Recensione di Maria Luisa Abate. Verona, Teatro Ristori: direttore Giulio Prandi e cast specializzati nel genere barocco. Ginnico-greca la regia di Emmanuel Daumas, ideata per le Olimpiadi di Parigi del 2024.

Le Olimpiadi a teatro. Anzi, L’Olimpiade. Parliamo dei Giochi dell’antica Grecia evocati da Metastasio in un libretto dalla «trama assurda», come l’ha definita una signora tra il pubblico che ha comunque accolto con entusiasmo quest’opera musicata da Antonio Vivaldi nel 1734, attingendo a piene mani a spezzoni composti in precedenza. La vicenda in effetti è caotica, tuttavia incontrò all’epoca un tale successo da essere stata musicata da una cinquantina di compositori, come è stato dettagliatamente ricordato nelle note del libretto di sala a cura della prof. Elena Biggi Parodi. Il titolo è andato in scena per la prima volta a Verona, città che pochi giorni prima aveva ospitato nell’Arena la cerimonia conclusiva delle Olimpiadi Mino-Cortina e che pochi giorni dopo avrebbe accolto la cerimonia di apertura delle Paralimpiadi.

Non siamo tra coloro che hanno compiuto dei pellegrinaggi musicali zigzagando tra Milano e Treviso, dove l’opera era pure stata tirata fuori dal cassetto; di conseguenza non tediamo i nostri lettori con sfoggio (a uso personale) di raffronti tra la versione milanese in forma di concerto e quella trevigiana affidata a giovani esordienti. Ci limitiamo, felici e soddisfatti, a relazionare circa l’allestimento proposto da Fondazione Arena di Verona nell’ambito della stagione invernale, eccezionalmente traslocata al Teatro Ristori, dato che il Filarmonico era impegnato per gli interventi collaterali agli spettacoli olimpici trasmessi in televisione. Il Ristori già in altre occasioni era risultato particolarmente adatto ad accogliere la musica del Settecento, per cui il cambio sede si è rivelato un vantaggio. L’allestimento era quello inserito nel “Cultural Olympiad 26 – the Arts Programme”, ideato per il Théâtre des Champs Elysées di Parigi in occasione dei Giochi Olimpici ospitati nella capitale francese nel 2024.

Nel libretto di sala si leggeva la specifica “opera seria”. Invece il regista Emmanuel Daumas ha prescelto una impostazione giocosa ed estremamente godibile, che ha fatto leva su quello stupore teatrale che caratterizza buona parte del repertorio barocco e che qui è stato declinato in sbalzi temporali evidenziati nelle scene di Alban Ho Van con le luci di Bruno Marsol, e soprattutto nei costumi di Marie La Rocca, che hanno divagato dalle tutine ginniche ai classici pepli fino a elementi smaccatamente caratterizzanti, in bilico tra la spiritosità dei cartoon, la fantasiosità dei cosplay e un gusto per l’eccesso vagamente felliniano.

I tre atti erano stati suddivisi in due tempi. Nel primo, in cui hanno avuto un ruolo determinante le coreografie di Raphaelle Delaunay, abbiamo visto una palestra nella quale gli atleti erano impegnati in azioni che avremmo potuto definire di puro contorno se non fossero state le uniche in scena. A metà tra gli esercizi di riscaldamento e i balletti, non privi di mossettine ammiccanti di bacino, erano plasmati sulla vivacità musicale vivaldiana presa in considerazione nel suo aspetto esclusivamente ritmico. Dalla palestra i cui materassini sono poi stati diversamente impilati a simulare varie situazioni sceniche, alla successiva ambientazione echeggiante la Grecia tra colonne e tendaggi, lodevole è stato lo sforzo registico di rifarsi a un modo antico e affascinante di fare teatro, tra sbuffi di fumo stile nebbia in Val Padana che provenivano da un macchinario rumoroso fino ad altri effetti, come ad esempio la lastra di metallo scossa dietro le quinte per simulare tuoni e lampi. Un teatro del passato perpetuato oggigiorno che abbiamo molto apprezzato e anzi avremmo gradito in numero maggiore.

Nonostante l’onnipresente palestra registica, in realtà nell’opera di Vivaldi / Metastasio lo sport resta sullo sfondo. La trama infatti parla di trucchi e inganni, di scambi di persona e di travestimenti, di sfide, di amori nascosti e figli perduti e ritrovati. E il lieto fine è un insegnamento al rispetto della parola data, è un inno alla lealtà amicale: questo sì un valore sportivo riscontrabile anche oggigiorno.

