Isaia 66, 10-14
Laetare – Gioire con Gerusalemme – è l’indicazione per la quarta domenica del tempo della passione.
In questa prospettiva è utile meditare sui versetti dell’ultimo capitolo del libro di Isaia.
Mai come in questo caso, è particolarmente opportuno collocarli dal punto di vista storico. Sono stati scritti da un discepolo del profeta vissuto dopo l’editto di Ciro (538 a. C.), il re di Persia che consentì il ritorno degli ebrei in Gerusalemme e la ricostruzione del Tempio di Dio, distrutto da Nabuconosor alcuni decenni prima, nel 587-86 a.C. Il profeta che si richiama a Isaia (il cosiddetto “Trito-Isaia”) gioisce e invita a gioire, perché Dio ha mantenuto le sue promesse, che il primo Isaia aveva trasmesso. Gli ebrei deportati torneranno in patria. Il Tempio sarà ricostruito. Il disastro della sconfitta e dell’esilio sarà cancellato. Comprensibile, dunque, la gioia del profeta.
Purtroppo, però, le cose non sono così semplici. Dal punto di vista della Bibbia, il disastro storico che ha portato alla fine del regno di Davide e di Salomone non è stato dovuto a ragioni contingenti, ad es. dalla sproporzione militare tra Israele e le grandi monarchie che lo attorniavano, come gli assiri e i babilonesi. La Bibbia interpreta la sconfitta politica d’Israele come conseguenza della sua idolatria, ossia della prostituzione agli idoli. Lo stesso profeta Isaia lo aveva proclamato chiaramente, all’inizio del suo libro:
Infatti tu, SIGNORE, hai abbandonato il tuo popolo, la casa di Giacobbe, perché sono pieni di pratiche divinatorie, praticano le arti occulte come i Filistei, fanno alleanza con i figli degli stranieri. Il suo paese è pieno di argento e d’oro, e ha tesori a non finire […] Il suo paese è pieno d’idoli: si prostra davanti all’opera delle sue mani, davanti a ciò che le sue dita hanno fatto. Perciò l’uomo sarà umiliato; ognuno sarà abbassato. Tu non li perdonare (Is. 2, 6-9).
Insomma, gioire con Gerusalemme significherebbe esser convinti che, ritornando a Gerusalemme, i figli d’Israele si siano finalmente convertiti alla giustizia e al nucleo essenziale della Torah. Il sospetto che le cose siano andate diversamente – ossia che il ritorno a Gerusalemme e l’edificazione del secondo Tempio non abbiano posto rimedio al male che aveva provocato l’esilio – è suggerito varie volte nella Scrittura. Soprattutto, è stato proclamato da Gesù Messia, quando salì a Gerusalemme per esser crocefisso.
“Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono mandati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le sue ali; e voi non avete voluto! Ecco, la vostra casa sta per esservi lasciata deserta” (Mt. 23, 37-38).
Gesù era ben più che un profeta mandato da Dio. Gesù è il Messia e il Figlio di Dio, respinto da Gerusalemme al termine di una lunga serie di profeti (Mc. 12, 1-11 e paralleli). Naturalmente dobbiamo sempre ricordare che la responsabilità giuridica e giudiziaria della sua morte ricade sui romani rappresentati da Pilato. Non su tutti gli ebrei di Gerusalemme, tanto meno sull’intero popolo giudaico. Ma non possiamo negare che la classe dirigente dell’ebraismo ha desiderato la sua morte. Gerusalemme ha rigettato il Messia e il Figlio che Dio le aveva inviato, consegnandolo alla violenza omicida dei romani. Questa, se non altro, è la testimonianza del Nuovo Testamento.
In che senso, allora, siamo invitati a gioire con Gerusalemme? Ponendosi questa domanda, è impossibile prescindere dalla situazione odierna. Fatte le debite differenze, la costituzione nel 1948 dello Stato d’Israele per volontà delle Nazioni Unite ricorda l’editto di Ciro, che rappresenta lo sfondo del Trito-Isaia. Condizioni storiche diversissime, perché nel frattempo sono passati quasi 2500 anni. Eppure il ritorno in Israele degli ebrei dopo lo sterminio nazi-fascista non poteva non suscitare sentimenti simili a quelli che animavano colui che ha scritto le ultime pagine del libro d’Isaia.
“Gioite con Gerusalemme ed esultate a motivo di lei, voi tutti che l’amate! Rallegratevi grandemente con lei, voi tutti che siete in lutto per essa, affinché siate allattati e saziati al senso delle sue consolazioni”.
