Recensione di Maria Luisa Abate. Mantova, Tempo d’Orchestra: in platea anche il compositore Fabio Vacchi ad applaudire De Maria, capace di creare compenetrazione fra opposti.
Un tocco elegante che non cerca il facile effetto soffermandosi invece su una espressività autentica, coinvolgente, raffinata, fondata sull’approccio analitico del dettato, sulla scioltezza tecnica, sull’oculata scelta delle dinamiche, sulla capacità di far emergere la musicalità intrinseca nei brani e le potenzialità espressive dei vari autori, non ultimo su un tocco che emana una luce brillante mai sfacciata. Un approccio sia fisico che emotivo, bilanciando queste apparenti antitesi con omogeneità e coerenza, alla ricerca della bellezza del suono, al contempo maturo e fresco.
Un fuoriclasse del pianismo internazionale è giunto ad arricchire ulteriormente il già alto livello qualitativo della Stagione Tempo d’Orchestra: Pietro De Maria si è esibito al Teatro Bibiena di Mantova in sostituzione della collega Mariangela Vacatello, infortunatasi a un braccio, che era prevista in cartellone.

Il programma, assai vario, iniziava con due delle Sonate che Domenico Scarlatti scrisse, per clavicembalo, nel lungo e proficuo periodo che lo vide attivo alla Corte di Spagna, e che si caratterizzano per la fantasiosità compositiva entro costrutti brevi e agili. La Sonata in sol maggiore K 425 e la K1 in re minore hanno richiesto equilibrio tra forma e passionalità al pianista, il quale ne ha evidenziato la brillantezza espressiva attraverso una tavolozza timbrica attentamente soppesata.
Analogo approccio, nell’invito rivolto al pubblico a riscoprire con sguardo privo di preconcetti le potenzialità d’un autore spesso sottovalutato come Muzio Clementi attraverso i tre movimenti della Sonata op 25 n 5, ponendone in risalto la sottigliezza dei giochi timbrici e della struttura armonica. Qui De Maria ha restituito la meritata dignità espressiva e nuovi significati a un virtuosismo che spesso viene relegato a esercizio puramente tecnico.
Nun komm, der Heiden Heiland BWV 659 è il nono dei diciassette corali composti da Bach nel 1685. In esso si ravvisano distintamente i tratti fondamentali dell’arte organistica del genio di Lipsia, primo fra tutti il gusto per l’ornamento, che De Maria ha sfrondato da eccessi ampollosi levigando accuratamente le linee melodiche, approcciandolo nella trascrizione per pianoforte che ne fece Ferruccio Busoni (1866 – 1924).
Balzo nell’Ottocento di Liszt con due dei dodici “Lieder von Franz Schubert s. 558”, celebre raccolta in cui la pratica della trascrizione viene elevata ad arte a se stante, e dalla natura virtuosistica grandemente impegnativa che De Maria ha superato con sciolta agilità, metabolizzandone la squisita fattura e soffermandosi sulle possibilità timbriche e coloristiche, senza tradirne i risvolti intimistici.
A chiusura della prima parte la “Novelletta quarta” di Fabio Vacchi ha costituito il momento clou della serata per la presenza in sala del compositore che si è dilungato in uno scambio reciproco di complimenti con il pianista. Lunga infatti è la frequentazione tra i due: De Maria da tempo contribuisce alla diffusione dell’opera prolifica del compositore bolognese, classe 1949, che vanta una sfilza infinita di commissioni e di collaborazioni ultraprestigiose e che muove la sua ricerca estetica a cavallo tra modernità e riscoperta della tradizione, riscuotendo successi nei più importanti contesti italiani e internazionali.

La seconda parte era interamente dedicata a un autore molto amato e molto frequentato dal pianista veneziano: Chopin, proposto attraverso tre Mazurke, una Ballata, un Notturno e uno Scherzo. Il rapporto tra De Maria e Chopin è diventato, nel corso degli anni, simbiotico, e si dipana attraverso un romanticismo delicato, dolce ma mai zuccheroso, in cui gli aspetti sentimentali sono contenuti a dovere, senza strabordare. Sotto le dita dell’interprete i richiami chopiniani alla musica popolare evidenti in questa selezione sono stati ripuliti da patine nostalgiche per indulgere piuttosto a tensioni, ad atmosfere poetiche, a una cantabilità che si è fatta eloquenza nell’ascendere verso frementi vette emotive.
De Maria infatti è considerato un interprete chopiniano di riferimento, per le caratteristiche già da noi espresse all’inizio di queste righe: per la freschezza di tocco e prima ancora di approccio, per la pulizia del suono, per il sentimento che dà vita a un connubio col rigore esecutivo, per il tocco chiaro e cristallino. Ancora una volta perfetta sintesi fra tecnica ed espressività.
Al termine una generosa sequenza di bis, da un movimento della Sonata al Chiaro di Luna di Beethoven, che era compreso nel programma della collega assente per infortunio, a un Improvviso di Schubert dedicato alla sua insegnante Maria Tipo «severa e di una generosità straordinaria» per poi congedarsi con Rameau tra scrosci di applausi.
Recensione di Maria Luisa Abate
Mantova, Teatro Bibiena – Tempo d’Orchestra, 26 febbraio 2026
Foto: MiLùMediA for DeArtes
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