Recensione di Diego Tripodi. Bologna, Musica Insieme: lettura brillante e affilata di Schubert del Quartetto Adorno e il virtuosismo del clarinettista Alessandro Carbonare in Weber.   

Quando nel 1824 Schubert sottopose il suo nuovo quartetto per archi in re minore al famosissimo Ignaz Schuppanzigh, primo violino dell’omonima formazione, ricevette una severa stroncatura che lo convinse a rimetterci mano. Due anni dopo, l’opera migliorata (se così si può dire) fu eseguita in forma privata, ma poi dimenticata per altri cinque, quando infine venne pubblicata sebbene ormai postuma.

E dire che il grande violinista austriaco era abituato ai lavori non meno sperimentali di Beethoven, cui fu legato da un duraturo sodalizio di interprete; a onor del vero, proprio in quegli stessi anni il Quartetto Schuppanzigh si trovava a dover affrontare le sfide poste dall’ultimo stile del maestro, non uscendone sempre indenne, come testimonia lo scontento di quello per le esecuzioni ricevute. La bravura del violinista, come molto spesso accade d’altronde, evidentemente non doveva mettere al riparo Schuppanzigh da una certa miopia dell’interprete, oltre da un certo doppio standard che, si sa, vizia non poco i giudizi a seconda se rivolti al grande maestro (ancorché bizzoso anticonformista) o al giovane semisconosciuto (ancorché di evidente talento).

Sia stato come sia stato, noi siamo ben felici che oggi La Morte e la Fanciulla sia riconosciuto per il capolavoro che è e che si ascolti frequentemente sempre con immenso piacere. Questa morale ha espresso in sostanza, come brevissima presentazione a rottura della distanza col pubblico, Edoardo Zosi, primo violino del Quartetto Adorno, che lunedì 23 Febbraio ha suonato per Musica Insieme al Teatro Auditorium Manzoni di Bologna.

Ma i quattro archi non erano unici protagonisti della serata e hanno condiviso oneri e onori del palco con il clarinettista Alessandro Carbonare nella seconda metà del programma: il concerto infatti, sin dal titolo “Fiato alle corde!”, giocava con l’accostamento dei timbri estendendo al quintetto la formazione originaria, «per ricordare il 200° anniversario della morte di Weber e intrecciare un capolavoro schubertiano a un augurio di pace».

La presenza weberiana si esplicava infatti proprio nel soleggiato Quintetto per clarinetto e archi op. 34; mentre il riferimento alla pace era nel brano Sholem-Alekhem, Rov Feidman! del compositore e clarinettista ungherese Bela Kovács, in cui la malinconia della musica ashkenazita si piega a tratti alle distorsioni dei linguaggi contemporanei.

Nella prima metà del concerto, si diceva, il Quartetto Adorno ha dominato incontrastato lungo i quaranta minuti del lavoro schubertiano, di cui ha dato una lettura brillante, affilata, coerente nel suo dispiegarsi. Le idee interpretative hanno seguito spesso degli indirizzi estremi, coinvolgendo tutti i livelli: dal diaframma agogico talora interno anche ai singoli movimenti e orientato a sottolineare sterzate insite nella stessa scrittura, a similari scarti dinamici (dal più rumoroso sforzato nelle pagine più nervose alla quasi sfiorata impercettibilità della coda del celebre secondo movimento). L’elasticità ha contraddistinto anche le scelte di fraseggio e la palette d’attacco del suono, mossa tra l’algida taglienza del quasi “flautando” e la corposità lirica del vibrato, sempre evidentemente in rapporto alla vena espressiva suggerita dai passaggi. Il suono complessivo e il livello tecnico del Quartetto Adorno sono molto definiti ed omogenei, ma ciò non a discapito dell’abilità dei suoi membri di uscire in primo piano all’occorrenza e ciò ovviamente è stato vero sopratutto per Zosi, che ha saputo gestire in bilico fra funambolismo ed esattezza lo “scollamento” non di rado riscontrabile nella sua parte.

Naturalmente, a fronte di tante lodi, bisogna anche evidenziare che il difetto che più facilmente può emergere da un’interpretazione del genere è insito nel suo stesso pregio, ossia che il rischio estetizzante per un’attenzione così particolareggiata possa smarrire la tensione emotiva della gittata complessiva. È un’osservazione che come tale dev’essere presa e che, in ogni caso, non scalfisce la bella esecuzione, prova di perizia e passione, che del quartetto abbiamo potuto ascoltare la scorsa sera.

Al netto delle diatribe musicologiche su quanto, cosa e perché possa rientrare nel perimetro dello stile cosiddetto “Biedermeier”, è chiaro che, pur nella vicinanza dei linguaggi e anche relativamente degli anni di nascita (il Quintetto è del 1815), il lavoro di Weber ci trasferiva in atmosfere in cui l’esasperazione schubertiana, così come la complessità dell’architettura che ne è l’abitato, venivano cambiate in altro tipo di complessità: virtuosismo innanzitutto, per il nuovo protagonista aggiunto, un clarinetto (strumento del cuore dell’autore), che non a caso è qui trattato come solista di un piccolo concerto.

Se il Quartetto Adorno si è dovuto “sacrificare”, ma con estrema e sapiente diligenza, alla nuova condizione di subordine tanto lontana dall’ideale parità cameristica precedente, Alessandro Carbonare ha potuto avere per sé una splendida ribalta da cui fare sfoggio di tutta la sua conclamata bravura. Tutte gli ostacoli che Weber dissemina nel suo quintetto, quasi un concentrato Gradus ad Parnassum di tecnica clarinettistica, sono stati scavalcati senza colpo ferire da Carbonare, si trattasse delle mollezze dell’Allegro iniziale o del commosso cantabile della Fantasia, delle capricciose irregolarità metriche del Menuetto come delle vertiginose scale che chiudono il galop cabalettistico del Rondo finale.

Ulteriore prova, forse espressivamente ancora superiore sebbene meno multiforme, il maestro bresciano l’ha data nell’ultimo brano, in cui ha ricercato e perfettamente trovato tutta l’anima klezmer necessaria alla giusta resa.

Nonostante il pubblico fosse davvero troppo ristretto, ha manifestato molto entusiasmo e i cinque brillanti interpreti non hanno mancato di intrattenere con due brevissimi bis: il primo concesso da Carbonare, un’improvvisazione trascendentale che, qualora ce ne fosse stato ancora bisogno, ha esaltato il suo virtuosismo; il secondo, brevissimo davvero e quasi una gag: forse dieci secondi, la manciata di battute dello schizzo di un quintetto che Mozart non portò mai a termine o che probabilmente fungeva da studio al suo celebre esempio di questo genere. Un assaggio davvero malizioso e che ci ha lasciato con l’acquolina in bocca, quasi una promessa o il primo passo per una nuova futura collaborazione, che certamente torneremmo ad ascoltare.

Recensione di Diego Tripodi
Bologna Teatro Auditorium Manzoni – Musica Insieme, 23 febbraio 2026
Foto © Andrea Ranzi

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