Recensione di Diego Tripodi. Bologna, Auditorium Manzoni: una compostezza familiare quella del famoso quartetto ungherese, all’interno di una interpretazione “in salita” di classici e contemporanea.
C’è una felicità nell’arte che travalica una precisa disposizione d’animo dei suoi creatori e dei suoi fruitori, nonché il carattere emotivo impresso nella sua espressione. È una felicità casomai ontologica, potremmo dire essenziale, dovuta al collimare altrettanto felice degli elementi e delle combinazioni (astrali? …mettetela come volete!) che elevano quel fenomeno d’arte.
Il quartetto d’archi rientra certamente nel gruppo di fortunate forme della felicità artistica. Del perché si è detto e scritto infinitamente e andando, com’è giusto, sempre più sul tecnico, in modo che la bella impressione un po’ sentimentale possa farsi forte di evidenze più pragmatiche: alla fine comunque, che si tratti della speciale omogeneità timbrica dei quattro strumenti o della raffinata proposta polifonica a cui è propensa la scrittura, dell’equilibrio perfetto a quattro (in barba al privilegio della tradizione trinaria) o del coincidere di esclusivi contesti ambientali in cui storicamente è fiorito il genere, ciò che resta è e rimarrà sempre un’epidermica, irrazionale, genuina felicità per l’ascolto in sé.
È dunque fondamentale che il repertorio quartettistico sia ben rappresentato in una grande rassegna, non solo per motivazioni di prestigio e culturali della stessa, ma alla luce anche delle più spicciole osservazioni qui fatte. Grazie al connubio di approcci che il genere in questione propone, grazie al possesso sia di un senso intellettuale che emozionale, sia istruttivo che sociale, tutti profondissimi, Dio solo sa quanto l’uomo di oggi dovrebbe essere circondato dalle sonorità, diciamo così, filosofiche del quartetto d’archi!

Non ne è stata dimentica Musica Insieme, per la quale lunedì 16 Marzo, presso il Teatro Auditorium Manzoni, si è esibito il celebre Takács Quartet.
Formazione ungherese ma oggi con sede in Colorado, fu fondata nel 1975 da quattro giovani studenti dalla Accademia Franz Liszt di Budapest che presto si segnalarono per le loro interpretazioni, fissate anche in incisioni divenute di riferimento, specie gli integrali dei quartetti di Bartók e di Beethoven.
Ad oggi, unico superstite della formazione originaria, dopo la prematura scomparsa o l’abbandono del progetto da parte degli altri componenti, è il violoncellista András Fejér, i cui nuovi compagni di strada sono: Edward Dusinberre, primo violino, Harumi Rhodes, secondo violino, Richard O’Neill, viola.
Il programma, con un buon equilibrio stilistico, prevedeva il Quartetto op.74 n°3 di Joseph Haydn, la composizione Nexus di Clarice Assad e il Quartetto n°14 op.131 di Ludwig Van Beethoven e il concerto è stato preceduto da una breve introduzione mirata a individuare le principali caratteristiche storico-stilistiche dei brani a cura di Anna Scalfaro, docente dell’ateneo bolognese.
Il primo quartetto presentato è un’opera scritta in un anno di grazia della creatività haydniana, quel 1793 parentesi fra le glorie delle tournée inglesi, che ci immaginiamo viennese solo in presenza, ma in spirito e ingegno tutto teso al rientro londinese, tant’è che oltre ai sei quartetti op.71 e op.74 (in cui la critica riconosce tutte le strategie per accattivarsi l’uditorio d’oltremanica più che quello asburgico) viene completata la Sinfonia n°99 e cominciata la famosa Sinfonia n°100 “Militare”, settima e ottava delle londinesi. Una certa scomodità nella Vienna di quell’anno (ricordiamolo, irrigidita dalle recenti notizie delle degenerazioni rivoluzionarie nella vicina Francia) forse molto amplificata dal silenzio lasciato dalla scomparsa di due compagnie viennesi fondamentali: Mozart e l’amica Marianne von Genzinger.
Una tensione emotiva insolita permea infatti il quartetto in sol minore che, purtroppo, non è stato risparmiato dalla tradizionale brutta abitudine dei nomignoli haydniani e perciò è noto come “Il cavaliere”, per il superficiale riferimento alla natura ritmica cavalcante di primo e ultimo movimento.
