Recensione di Maria Luisa Abate. Teatro Regio Parma: successo dell’accoppiata di voci femminili Berzhanskaya e Iacobellis. Bene Lepore e Korchak. Colori belliniani dal direttore Palumbo. Berloffa, regia “di guerra”.

Niente foresta dove si celebrano riti sacri. Niente druidi né sacerdotesse, boschi con radure rischiarate dalla luna, Galli contro romani bensì una prospettiva focalizzata sul tempo di guerra. Macerie, soldati feriti e donne intente a lavare i corpi dei caduti. In questa Norma, rispetto al libretto che Felice Romani confezionò per la musica di Vincenzo Bellini, sono rimaste intatte le tinte notturne e la passionalità che affonda le radici in istinti atavici e in retaggi antichi, mentre ne è risultata stemperata la crudezza ancestrale.    

In tal senso è maturato il nostro giudizio alla seconda volta che abbiamo ammirato questo allestimento – coproduzione dei Teatri Regio di Parma, Municipale di Piacenza e Comunale di Modena – già visto nel marzo 2022 sempre al Regio di Parma (recensione vedi qui).  L’impianto registico di Nicola Berloffa, che ha lodevolmente mantenuto l’ouverture alla sua originaria forza comunicativa musicale senza sovrapposizioni visive, ha collocato l’opera “Norma” davanti allo scheletro d’un palazzo cannoneggiato, che rimandava a uno scenario bellico dell’Europa dell’Ottocento.

Un’immagine di devastazione dove edificio e anime erano egualmente ridotti in macerie, e i sentimenti sbrecciati come le finestre puntellate da travi. Ad aleggiare su tutto, un sottile insinuante velo di polvere e di rovina (scene Andrea Belli, luci Simone Bovis). La scenografia ha lasciato spazio, nella parte centrale dell’opera, alla stanzetta spoglia ma borghese in cui dormivano i figli partoriti da Norma sedotta da Pollione e che lei non ha avuto il coraggio di uccidere, mentre l’apertura e la chiusura sono avvenute dinanzi al rudere multitasking: radura di cemento consacrata al dio della guerra dove si aggiravano fazioni avverse, donne e militari in divise ottocentesche riccamente decorate (costumi Valeria Donata Bettella).

Su un lato, un’ara di nuda pietra dove alcune donne luttuosamente velate stavano lavando il sangue delle ferite d’un giovane morto, il cui corpo in seguito verrà ricoperto di mazzi di fiori bianchi. Accanto e sopra a quello che era sia un giaciglio funebre sia un altare, nell’ultimo atto Norma ha cantato il suo amore sconfitto nella battaglia dei sentimenti e della coscienza. Ella infatti, nel finale belliniano, accuserà se stessa di essere venuta meno alla sua purezza di sacerdotessa, per poi invocare la morte tra le fiamme purificatrici. Un rogo che il regista ci ha lasciato preventivamente intuire con il solito ma sempre efficace escamotage d’un effetto di luci rosse, prima che le sue ex seguaci infierissero su di lei.

Scorrendo le note del direttore stampate nel libretto di sala si aveva quasi l’impressione di leggere delle indicazioni di regia. Lo diciamo in senso positivo, volendo lodare l’approccio direttoriale di grande sapienza teatrale. Uno sguardo di magnifica completezza, quello di Renato Palumbo sul podio dell’Orchestra Filarmonica Italiana, che ha impresso tempi larghi, indulgenti ad ampi aliti di lirismo, nondimeno privilegiando le tinte scure e mantenendo sempre fremente la tensione emotiva grazie a un attento e deciso sfoggio di colori e accenti. Giostrando, nei momenti indicati, tra slanci estatici e toni drammatici, Palumbo si è prodigato per condurre le voci sul palco entro i canoni dello stile belcantistico autenticamente, finemente, belliniano.

Ottimamente affiatate, splendidamente amalgamate nei duetti e ben differenziate timbricamente le due voci femminili: più densa quella della sacerdotessa Norma e più dolce quella della giovane adepta Adalgisa. Mattatrice della serata Vasilisa Berzhanskaya al culmine d’una sua personale e magistrale indagine belliniana. Da poco trionfatrice alla Scala nel ruolo di Adalgisa, a Parma ha invece vestito, riscuotendo eguale successo, i panni di Norma, cui ha dato voce tondeggiante e corposa nel registro centrale, capace di svettare in acuto. E senza temere i ‘pianissimo’, con i quali ha intonato un “Casta Diva” d’eterea eleganza, rivolgendosi al raggio di luna che entrava dall’occhio vuoto di una finestra in rovina. Del resto, il mezzosoprano/soprano, dal timbro scuro ma non cupo in quanto lasciava trasparire una particolare luminescenza, ha eccelso nella linea stilistica tipicamente belliniana nelle colorature; contraddistinta dai legati, dal fraseggio e dalla padronanza tecnica con la quale ha sorretto e cesellato gli squilli e superato brillantemente le agilità di questo ruolo particolarmente impervio. Dal punto di vista scenico, Berzhanskaya si è divisa tra l’amore disperato e rabbioso per Pollione, l’amore viscerale per i figli, l’amore solidale fra donne che l’ha spinta a mettere in guardia la rivale, l’ingenua Adalgisa. Con ciò facendo scemare a poco a poco, con sapienza interpretativa e senza mai far calare il pathos drammatico, la sua autorevolezza di sacerdotessa del tempio d’Irminsul.

A dividersi con lei gli entusiastici apprezzamenti di pubblico, Maria Laura Iacobellis, Adalgisa, anch’ella invaghita di Pollione, dalla voce sopranile leggermente più scura rispetto a Norma e risultata appropriatamente più fresca, tanto morbida nell’emissione quanto incisiva nell’espressività e nel fraseggio, all’insegna d’una notevole naturalezza che non ha necessitato di forzature.

Invece a forzature nell’emissione, favorite dalla dirompente potenza difficile da imbrigliare, ha fatto ricorso Dmitry Korchak nell’intento di dare appropriata ruvidezza e fierezza al personaggio di Pollione. Il tenore, forte della solida preparazione di musicista oltre che tecnica e d’esperienza maturata sul campo, ha addolcito e levigato il suo canto in corso d’opera, non lesinando accenti e rotondità, recuperando scorrevolezza e musicalità degne di nota.    

Carlo Lepore passa sovente da ruoli comici a drammatici, come in questo caso, con stupefacente facilità e, ancor più sorprendentemente, con risultati sempre ottimi, a dir poco. Il suo Oroveso era attento alla parola e alle morbidezze accentuate dai magnifici legati e dalla vocalità calda che non gli hanno impedito l’incisività di accenti, a tratteggiare un padre di Norma, nonché capo dei Druidi, autoritario al punto giusto, senza dismisure. 

Puntuali gli interventi di Alessandra Della Croce, Clotilde, e di Francesco Congiu Flavio, promettente ex allievo dell’Accademia Verdiana.
Eccellente, pregnante, attenta alle dinamiche dettate dal podio e particolarmente studiata nel fraseggio la resa del Coro del Teatro Regio di Parma preparato da Martino Faggiani, a completare un cast di valore.

La stagione d’Opera a Parma dà appuntamento alla fine di marzo con Manon Lescaut. Proseguono anche i cartelloni dei Concerti e della Danza, sempre con nomi di spicco del panorama internazionale. 

Recensione di Maria Luisa Abate
Teatro Regio Parma 17 febbraio 2026
Foto © Roberto Ricci

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