Recensione di Olivier Horn. Teatro Regio Torino: Riccardo Muti fa rivivere l’atmosfera crepuscolare e soffocante di Verdi. Visione psicoanalitica nella regia di Chiara Muti. Sfumature nel canto di Luca Micheletti. Lidia Fridman conquista nei panni della Lady.

Torino ama Riccardo Muti e lui ricambia! È già la quarta volta in cinque anni che il direttore d’orchestra di fama mondiale dirige l’orchestra del Teatro Regio, dopo “Così fan tutte” (2021), « Don Giovanni” (2022) e « Un ballo in maschera” (2024). Anche questa volta è accompagnato dalla figlia Chiara alla regia, come nei due spettacoli mozartiani che avevano suscitato l’entusiasmo dei torinesi.

Durante la conferenza stampa aperta al pubblico, accorso numeroso per ascoltare le parole del Maestro, Riccardo Muti, sicuro dei propri effetti, si è lanciato, con una loquacità e un senso teatrale degni delle sue radici napoletane, in una difesa a tavolino della musica di Verdi – a suo avviso ancora troppo spesso sottovalutata fuori dal suo Paese – sottolineando il suo piacere di essere accolto «in pompa magna» al Regio, l’unico teatro italiano al quale concede ancora le sue direzioni di opere sceniche.

Come un profeta, è con Macbeth, l’opera emblematica della sua immensa carriera, che firma il suo grande ritorno: con una partitura che ama e che non ha mai smesso di approfondire, nonostante la conosca a memoria; un’opera che si impegna a difendere sui più grandi palcoscenici operistici da 50 anni.

Con quest’opera tratta dall’omonimo dramma di Shakespeare, Giuseppe Verdi si immerge per la prima volta nell’universo teatrale del grande Will, che ammira. Compone un’opera priva di una classica trama amorosa, incentrata sull’oscurità dei due personaggi principali, la coppia infernale forgiata nel crimine e nel sangue da Macbeth e Lady Macbeth, lei ossessionata fino alla follia dalla ricerca del potere, lui succube di un’ambizione smisurata che, da valoroso generale, lo trasforma in un tiranno sanguinario. Fedele alla struttura del dramma, Verdi si impegna a seguirne lo svolgimento tragico. Traduce nell’orchestrazione il clima cupo e demoniaco che avvolge la storia fin dall’apparizione delle tre streghe e dalla profezia che condurrà Macbeth verso un destino funesto, interpretato dal Coro. Dopo una prima versione rappresentata a Firenze nel 1847, Verdi rielabora la sua partitura per presentarla a Parigi nel 1865, aggiungendo danze e arie e riscrivendo il finale in modo ancora più tormentato e introspettivo, dando più spazio alla follia di Lady Macbeth.

È questa versione parigina che Riccardo Muti ha sempre privilegiato e che ripropone a Torino come altrove. Alla guida dell’Orchestra del Teatro Regio, si impegna a far rivivere ogni minimo dettaglio dell’atmosfera crepuscolare e soffocante in cui ci immerge la partitura di Verdi. Ne offre un’interpretazione precisa, tagliente, rigorosa, fedele alle innumerevoli indicazioni lasciate dal compositore. Così, fin dalle prime note del preludio, dove fagotti, oboi e clarinetti devono riprodurre insieme il suono di una lontana cornamusa che annuncia l’arrivo delle streghe. Il maestro applica il concetto verdiano: «seguire più il poeta che il compositore». Concetto valido anche per i cantanti, che egli spinge ad essere molto esigenti nella dizione e a ricercare un’interpretazione in accordo con il senso e le indicazioni della partitura. 

Questa esigenza porta l’orchestra a un livello musicale raramente raggiunto in quest’opera, la cui forza quasi sinfonica la rende, più ancora dei personaggi del dramma sulla scena, la vera protagonista. Nel corso del dramma si levano sonorità strazianti o lugubri, dolorose o violente: sussurri dei legni, squilli dei tromboni, rulli impressionanti dei timpani. Sotto la bacchetta dell’alchimista Muti, ogni sezione traduce e dà corpo alle molteplici sfaccettature del destino umano. Anche il Coro del Regio (eccellentemente preparato e diretto da Piero Monti) offre una performance impressionante per maestria e forza.

