Recensione di Alessandra Pederzoli. Viaggio nel Museo del Cinema a Pennello a Montecosaro. Oltre 400 opere; angoli interattivi ricreano le atmosfere dei colossal del passato.
Esistono luoghi dove il tempo non scorre, ma si deposita delicatamente, come la polvere di gesso su un palcoscenico. Nel cuore verde delle Marche, tra i vicoli silenziosi del borgo medievale di Montecosaro, si nasconde un tesoro che non parla di pixel o sensori digitali, ma di pigmenti, sudore e sogni stesi su tela. È il Museo del Cinema a Pennello, un’eccellenza unica al mondo ospitata nelle sale nobili di Palazzo Marinozzi, che celebra i “pittori del cinema”: i cartellonisti.

Il sacro tempio dell’illustrazione
Varcare la soglia del museo non è una semplice visita; è un atto di devozione verso un’arte quasi perduta. Prima che il marketing diventasse un algoritmo e la fotografia digitale standardizzasse il gusto, il successo di un film passava per le dita di maestri come Anselmo Ballester, Nanà (Silvano Campeggi), Luigi Martinati e Angelo Cesselon.
Questi artisti avevano il compito sovrumano di racchiudere tre ore di pellicola in un unico, folgorante fotogramma dipinto. In queste sale, i bozzetti originali – le “opere prime” da cui venivano stampati i manifesti – ci guardano con una forza espressiva che la grafica moderna talvolta sembra aver smarrito. Non sono solo pubblicità, ma interpretazioni psicologiche cariche di un’aura che solo il tocco umano può conferire.

Le stanze del mito: un percorso tra pigmenti e divismo
La visita si snoda come un lungo piano sequenza attraverso una galleria emozionale. Dalle opere monumentali di Ballester, con i suoi volti di Rita Hayworth e Clark Gable carichi di una forza muscolare che anticipa la pop-art, si passa alla delicatezza di Cesselon. Quest’ultimo, con una tecnica quasi impressionista fatta di sfumature eteree, ha saputo fissare sulla tela l’inarrivabile divismo di Audrey Hepburn o Sophia Loren, facendole emergere da un’atmosfera onirica.
Ma ciò che rende Montecosaro una meta imprescindibile per lo studioso d’arte è la matericità delle opere. Avvicinandosi alle tele, si notano dettagli tecnici affascinanti: le pennellate corpose che danno volume ai capelli, i “pentimenti” dell’artista coperti da tratti di bianco e le annotazioni a matita a margine, destinate ai tipografi per l’inserimento dei titoli. È un’esperienza tattile, oltre che visiva: si percepisce il peso del colore e la fatica di chi doveva rendere “divino” un attore con un solo colpo di pennello.

Piccoli mondi di scena: dal botteghino al West
Oltre alla pinacoteca, il curatore Paolo Signorini ha saputo punteggiare il percorso con angoli di vera e propria archeologia sentimentale. Uno dei momenti più suggestivi è l’incontro con il vecchio botteghino in legno. È un invito irresistibile al gioco: ci si può sedere dietro quel vetro scuro, tra i rotoli di biglietti colorati e la piccola feritoia, e per un istante fingersi la venditrice di biglietti di un cinema di provincia degli anni ’50. È un cortocircuito temporale che riporta alla mente l’attesa trepidante in fila prima che le luci si spegnessero.
Poco distante, l’atmosfera si fa polverosa e scanzonata nell’angolo dedicato a un cult assoluto: Lo chiamavano Trinità. Qui, tra i bozzetti che immortalano gli sguardi complici di Bud Spencer e Terence Hill, troviamo oggetti che sembrano usciti direttamente dal set. È un omaggio a un cinema fisico, fatto di scazzottate e risate, che qui trova la sua consacrazione artistica accanto ai grandi classici di Hollywood.

Archeologia del proiettore e la bottega dell’artista
L’immersione prosegue tra pesanti macchine da proiezione in ghisa, pizze cinematografiche originali e sedie in legno che sembrano ancora emanare l’odore della pellicola e del legno vissuto. C’è perfino la ricostruzione di un “angolo del pittore”: un cavalletto, una tavolozza sporca e pennelli usurati, a ricordare che dietro ogni divo c’era un lavoro artigianale fatto di solitudine e precisione.
In un’epoca di immagini sbiadite dal consumo rapido, il Museo del Cinema a Pennello ci impone di rallentare e riscoprire il valore del manufatto unico. Uscendo dal museo, si ha la sensazione che quegli sguardi dipinti ci seguano, custodi di una magia che nessuna intelligenza artificiale potrà mai replicare: l’anima pulsante della celluloide.
Recensione di Alessandra Pederzoli
Marzo 2026
Foto dell’allestimento di Enzo Grossi
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CINEMA A PENNELLO (apertura nei weekend e festivi o su prenotazione)
Palazzo Marinozzi
Porta San Lorenzo
Via G. Mazzini 64 – 62010 Montecosaro (Macerata)
Tel. 0733 229164
museo@cinemaapennello.it
cinemaapennello.it
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