Come gioirono gli esuli tornati in patria dopo l’editto di Ciro, altrettanto si rallegrarono gli ebrei del secolo scorso (e con essi tutti gli uomini e le donne che avevano lottato contro il nazi-fascismo) quando il popolo d’Israele ebbe finalmente la possibilità di tornare nella terra dei suoi padri. Eppure anche in quel caso la gioia era oscurata dalla medesima preoccupazione. Ovvero, che il ritorno a Gerusalemme corrispondesse al ritorno alla giustizia e alla pace, così come viene insegnata dalla Scrittura. Sostenere l’orfano e la vedova; accogliere lo straniero; non uccidere e non dire il falso ai danni del prossimo. Soprattutto, in accordo col duplice comandamento con cui Gesù Messia ha riassunto la Torah: “Ama il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore” e “ama il tuo prossimo come te stesso” (cf. Mt. 22, 34 – 40 e paralleli). Ovvero, adempiere il suo comandamento nuovo: “amatevi gli uni gli altri” (cf. Gv. 13, 34-35; 15, 12), come Gesù ci ha amati per primi.
Il giudizio storico e politico su quanto è avvenuto nei 75 anni che separano la fondazione di Israele nel 1948 alla guerra attuale come risposta all’attentato del 7 ottobre 2023, non fa parte di una meditazione biblica. Ma è interessante come prosegue il testo di Isaia, dopo i versi che abbiamo citato.
Poiché ecco, il SIGNORE verrà nel fuoco, e i suoi carri saranno come l’uragano per dare la retribuzione della sua ira furente, per eseguire le sue minacce con fiamme di fuoco. Perché il SIGNORE eserciterà il suo giudizio con fuoco e spada, contro ogni carne; e gli uccisi dal SIGNORE saranno molti (Is. 66, 15-16).
In questi versetti troviamo due indicazioni preziose. Da una parte il profeta comprende che il ritorno degli esuli a Gerusalemme non è sufficiente. È un grandissimo evento, perché significa che Dio si è ricordato delle sue promesse, e invita tutti a gioire al riguardo. Ma il ritorno a Gerusalemme non è sufficiente. Dev’essere completato dall’avvento di Dio stesso, o del suo Messia. Non basta insomma l’editto di Ciro. Non basta la ricostruzione del Tempio. Queste sono cose che indubbiamente fanno ben sperare, ma devono essere accompagnate dall’avvento del Messia, o di Dio stesso. Da solo, il popolo di Israele non è in grado di rimanere nella pace e nella giustizia prescritte dall’alleanza. Troppo spesso la storia di Israele lo ha dimostrato. Senza la presenza di Dio e del suo Messia, l’ingiustizia tornerà a regnare e la rovina si ripresenterà come inevitabile conseguenza.
Ma vi è una seconda indicazione importante nel testo di Isaia, il quale s’immagina l’avvento di Dio in termini militari. “Verrà nel fuoco, i suoi carri saranno come un uragano”. Il giudizio sulle nazioni nemiche sarà esercitato con fuoco e fiamme. L’immaginario bellico è ancora molto presente in questo testo messianico.
Al contrario, Gesù Messia è salito a Gerusalemme umilmente, senza carri di fuoco, senza scatenare uragani, ma semplicemente a cavallo d’un asino. Come recita il titolo di un libro di John H. Yoder, He Came Preaching Peace (1985), non la guerra e la violenza messianica.
Dite alla figlia di Sion: “Ecco il tuo re viene a te, mansueto e montato sopra un’asina, e un asinello, puledro d’asina (Mt. 21, 5).
Sion ha rifiutato quest’annuncio, forse perché aveva ancora gli occhi fissi all’annuncio del Messia in termini di violenza sterminatrice. Ne è seguita la sua ennesima distruzione, questa volta a opera dell’imperatore Tito, nel 70 della nostra era. Secondo il Nuovo Testamento, si è trattato della conseguenza del rifiuto di Gesù Messia e, con lui, di Dio stesso, giacché l’Onnipotente non è separabile dal volto e dalla parola del suo Figlio diletto.
Ma noi cristiani siamo ben lungi dal poter dar giudizi sulla storia di Israele, come se ci trovassimo in una situazione privilegiata. Oggi, ad es., quando vediamo il presidente presbiteriano perfettamente in linea con il presidente israeliano nell’ennesima guerra di sterminio, orrendamente giustificata in nome di Dio. Ma questa che stiamo vivendo non è che l’ennesimo abuso del nome dell’Onnipotente per giustificare interessi solamente umani, se non diabolici. Nessuno, qui, è legittimato a scagliare la prima pietra, oggi come allora. Piuttosto, per gioire con Gerusalemme siamo tutti chiamati a convertirci all’evangelo di colui che è venuto a Sion a cavallo di un asino, predicando la pace e la riconciliazione.
Riflessione biblica di Enrico Cerasi
Professore Associato di Filosofia teoretica
Università telematica Pegaso
Facoltà di Scienze umanistiche
Scienze umane
Responsabile dei corsi di Filosofia del linguaggio e della comunicazione
Filosofia dei legami sociali
Filosofia della religione
Professore a contratto di Filosofia della religione
Università Vita e Salute – san Raffaele (Milano)
Marzo 2026
Immagine: (particolare)
Giotto di Bondone, Ingresso a Gerusalemme, 1304, affresco
Cappella degli Scrovegni Padova
Immagine di pubblico Dominio tratta da Wikipedia
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