In sintonia con questo paesaggio orchestrale, la regia di Chiara Muti propone una visione quasi psicoanalitica dell’opera, trasportando lo spettatore nella psiche dei personaggi, in particolare di Macbeth. La profezia delle streghe è vista come una proiezione della sua mente tormentata, in preda al conflitto tra il bene e il male, di cui rimane prigioniero fino alla fine. La scenografia? Un pannello inclinato color carbone, tra luce e oscurità, simboleggia la brughiera paludosa dove le streghe danzano in attesa di Macbeth… È un luogo di incontro reale o la manifestazione fantasticata dall’inconscio di una mente malata? Anche se la scenografia ci lascia liberi di interpretare, Chiara Muti propende per la seconda ipotesi: Macbeth non incontra le streghe, è lui che le genera nel suo desiderio febbrile di onnipotenza. È come se vedessimo – proprio come l’occhio gigante che domina la scena nell’atto III – ciò che accade nella sua testa. La scenografia diventa poi una camera da letto – un semplice letto in un ambiente spoglio – dove la coppia di tiranni trama i propri crimini in un isolamento sempre più grande e irreversibile, dove si esprimono la follia e i tormenti legati alla loro mostruosità. Supportata con forza dalle scenografie di Alessandro Camera, dai costumi di Ursula Patzak, dalle luci di Vincent Longuemare e dalle coreografie di Simone Valastro, tutti in sintonia con la cupa tavolozza orchestrale di Verdi, la regia di Chiara Muti, dinamica, introspettiva e psicologica, riesce a creare una sintesi convincente tra la partitura verdiana e il dramma shakespeariano, suscitando nello spettatore un turbamento indefinibile e un profondo disagio di fronte a questo spettacolo di morte.

Per quanto riguarda il cast, la Lady Macbeth di Lidia Fridman conquista tutti. La sua voce da soprano, potente e al tempo stesso «aspra, soffocata, cupa», come richiede il ruolo, capace di tutte le inflessioni e tutte le sfumature, la rende una Lady Macbeth assoluta. Con il suo temperamento focoso sul palcoscenico e la sua bellezza malvagia, che l’infertilità condanna a un’ambizione senza limiti, personifica il male alla perfezione. Impressionante per la facilità negli acuti, offre una performance di alto livello fino alla scena finale del sonnambulismo che si conclude con il suo suicidio.

Luca Micheletti interpreta un Macbeth tormentato al punto giusto, pur rimanendo in un registro misurato. Si impone per la sua innegabile disinvoltura di attore (che è tanto quanto quella di baritono) e per le sfumature del suo canto, capace di scolpire la sua dizione e le sue frasi con forte espressività e talvolta quasi con un effetto “parlato”, anche se rimane un po’ indietro rispetto alla performance di Lidia Fridman. Ciò corrisponde senza dubbio alla verità del suo personaggio, interamente sottomesso alla volontà di potere di Lady Macbeth.

Maharram Huseynov incarna un Banco dalla voce bassa seducente, anche se ancora giovane, proprio come Giovanni Sala nel ruolo di Macduff, sensibile ed espressivo anche se ancora un po’ acerbo.
Il Malcolm di Riccardo Rados, la Signora di Lady Macbeth di Chiara Polese e il Medico di Luca Dall’Amico sono molto bravi, così come Eduardo Martínez (servitore di Macbeth), Tyler Zimmerman (il sicario) e Daniel Umbellino (l’araldo), tutti e tre del Regio Ensemble. Mattia Comandone e Lorenzo Battagion, due baritoni membri del Coro del Regio, si alternano nel ruolo della prima apparizione, mentre altre voci bianche interpretano la seconda e la terza apparizione.

La sera della prima, alla presenza di tutto il gotha torinese, lo spettacolo è stato accolto con grande entusiasmo, così come i brani principali durante la rappresentazione. Di fronte a un tale successo, è impossibile non chiedersi cosa il pubblico abbia applaudito di più: la dimensione tragica e morale di questo capolavoro di Verdi, o il ritorno in questo teatro dove si sente “come a casa sua” del maestro Muti in un’interpretazione memorabile, senza fronzoli né enfasi, di quest’opera da cui nessuno esce indenne? Qualunque sia la ragione principale, questo Macbeth rimarrà uno dei momenti più intensi della stagione lirica torinese.