Altro non diremo di questa trama, evitando di dilungarci in un sunto inutile: basti sapere che i caratteri sono da Metastasio / Vivaldi messi in campo in maniera per lo più superficiale, mancando lo scavo della funzione drammaturgica dei personaggi. A ciò ha splendidamente sopperito il Maestro Giulio Prandi, un profondo conoscitore del genere barocco e un raffinato esperto vivaldiano, che dall’Orchestra di Fondazione Arena, quindi da un organico con strumenti moderni, ha saputo trarre una vasta gamma di colori perfettamente idonei alla partitura del “prete rosso”, nonché ottimamente distribuiti ed equilibrati tra la buca e il palco, cui ha riservato grande cura. Al direttore imputiamo solo l’aver permesso al regista di far cantare alcuni interpreti mentre compivano sforzi atletici incredibilmente faticosi (a noi, sprofondati nelle poltrone di platea, mancava il fiato al solo guardare Licida, ma a onor del vero la sua voce ha retto egregiamente). Prandi non ha mai perso di vista la narrazione nel suo complesso così come la teatralità insita nella musica: e questo è un pregio enorme. Le dinamiche vivaci e brillanti, aperte in parentesi di lirismo, non hanno risentito d’alcun momento di appannamento, nemmeno durante i recitativi, che sono stati accompagnati egregiamente dal basso continuo formato da Deniel Perer clavicembalo, Francesco Tomasi tiorba e da Sara Airoldi violoncello, quest’ultima pure protagonista sul palco d’un accompagnamento fascinoso al personaggio di Alcandro.  

Particolarità de L’Olimpiade di Vivaldi è il non avere ruoli principali e comprimari, ma egualmente protagonistici. Indispensabile quindi avere artisti tutti di alto livello. Il cast era sinceramente ottimo, le voci bene assortite e ciascuna caratterizzata da sfoggi di abilità: pensiamo ad esempio alle differenti “ribattute”, delle quali abbiamo potuto deliziarci in una vasta gamma che ha fatto schizzare ulteriormente in altro l’asticella qualitativa.

Se tra tutti i pari merito dovessimo assegnare un podio, non esiteremmo a mettere sul gradino più alto Nicolò Balducci, Megacle (amante di Aristea e amico di Licida), ruolo che un tempo era affidato a un castrato. Il controtenore, la cui prestanza fisica era spiritosamente accentuata da imponenti muscoli di gommapiuma, ha delineato il suo personaggio con spiccata e multiforme sensibilità andata di pari passo alla vasta tavolozza di colori vocali, accentuati dalle doti virtuosistiche. Timbro morbido, gigantesca padronanza tecnica ed espressiva in una linea di canto sciolta e disinvolta.
Josè Maria Lo Monaco ha sostenuto il ruolo en travesti di Licida (figlio del re di Creta, amico di Megacle) con presenza scenica incisiva e ben controllate esuberanze nelle agilità della voce, solida, calda, omogenea e giostrata su un canto di fiato.

La principessa Aristea (figlia di Clistene e amante di Megacle) ha beneficiato della spiccata personalità del mezzosoprano Loriana Castellano, anch’essa avvezza al repertorio barocco affrontato con intensità e col bel timbro brunito.
Il contralto Benedetta Mazzucato vestiva i panni di Argene (dama di Creta e amante di Licida) dalla musicalità ben tornita e centrata sotto il profilo attoriale.   
Come Clistene (re di Sicione), un artista che è solito spaziare, sempre con risultati ottimali, tra generi e ruoli, con una predilezione per il barocco: Christian Senn, dall’impasto vocale nobile, ampio e malleabile e dalla presenza scenica incisiva.   
Il soprano Ana Maria Labin era Aminta (precettore di Licida) figura qui cinta di risvolti quasi magico-sacerdotali, anch’essa una grande esperta del repertorio barocco di cui ha superato agevolmente le agilità in una recita dagli esiti notevolissimi.
Roberto Lorenzi Alcandro (confidente di re Clistene) ha sfoderato un magnifico timbro da basso-baritono, caricatosi di suggestioni nell’aria accompagnata dal violoncello poc’anzi citato.

Pur come si diceva disorientato dalla trama a dir poco confusionaria, il giudizio di pubblico, al quale ci associamo, è stato entusiastico e senza riserve.

Recensione di Maria Luisa Abate
Verona, Teatro Ristori 27 febbraio 2026
Foto Ennevi

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