Recensione di Diego Tripodi. Bologna, Comunale Nouveau: Mascagni dalla ‘perla’ del film muto all’opera che Emma Dante rilegge con sguardo sacrale e mediterraneo. Direzione appassionata di Daniel Oren, bene tutto il cast.
“Ce n’è di reste / d’agli nelle case, / di cartuccere / e di madonne appese. / Ce n’è di donne / scalze senza pane / a raccogliere frasche / a vendemmiare. / Ce n’è di gente / che zappa e non parla / perché pensa / a una annata migliore. / Qui tutto è come prima / tranne i morti. (…)” – Franco Costabile.
Chi ha esperienza del Mezzogiorno sa che ancora oggi in quelle terre il disagio sociale prende forma in una tradizione immemore di passività, immobilismo e contraddittorie detonazioni di violenza, codici e costumi reiterati dall’abitudine, ma privi ormai di un’autentica cultura. È quella “questione meridionale” che aleggia inquieta lungo la storia dell’indifferenza del nostro Paese e che ancora si mostra nel divario sociale, economico e culturale, nonostante quest’ultimo sia infine confluito nel generale degrado morale del nuovo millennio. Una quiescenza cui la Nazione ha saputo dare risposta sbrigativa solo tramite la ferocia di chi, proprio da pochi giorni, ha raggiunto il Valhalla delle sue trasognate rivendicazioni celtiche e che un tempo sbraitava, forte di un non meno colorito immaginario, contro le più mediterranee lande del Paese.
Ma certi stereotipi hanno anche un’origine nobile e letteraria; se volete, un fondo di verità (parola magica in quel contesto), come testimoniano capolavori quali Cavalleria Rusticana (in entrambe le versioni, di novella o operistica) o Pagliacci, in cui il fosco dipinto, più di un secolo fa, era già formato nei suoi contorni.

Tuttavia, Cavalleria ha qualcosa di romantico ancora, cosa che si presta ad un bozzettismo in cui il cliché si annida più comodamente. Se ne potrebbe facilmente ritrovare un motivo nella biografia dell’autore: Mascagni, livornese cresciuto in un contesto sostanzialmente artigiano e cittadino, non conosce – se non di rimando tramite gli spunti letterari veristi – la peculiare cultura delle popolazioni meridionali (diversamente, ad esempio, da Leoncavallo che, seppur proveniente da un ceto istruito e altolocato, riversa nell’opera una diretta esperienza di vita paesana, ricordi anche molto precisi del degrado e del disagio delle campagne calabresi e potentine, delle ammazzatine in piazza e della sofisticata complessità di valori).
Il Teatro Comunale di Bologna ci ha proposto la terza ripresa di Cavalleria Rusticana nella fortunata interpretazione registica di Emma Dante (l’avevamo già apprezzata nel 2017 e nel 2019), con prima avutasi la sera di sabato 21 marzo 2026 al Comunale Nouveau e tutt’ora in scena fino al 29. Per raggiungere i tempi soliti di rappresentazione, per i quali l’atto unico non è sufficiente, il teatro ha poi fatto la scelta singolare di accostarvi la proiezione di Rapsodia Satanica, film muto del 1917 diretto da Nino Oxilia, sonorizzato dal vivo dall’orchestra che esegue la colonna sonora scritta proprio da Mascagni.
La pellicola è una perla della stagione d’oro del cinema muto italiano, stagione che si infranse contro le difficoltà prodotte dalla guerra e dall’affermarsi strepitoso del cinema americano: il film, elaborato attorno ad una vicenda faustiana dai toni crepuscolari tipici del soggetto originale del poeta Fausto Maria Martini, ha buona parte della sua forza nell’incontrastato protagonismo della diva Lyda Borelli e della sua fascinosa recitazione antinaturalistica. La colonna sonora è storicamente importante perché, oltre ad essere la prima in Italia a portare una firma d’autore, fu composta da Mascagni in maniera antesignana, con cronometro alle mani e una scrupolosissima attenzione al sincrono. Pellicola e partitura hanno avuto negli anni fortune alterne ed oggi, grazie al restauro dell’una da parte della Cineteca di Bologna e di una revisione critica dell’altra da parte prima di Marcello Panni e di Timothy Brock poi, ci sono consegnate in tutta la loro bellezza, così che abbiamo potuto goderne la scorsa sera, quando l’Orchestra del Comunale – che è avvezza a questo tipo di concerti grazie alla collaborazione estiva con il festival Sotto le stelle del cinema -, ipertrofica quanto mai nello strumentario, ha suonato molto bene sotto la direzione attentissima di Carmine Pinto, che ha reso giustizia agli sforzi compositivi di Mascagni.