Recensione di Olivier Horn
Teatro Regio Torino 24 febbraio 2026
Immagini antepiano : foto Daniele Ratti e Mattia Gaido © Teatro Regio Torino (approvate da Chiara Muti)

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FRANÇAIS

«Macbeth» de Verdi au Teatro Regio de Turin : le retour du prophète Muti

Turin aime Riccardo Muti qui le lui rend bien ! C’est déjà la 4e fois en 5 ans que le chef mondialement connu vient diriger l’orchestre du Teatro Regio, après « Così fan tutte” (2021), « Don Giovanni” (2022) et « Un ballo in maschera” (2024). Cette fois encore, il est accompagné de sa fille Chiara à la mise en scène, comme lors des deux spectacles mozartiens qui avaient suscité l’enthousiasme des Turinois.

Lors de la conférence de presse ouverte au public, venu en nombre écouter la bonne parole du Maestro, c’est un Riccardo Muti sûr de ses effets qui s’est livré, avec une faconde et un sens théâtral digne de ses racines napolitaines, à une défense en règle de la musique de Verdi – à son goût encore trop souvent sous-estimée hors de son pays – tout en soulignant son plaisir d’être accueilli «en majesté» au Regio, l’unique théâtre italien auquel il accorde encore ses directions d’opéras scéniques.

Tel un prophète, c’est dans Macbeth, l’opéra emblématique de son immense carrière, qu’il signe son grand retour : avec une partition qu’il aime et n’a cessé d’approfondir, bien qu’il la connaisse par cœur ; une œuvre qu’il s’emploie à défendre sur les plus grandes scènes d’opéra depuis 50 ans.

Avec cet opéra adapté du drame éponyme de Shakespeare, Giuseppe Verdi plonge pour la première fois dans l’univers théâtral du grand Will, qu’il admire. Il compose une œuvre dépourvue d’intrigue amoureuse classique, centrée sur la noirceur des deux personnages principaux, le couple infernal forgé dans le crime et le sang par Macbeth et Lady Macbeth, elle obsédée jusqu’à la folie par la quête du pouvoir, lui soumis à une ambition démesurée qui, de vaillant général, le transforme en tyran sanguinaire. Fidèle à la structure du drame, Verdi s’attache à en suivre le déroulement tragique. Il traduit dans l’orchestration le climat sombre et démoniaque qui nimbe l’histoire dès l’apparition des trois sorcières et la prédiction qui entraînera Macbeth vers un destin funeste dont le Chœur se fait l’interprète. Après une première version donnée à Florence en 1847, Verdi remanie sa partition pour la donner à Paris en 1865, ajoutant des danses et des airs, et réécrivant la fin dans un sens encore plus tourmenté et introspectif, donnant plus de place à la folie de Lady Macbeth.

C’est cette version parisienne que Riccardo Muti a toujours privilégiée et qu’il reprend à Turin comme ailleurs. A la tête de l’Orchestre du Teatro Regio, il s’attache à faire vivre les moindres détails du climat crépusculaire et étouffant où nous enchaîne la partition de Verdi. Il en livre une interprétation au cordeau, tranchante, rigoureuse, attachée aux innombrables indications laissées par le compositeur. Ainsi dès les premières notes du prélude où bassons, hautbois et clarinettes doivent ensemble reproduire le son d’une lointaine cornemuse qui annonce l’arrivée des sorcières. Le maestro applique le concept verdien : « suivre plus le poète que le compositeur ». Concept également valable pour les chanteurs qu’il pousse à être très exigeants dans la diction et à rechercher une interprétation accordée au sens et aux indications de la partition. 

Cette exigence porte l’orchestre à un niveau musical rarement atteint dans cet opéra dont la force quasi symphonique en fait, plus encore que les personnages du drame sur la scène, le véritable protagoniste. Au fil du drame s’élèvent des sonorités déchirantes ou lugubres, douloureuses ou violentes : murmures des bois, éclats des trombones, roulement saisissant des timbales. Sous la baguette de Muti l’alchimiste, chaque pupitre traduit et donne corps aux multiples facettes de la destinée humaine. Le Chœur du Regio (excellemment préparé et dirigé par Piero Monti) livre aussi une prestation impressionnante de maîtrise et de force.