Il Takács ha avuto un atteggiamento “in salita” nell’interpretazione, curiosamente disomogeneo, principiando con una levità che, ancorché assolutamente non tacciabile di alcuna scorrettezza e sostenuta da tutta la maestria di conduzione che non potevamo non aspettarci, non rendeva giustizia all’asprezza frammista ad ambiguità dell’Allegro iniziale; così, anche il Largo assai è passato con ordinaria eleganza, anche se le fioriture del primo violino nella ripresa hanno segnalato un aurorale sorgere del sole sulla partitura che, mattiniero, ha scaldato la sbarazzina superficie del Menuet, per poi brillare di piena energia nell’Allegro con brio finale: qui il suono è risultato finalmente attivo, il carattere elegantemente spigliato, precisamente a ruota delle cangianti sterzate della musica, divertito dell’iperbolica ironia intellettuale della pagina, a cui con intelligenza si è dato un senso più appassionato che comico.
Nexus è una composizione-performance la cui drammaturgia è allusivamente insita nella successione dei tre movimenti: (Dis)connection – Connection – Synchronization. L’aspetto scenico, che esprime la parte più consistente del senso di questo lavoro, si concretizzava già in apertura, giacché dopo gli applausi all’esecuzione haydniana, il violoncello veniva lasciato solo a dominare lo spazio del palco, per essere soltanto in seguito raggiunto nuovamente, dapprima solo “in suono” e poi anche in presenza, dagli altri strumenti. Nel brano, con una certa ricorsività nei tre movimenti, le figure musicali si prestano ad una forte gestualità che lascia scattare una mimica a specchio, attorno alla quale si consuma il grosso dell’aspetto performativo, tutto giocato, come suggerito dai titoli, sulle idee di distanza e vicinanza che naturalmente trovano le loro brave analogie musicali.

Clarice Assad, classe 1978, è una musicista brasiliana ma naturalizzata statunitense, figlia d’arte, e con alle spalle numerose esperienze disparate e molto trasversali, aspetto che influenza notevolmente il suo stile compositivo, che si colloca perciò in quella zona grigia (forse molti direbbero, al contrario, variopinta) di liminalità, in cui world music, pop, jazz e classica cercano disperatamente di darsi la mano. L’eclettismo emergeva perfettamente dal brano proposto (fra l’altro, in prima esecuzione a Bologna) in cui, però, oltre alla indiscutibile buona scrittura strumentale e all’evidente conoscenza dei repertori novecenteschi (ora Debussy, ora Bartók, ora Shostakovich, ora Ligeti facevano continuamente capolino), non siamo stati in grado di trovare né un forte motore intellettuale né tantomeno emozionale, ma solo tanti elenchi di scrittura.
Dal canto suo, il Takács Quartet ha fatto del suo meglio e il brano è stato davvero perfettamente eseguito, con grande attenzione, bel carattere di insieme, pregevoli cammei e, certamente non ultima, una convincente prova “attoriale”.
A volte bisognerebbe davvero fare proprio l’interrogativo che con spiazzante umiltà pare abbia esternato Schubert («Cosa potremmo mai fare più dopo tutto ciò?» Semicit.) dopo l’ascolto dell’Op.131 di Beethoven, quartetto che, dopo l’intervallo, ha chiuso come ultimo tour de force la serata.
Si tratta, com’è noto, di una composizione vasta e variamente articolata, in cui l’ultima maniera beethoveniana sembra sporgersi addirittura oltre i propri confini: in questo lavoro c’è tutto quello che si può esprimere ma anche tutto quello che riusciamo ad esperire, tanto che Carli Ballola lo definisce «un lunghissimo soliloquio dell’anima attraverso i più disparati stati di coscienza».
È quindi davvero arduo dipanarne la matassa, che è al contempo fra le più attrattive ma anche fra le più enigmatiche raggomitolate da Beethoven.
La risposta del Takács al problema è stata una lettura di classica compostezza: il rischio di una dispersione dovuta all’eccentricità del lavoro, sembrava fra le righe paventato e al contempo allontanato tramite misure austere e di ritegno, sia sul piano emotivo che di concertazione del dettaglio di scrittura. Insomma, brillante l’esecuzione non è stata mai, ma aveva il pregio di una tenuta diacronica rassicurante e d’altri tempi, legata a un approccio e ad un suono che ci hanno ricordato molto la grande stagione interpretativa del secondo novecento, in cui, d’altronde, affonda l’esperienza del quartetto ungherese.
L’avvenirismo che sempre si lega a quest’opera e che effettivamente ancora oggi la rende di difficile sfuggente decifrazione, e per questo tanto più affascinante, ne ha risentito; ma in compenso, l’intimo lirismo di molte pagine, l’Andante ma non troppo su tutte, è risuonato in tutta la sua antica ricchezza.
Recensione di Diego Tripodi
Bologna, Teatro Auditorium Manzoni – Musica Insieme, 16 marzo 2026
Foto Andrea Ranzi
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