigme qui traverse les siècles. Quinze ans plus tard, au cœur du désert algérien, une mère et sa fille s’évanouissent sans laisser de trace, aspirées par une histoire qui les dépasse : se mêlent alors des livres étrangement marqués d’un calice, un trésor mythique, des sociétés secrètes tapies dans l’ombre de l’Histoire.
Sur scène, cinq acteurs impressionnent par leur talent et la versatilité de leur jeu : chacun d’entre eux joue en moyenne trois à huit personnages. Ceci est d’autant plus impressionnant que le casting varie régulièrement, obligeant les acteurs à changer de partenaires et multiplier leurs qualités d’adaptation : lors de notre soirée, Kevin Sinesi, Justin Blanckaert, Benjamin Alazraki, Chadia Amajod et Aurélia Poirier ont réussi à reproduire sur scène des moments de tendresse, de tension et d’émotion, ce qui prouve à chaque instant une alchimie entre comédiens parfaitement maîtrisée.
La mise en scène d’Alexis Michalik possède une efficacité folle : extrêmement simple, les décors consistent en un tableau noirdans le fond de la scène, cinq tabourets qui seront sans cesse déplacés par les acteurs à chaque changement de lieu de fiction et deux portants à vêtements supportant l’entièreté des costumes polyvalents pensés par Marion Rebmann. Au fur et à mesure de la pièce, le tableau noir sera couvert de mots écrits à la craie par les personnages, de titres de livres, de noms de personnages, qui semblent créer une image incohérente avant que les intrigues ne se démêlent et ne révèlent un fil rouge reliant le tout. Cette simplicité lui permet de jouer avec le principe d’illusion théâtrale : il demande au public de croire que quand le tabouret bouge de place, nous passons d’un avion à un port marseillais, que quand un acteur enfile une veste différente, il passe d’Alexandre Dumas à Martin. Les jeux de lumière, maîtrisés par Anaïs Souquet, permettent de passer du désert algérien au salon français du XIXème siècle de manière fluide et claire.
En dévoilant ouvertement ce qui est habituellement dissimulé dans les coulisses d’une pièce (changement de décor, de costumes, de personnages), Alexis Michalik assure une narration dynamique qui révèle un jeu de piste à travers les ans dont les indices ne se révèlent que lorsqu’on commence à y croire. En effet, les personnages ne commencent à comprendre le mystère qui les entoure qu’une fois qu’ils acceptent de croire aux “histoires” racontées, qui vont petit à petit se mêler à ce qu’ils considéraient auparavant comme la vérité historique.

Ce glissement entre vérité factuelle et fiction ne peut fonctionner réellement qu’à la condition que le spectateur s’immerge dans cette construction de l’illusion, qui se fait avec la complicité implicite du public. Dès le début, les comédiens se placent tous les cinq face à la salle, brisant l’habituel quatrième mur et confrontant le public, l’interrogeant sur les grandes dates de l’histoire de France (Marignan, la prise de la Bastille…). Ils posent le principe fondateur qui pique la curiosité du spectateur : et s’il y avait plus dans l’Histoire que les dates et événements que l’école nous apprend ? Et si l’Histoire, c’était aussi cette tradition orale du conte et du récit, qui cache plus de vérité que l’on ne le soupçonne ?
Les personnages ne cessent de poser la question : Martin, quand il rencontre Alia et Jeanne, sa fille, ne cesse d’ailleurs de l’entretenir. Croire ou ne pas croire ? Et surtout que croire ? L’homme qui se présente en ayant comme seul talent celui de raconter des histoires (à entendre ici comme bobards) ? L’héritage familial ? La littérature ? Alexis Michalik, en faisant honneur aux légendes orales comme celle des Saxes de Bourville ou des Lysistrata, va questionner toutes les définitions de ce mot polysémique : histoire. Se confrontent alors l’histoire avec un grand H, l’histoire littéraire et l’histoire légendaire. Et pour confronter ces questions, quoi de mieux que le médium théâtral ? En effet, pour nous cette pièce reprend la définition même des pouvoirs du théâtre : faire croire à plusieurs réalités différentes, plusieurs lieux concomitants, plusieurs personnages qui coïncident, tout en gardant une narration passionnante, envoûtante, et cohérente.
La mise en scène ludique nous montre alors le véritable pouvoir du théâtre : interroger la frontière entre vrai et faux, brouiller les pistes pour remettre en question les préconceptions. Cependant, sa force est aussi une faiblesse potentielle : elle exige du spectateur une attention redoublée à chaque instant, lui demandant d’être intellectuellement actif pour relier les fils de la narration qui ne cessent de s’entrecroiser. De plus, les références à l’Histoire et à des personnages connus (Hugo, Dumas, Delacroix etc) peuvent être incomprises et exigent un public avec une culture historique, artistique et littéraire relativement importante. La pièce est donc un pari, qui mise sur la coopération du public, et se révèle être quitte ou double : dans les salles, les gens sont majoritairement convaincus, mais les chuchotements réguliers commentant entre eux l’apparition d’un nouveau personnage ou la référence évoquée d’un événement indique un besoin de se repérer.
Au final, malgré les risques que prend Michalik, si la pièce marche aussi bien c’est parce qu’elle entretient un rêve commun : la légende qui parcourt les époques, donnant un sens à tant d’évènements, questionnant les dessous d’une vérité officielle et offrant à notre histoire une cohérence qu’elle n’a pas forcément naturellement. Il faut se l’avouer, les avis du public sont unanimes : on donnerait beaucoup pour que cette “histoire” soit plus qu’une narration théâtrale…
Critique de Aurélie Chaffin
Vu le 17 février 2026 au Théâtre Petit Montparnasse (Paris)
Photos : https://www.theatremontparnasse.com/spectacle/le-porteur-dhistoire-reprise/
Trailer: https://www.youtube.com/watch?v=speaKTezb58
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