Recensione di Diego Tripodi. Bologna,Comunale Nouveau: Alessandro Talevi alla regia legge i messaggi essenziali dell’opera di Verdi. Sonorità cameristiche nella direzione di Leonardo Sini.

È piuttosto noto che La Traviata sia l’opera in assoluto più allestita al mondo, supremazia plateale dovuta sia al valore assoluto di capolavoro sia al potente influsso culturale che essa ha esercitato sull’immaginario collettivo per generazioni sin dalla sua creazione. Privilegiata nel catturare i cuori dei pubblici più diversi, ma anche dei più diversi interpreti, essa rinasce puntualmente ravvivando felicemente la sua gloria. È infatti tornata anche a Bologna, al Comunale Nouveau, con la prima tenutasi la sera di sabato 21 febbraio e tutt’ora in replica sino al 1° marzo.

Per l’occasione la produzione recupera la regia di Alessandro Talevi, immaginata proprio per la precedente apparizione dell’opera sulle scene bolognesi nel 2022: ciò conferisce una certa simbolica circolarità, essendo stato l’allestimento allora modificato proprio per adattarsi alla sede provvisoria che, conclusa la stagione di quest’anno, si dovrebbe salutare per il ritorno a casa in Sala Bibiena.

Perché obbligata a confrontarsi con le necessità adattive di quattro anni fa, la regia per La Traviata bolognese è orientata a scelte di assoluta parsimonia, ma non per questo sacrificate o rinunciatarie nel cercare la propria lettura dei messaggi essenziali dell’opera.

Abbandonato il primigenio desiderio di riferirsi alle tinte scure del cinema espressionista tedesco (allusioni restano qui e là nelle proiezioni video di Marco Grassivaro e nei giochi di luce tendenzialmente tetri di Daniele Naldi), Talevi ha scelto per la sua terza interpretazione del dramma verdiano un’ambientazione moderna, liberamente riferita (cui contribuiscono i costumi di Stefania Scaraggi), più docile e concorde ai mezzi a disposizione, ma anche più efficace nel restituire un certo grado di purezza ideativa.

L’accento è posto sull’ambiguità morale dell’ambiente in cui si svolge l’azione, una società borghese moralista ma pervasa di pulsioni sfrenate e che dunque incanala questo conflitto nell’attrazione / repulsione per la vita trasgressiva di Violetta. Così, sin sulle note di rarefatta premonitiva mestizia del preludio, come da uno spioncino ricavato nello schermo, un occhio guarda con intenzione la protagonista svelarsi al pubblico da una conchiglia di ventagli piumati, novella Venere, in preparazione della sfrenatezza della festa nella prima scena; e ancora, nel terzo atto, Violetta morente, alle sue spalle un inquietante muro di uomini mascherati assiste alla catastrofe del dramma, per poi prorompere in un applauso lento, muto e cattivo allo stramazzare della poverina.

La scena poi, come si diceva, non si compone di molto: file di sedie comuni e una pedana circolare nel centro, ribalta per le tenzoni amorose del primo atto, contorno visivo del dilaniante secondo atto, persino piccolo palcoscenico per gli spettacoli ad intrattenimento della festa nel finale dello stesso e, in conclusione, letto di morte della giovane lorette, attorno al quale le sedie di cui sopra, ora vistosamente vuote, compongono un capezzale squallido («in questo popoloso deserto che appellano Parigi»…).

L’apporto più significativo ed efficace delle videoproiezioni, invece, è senza dubbio l’accompagnamento delle prime otto scene del secondo atto con le immagini d’una passeggiata in un bosco, che via via va in contro all’inverno, ricoprendosi d’una coltre di neve, nel mentre la richiesta / veto di Giorgio Germont finisce per soffocare le belle speranze d’amore di Violetta.

En pendant con l’allestimento, si è rivelata scarna anche la lettura musicale di Leonardo Sini che dal podio ha diretto cercando nella partitura sottigliezza e piegandola persino a una sonorità cameristica, il che significa che le scene di massa non vivevano di quel frastornante calore con cui sono tradizionalmente conosciute, ma è da dire che guadagnavano parimenti un’inusitata eleganza; la delicatezza dei colori è stata, a maggior ragione, ottima resa sonora delle scene di maggiore intimità. Tutto ciò, assieme alla buona attenzione per il palco, ci è sembrata la cifra stilistica principale di una conduzione molto naturale nel suo fluire.

Molto bene ha fatto l’Orchestra del TCBO, mostrandosi vigile, uniforme nelle sezioni, ben preparata nei momenti di più delicata tessitura e, in generale, adeguata alle intenzioni della direzione; e così pure il Coro che, salvo un inizio un po’ oscuro, ha affrontato i numerosi e celebri interventi senza problemi.

Questa prima ha inoltre subito una disastrosa combo di sostituzioni dell’ultimo minuto degli interpreti protagonisti, fortunatamente risolta.
Al posto di Adela Zaharia, inizialmente prevista per la parte di Violetta, ha cantato Maria Mudryak, giovane ma già affermato soprano kazako, che ha rivestito il ruolo un po’ in crescendo, ma – al netto di alcune opacità e qualche acuto saggiamente risparmiato – man mano più attivo e non ha affatto deluso, dando il meglio non tanto nell’espressione della parte mondana quanto di quella patetica del personaggio e perciò più convincente e toccante nel terzo ed ultimo atto.

A sostituire Francesco Meli, che riprenderà a cantare nelle prossime recite del 24 e 28 febbraio, c’era Matteo Desole, anch’egli interprete giovane ma in carriera, che ha indossato anche se all’ultimo minuto le vesti di Alfredo con piglio sciolto e sicuro; il fraseggio era chiaro, il suono pieno, forse a volte si sentiva l’esigenza di maggior cesello a valorizzare le buone doti e l’acuto tremendo in De’ miei bollenti spiriti ha giovato tanto del sostegno orchestrale; ma insomma, si trattava di una voce piacevole e che ha cantato bene.

Giorgio Germont era interpretato da Claudio Sgura: ottimo nella parte, si è fatto apprezzare specialmente nei momenti di spicco dedicatigli – in primis Dite alla giovine e Di Provenza il mare il suol -, modellando una voce tonante e prestando un impressionante physique du rôle alle sovrastanti ingerenze degli accenti paterni.

Non hanno sfigurato neanche tutti gli altri interpreti, conformemente alle loro parti: Barone Douphol alias Giulio Iermini, Marchese d’Obigny ossia Yuri Guerra, Silvia Spessot nelle vesti di Annina, Benedetta Mazzetto in quelle di Flora Bervoix, Luca Park come Dottor Grenvil.

Recensione di Diego Tripodi
Visto il 21 febbraio presso il Comunale Nouveau di Bologna
Foto credit Andrea Ranzi

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