Anche se l’associazione di Emma Dante a Cavalleria può sembrare davvero un connubio indicato, è la stessa regista palermitana a dirci che «è stato molto difficile confrontarsi con il tema, perché la mia terra non è quella che l’opera richiede sia raccontata» e dunque l’operazione di assecondamento delle atmosfere selvagge e pittoresche è stata non poi così prevedibile. Tuttavia, ancorché conflittuale, l’approccio ha dato un risultato all’altezza del suo nome e che ci è piaciuto per il motivo assai semplice di restare nel solco della drammaturgia, nel recinto immaginifico, ma con voce indiscutibilmente personale: voce che, comunque, checché ne dica, di certo non poteva rimanere indifferente alla graffiante esasperazione della storia.
La tensione tra i sentimenti vissuti “all’ammucciuni” e le ostentazioni portate in piazza, la frizione nell’anima siciliana fra la pietas religiosa e l’efferatezza deIla vita alla buona, vengono sottolineate dalla Dante con una consonanza di immagini popolari vivide e tramite l’accento sul contorno pasquale. Questo finisce per mangiarsi la storia attraverso una similitudine con la vicenda di Cristo, ma come la si vede rappresentata nelle funzioni pasquali del Sud, in cui un barocco povero si fa megafono dell’immenso sentimento popolare. In questo senso, Cavalleria per Emma Dante diviene una sorta di Passione mediterranea, un’ Opera Sacra, nel vero senso della parola, ancora una volta dal tocco artigianale, che si compone sulla scena sfruttando gli ampi momenti sinfonici lasciati dalla partitura, innanzitutto il Preludio e l’Intermezzo, ma anche la grande e già di suo travolgente scena del Regina Coeli, su su fino alla scelta finale, per cui una Lucia simil Addolorata viene circondata da uno stereotipato compianto che, da un lato è inno a quell’archetipo santo tutto meridionale della “mamma” e dall’altro richiamo alla problematica della famiglia, così usuale nei lavori della regista palermitana.
I richiami scultorei e processionali possono avvalersi della bravura di figuranti e attori della Scuola di teatro “Galante Garrone” e certamente di una buona considerazione degli spazi scenici, suggeritrice di piacevoli sincronie con l’andamento musicale, che si devono a Manuela Lo Sicco. La ripresa ha anche raddrizzato il tiro, a nostro avviso, mutando parzialmente alcune soluzioni del vecchio allestimento: ad esempio, il cimitero di croci discese dal cielo ad accompagnamento del celebre Intermezzo è ora soppiantato da una Via Crucis di molteplici personaggi che, sebbene parli da vicinissimo alla scena d’apertura quasi ripetendosi, risulta scelta più integrata stilisticamente e, con la differenza sostanziale rispetto a prima di avere Santuzza in scena, innanzitutto assottiglia il divisorio fra metafora e rappresentazione e poi ci sembra indicare che lì in paese, ma anche qui fra il pubblico, alla fine ognuno ha il suo calvario.

Anche le tre strutture variamente componibili di case del paese, con le loro brave scale esterne, ringhiere e balcone, nella loro semplicità formano un gioco di combinazioni sorprendentemente vario, che non solo ricrea di volta in volta gli scorci, ma risponde della distanza o della vicinanza emotiva e sentimentale dei personaggi, della coppia Santuzza/Turiddu in primis.
La tradizione parla anche attraverso l’oscurità del fondale lasciato nero e dei drappi che velano ogni tanto il palcoscenico, quasi un’estensione di quel velo tipico che vediamo indossare, cadere, raccogliere, allontanare dalle donne per tutta l’opera e che diventa forse l’immagine più rappresentativa della ritrosia che avvelena i rapporti fra i personaggi, oltre che naturalmente un presagio di lutto. Una visceralità più “dionisiaca” invece compare a sprazzi sia nei nastri luminescenti della processione che nei colori vivacemente accostati dei ventagli, dei disegni sulle assi della tavola di festa e del piumaggio tradizionale che adorna la criniera delle “puledrine” che compongono il carretto di Alfio, quella che ci era parsa e continua a sembrarci l’unica stonatura dell’allestimento – uno spunto di riflessione sul patriarcato sudista, aggiunto per soprammercato?
Daniel Oren, dal podio, ha diretto un’Orchestra del TCBO in gran forma, che si è distinta per la cura e persino le molte sottigliezze che le ampie finestre sinfoniche aprono nella partitura, cosa che ci ha fatto tanto piacere, in quanto non sono mancate le volte che obiettivamente abbiamo dato pareri non sempre lusinghieri. La direzione è stata appassionata e scorrevolissima, con una grande predilezione per sontuosi scarti dinamici, che nelle scene con il Coro – davvero eccellente e preparato dal nuovo maestro Giovanni Farina – sono state particolarmente efficaci e apprezzate.
Bene il cast tutto, con voci all’altezza della scrittura e dei ruoli – salvo trascurabili sbavature e salvo che certamente le interpretazioni erano ognuna passibile di perfezionamento – e che hanno avuto il pregio di completare l’accuratezza del pensiero registico di scena e musicale con una adesione vivace.

Saioa Hernández ha cantato Santuzza con pienezza di voce e anche molta musicalità nella conduzione delle linee, con un ritegno da protagonista verdiana e certamente non selvatico e verace – aspetto che può essere anche una scelta interessante rispetto al solito -, ma un’emissione alle volte troppo ingolata e una dizione non troppo chiara sono risultate un po’ le pecche della sua esecuzione. La voce più scura di Nino Chikovani prestava a Lola lo strumento di una diretta sensualità che la giovane georgiana ha saputo perfettamente piegare ai suoi scopi, cantando le sue melodie con quella simulata semplicità assolutamente necessaria. Roberto Aronica era Turiddu: giustamente sguaiata la voce alla sua prima apparizione durante la serenata fuoriscena, potente e squillante sul palco e, anche se non troppo modulata a sfumature sensibili, capace di sincera dolcezza nella scena finale di “Mamma quel vino è generoso…” e di buona intesa nel duetto con la Hernandez. Alfio, personaggio impetuoso, unico per cui la musica davvero si piega ad una frenesia nervosa e non patetica, era interpretato dal baritono Roman Burdenko, che pur sacrificando qualcosa nella precisione, non ha tradito la carica sanguigna del personaggio potendo contare anche sul suo bel timbro. Infine, perfetta Mamma Lucia, con la sua figura minuta e delicata e il crine bianco, Elena Zilio era l’unica del cast a seguire la traccia proto-espressionista dell’opera con un declamato stentoreo sorprendente, ma d’altronde suggerito dalla parte, e che donava alla povera comare un riverbero altisonante e antico di regalità.
Recensione di Diego Tripodi
Bologna, Comunale Nouveau 21 marzo 2026
Foto (c) Rocco Casaluci
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