A l’unisson de ce paysage orchestral, la mise en scène de Chiara Muti propose une vision de l’œuvre presque psychanalytique, installant le spectateur dans la psyché des personnages, en particulier de Macbeth. La prédiction des sorcières est vue comme une projection de son esprit tourmenté, en proie aux tiraillements du bien et du mal dont il demeure prisonnier jusqu’au bout. Le décor ? Un pan incliné charbonneux, entre lumière et obscurité, symbolise la lande marécageuse où elles dansent en attendant Macbeth… Est-ce un lieu de rencontre réel ou la manifestation fantasmée par l’inconscient d’un cerveau malade ? Même si sa scénographie nous laisse libre d’interpréter, Chiara Muti penche vers la seconde hypothèse : Macbeth ne rencontre pas les sorcières, c’est lui qui les engendre dans son désir fiévreux de toute-puissance. Tout se passe comme si l’on voyait – à l’image de cet œil géant dominant la scène à l’acte III – ce qui se passe dans sa tête. Ce décor devient une chambre à coucher – un simple lit dans un décor nu – où le couple de tyrans ourdit ses crimes dans un isolement de plus en plus grand et irréversible, où s’expriment folie et tourments liés à leur monstruosité. Servie avec force par les décors d’Alessandro Camera, les costumes d’Ursula Patzak, les lumières de Vincent Longuemare et des chorégraphies de Simone Valastro, tous accordés à la sombre palette orchestrale de Verdi, la mise en scène de Chiara Muti, dynamique, introspective et psychologique, réussit une synthèse convaincante entre la partition verdienne et le drame shakespearien, qui suscite chez le spectateur un trouble indéfinissable et un malaise profond devant ce spectacle de mort.

Au plan de la distribution, la Lady Macbeth de Lidia Fridman emporte tous les suffrages. Sa voix de soprano à la fois puissante et « âpre, étouffée, sombre », comme l’exige le rôle, capable de toutes les inflexions et de toutes les nuances, en fait une Lady Macbeth absolue. Par son tempérament de feu sur scène et par sa beauté maléfique, que l’infertilité voue à une ambition illimitée, elle personnifie le mal jusqu’à la perfection. Impressionnante de facilité dans les aigus, elle livre une performance de haut vol jusque dans la scène finale de somnambulisme qui s’achève par son suicide.

Luca Micheletti campe un Macbeth tourmenté à souhait, tout en restant dans un registre mesuré. Il s’impose par son indéniable aisance d’acteur (ce qu’il est par ailleurs tout autant que baryton) et les nuances de son chant, capable de sculpter sa diction et ses phrases avec forte expressivité et parfois presque un effet « parlé », même s’il reste un peu en retrait de la performance de Lidia Fridman. Ce qui correspond sans doute à la vérité de son personnage, entièrement soumis à la volonté de puissance de Lady Macbeth.

Maharram Huseynov incarne un Banco à la voix de basse séduisante quoiqu’encore jeune, tout comme Giovanni Sala en Macduff, à la fois sensible et expressif même s’il est encore un peu tendre.

Le Malcolm de Riccardo Rados, la Dame de Lady Macbeth de Chiara Polese et le Médecin de Luca Dall’Amico sont très bons, comme Eduardo Martínez (domestique de Macbeth), Tyler Zimmerman (le tueur à gages) et Daniel Umbellino (le héraut), tous trois du Regio Ensemble. Mattia Comandone et Lorenzo Battagion, deux barytons membres du Chœur du Regio alternent dans le rôle de la première apparition, tandis que d’autres voix blanches interprètent la deuxième et la troisième apparition.

Le soir de la première, en présence du « tout-Turin », le spectacle a été ovationné, ainsi que les principaux airs au fil de la représentation. Face à un tel succès, impossible de ne pas se demander ce que le public applaudissait le plus : la dimension tragique et morale de ce chef-d’œuvre de Verdi, ou le retour dans ce théâtre où il est « comme chez lui » du maestro Muti dans une interprétation mémorable, sans fioritures ni emphase, de cet opéra dont personne ne ressort indemne ? Quelle qu’en soit la raison principale, ce Macbeth restera comme un des moments les plus forts de la saison lyrique turinoise.

Compte-rendu de Olivier Horn
Teatro Regio Torino 24 Février 2026
Ph antepiano: Daniele Ratti e Mattia Gaido © Teatro Regio Torino (approuvé par Chiara Muti)

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